Giù le mani da TeilhardSbagliato farne un "adoratore del futuro" I cybernauti lo proclamano patrono di Internet, i seguaci del
New Age se l'annettono: snaturandone il messaggio |
| Il patrono di Internet? Ma è Teilhard de Chardin, il teologo probabilmente
più citato da guru e manovratori della rete. Ecco cosa scrive l'astrofisico
Jean-Pierre Luminet, nel portale d'accesso del Cnrs: "Con Internet la ben
nota "coscienza planetaria", tanto spronata da precursori come Teilhard de
Chardin, diventa palpabile...". Il grande paleontologo francese morto nel
1955 e del quale si fa una gran fatica a reperire gli scritti, almeno nel nostro
Paese (tranne la meritoria opera dell'editrice Queriniana, che negli anni
scorsi ha pubblicato diversi volumi fra cui il ben noto Il fenomeno umano),
avrebbe formulato la teoria di una "mente planetaria", o addirittura di una
"rete nervosa planetaria" che affascina e trova molti estimatori nel mondo
dei cybernauti o dei filosofi dei media come Derrick de Kerckhove, il più
noto discepolo di Mac Luhan (Lo fa notare Carlo Formenti nel suo libro
appena uscito da Cortina Incantati dalla rete in un capitolo dedicato
appunto a Teilhard).
Ma l'autore dell'Ambiente divino viene sempre più accreditato anche come
profeta del New Age, tanto da costringere l'"Associazione degli amici di
Teilhard" che ha sede in Francia a diffondere sul suo sito Internet alcuni
interventi che contravvengono questa tesi. Come quello di padre Gustave
Martelet, che sottolinea una differenza essenziale: "Il Dio del New Age (se
c'è un Dio) è un Dio cosmico, anzi un cosmo divinizzato, mentre il Dio di
Teilhard è il Dio del cosmo, il Padre del cosmo". È inammissibile perciò
annettere il pensiero di Teilhard de Chardin a un religiosità così vaga e
confusa come quella del New Age, fatta di "un sincretismo di
auto-produzione dell'uomo", di "un pelagianesimo della natura", di "una
religiosità planetaria e atea", di "un universalismo totalmente immanente",
di "un misticismo post-cristiano dove l'altro, o gli altri semplicemente
rimpiazzano l'Altro, l'Assoluto". Conclude seccamente Martelet: "Non
facciamo di Teilhard un garante del New Age".
Ma l'operazione di chi tenta di accostare Teilhard al New Age fa leva su un
elemento non secondario, il panteismo, di cui proprio il gesuita-scienziato fu
più volte accusato. Sempre sul sito degli "amici di Teilhard" è possibile
leggere un'intervista da lui rilasciata nel 1951, pochi anni prima di morire, in
cui egli rigetta totalmente l'ipotesi di essere panteista. "Dapprima, mi hanno
considerato un ottimista o un utopista beato, un sognatore di uno stato
d'euforia umana in un qualche futuro. Poi, cosa più grave ancora, si va
ripetendo che sono il profeta di un universo che distrugge i valori individuali.
In verità, la mia più grande preoccupazione è stata quella di affermare che
l'unione fra l'uomo e Dio, fra l'uomo e l'altro uomo, fra l'uomo e il cosmo
non annulla mai la differenza. Io mi trovo agli antipodi sia di un
"totalitarismo sociale" che porta al termitaio sia di un "panteismo
induizzante" che conduce ad una fusione e un'identificazione fra gli esseri".
Parole assai chiare. Così come quelle di padre Lepoutre, in un altro
intervento diffuso sulla rete: "Teilhard non è un panteista sulla linea delle
religioni orientali o dello stoicismo antico: per lui c'è sempre un Qualcuno
che attira tutto e tutti a sè". Lepoutre ricorda poi come Teilhard non ha mai
avuto nessun interesse verso l'astrologia, la parapsicologia o lo spiritismo,
come invece vuole la nuova vulgata del bricolage religioso d'inizio millennio.
E tantomeno verso le teorie della reincarnazione, così presenti nel New Age.
Ma se il cybermondo da una parte e il New Age dall'altra tendono ad
annettersi Teilhard, si può constatare anche nel pensiero cristiano una nuova
attenzione? Sì e no. A una lettura attenta s'impongono segnali contrastanti.
Alcuni incoraggianti, come la ripresa della rivista semestrale Il futuro
dell'uomo, diretta da Fabio Mantovani e ora pubblicata dall'editore Il Segno
dei Gabrielli di Verona (tel. 045/7725543). Lo stesso editore sta poi per dare
alle stampe il volume L'orizzonte dell'uomo, che presenta un'accurata
raccolta di pensieri teilhardiani. L'editrice milanese Ancora da parte sua
manda in libreria uno studio del gesuita americano Robert Faricy sul
pensatore francese. Infine, la rivista teologica internazionale Concilium, che
dedica il suo ultimo numero al tema "Fede ed evoluzione", contiene anche
un contributo dello zoologo Lodovico Galleni con alcune riflessioni
sull'escatologia di Teilhard, in cui emerge che la prospettiva finale del
"punto Omega", identificabile con la seconda venuta di Cristo, per Teilhard
dev'essere in qualche modo preparata dall'uomo, in un cammino evolutivo
ove il progresso umano rischia di coincidere con la storia della salvezza.
Che Teilhard non sia molto di moda fra i cattolici l'aveva notato anche padre
Xavier Tilliette, un anno fa, in un saggio apparso sulla rivista dei gesuiti
Civiltà cattolica. Per Tilliette la fine del secolo non sembra molto
favorevole all'autore del Fenomeno umano. I successi della scienza si
accompagnano oggi a gravi preoccupazioni: "Il suo coraggioso ottimismo è
fuori stagione, la sua filosofia pecca per eccesso. La sua fiducia nella scienza
è messa a dura prova". In realtà, annota ancora Tilliette, le idee di Teilhard
sono ben lungi dall'aver fatto fortuna, salvo in alcuni passi della Gaudium et
spes. Contrariamente a quanto sostengono i maitres-à-penser del virtuale,
temi come la divinizzazione dello sforzo umano, la rete comunicativa
sempre più stretta, la coscienza planetaria e l'unificazione dell'umanità
appartengono agli aspetti più friabili e caduchi del pensiero teilhardiano.
Anche la tendenza a canonizzare un'iperfisica resta un punto debole
dell'impianto teilhardiano, peraltro già denunciata a suo tempo dall'amico
padre Henri de Lubac, che pure lo difese strenuamente dalla persecuzione
della Chiesa.
A parere di Tilliette invece "oggi bisogna prendere molto sul serio l'apporto
teologico di Teilhard, l'impulso che egli può dare alla cristologia, che era il
suo punto di partenza". Elementi già rilevati da von Balthasar e Rahner (che
aveva riprodotto la preghiera di Teilhard per la buona morte
sull'immagine-ricordo di sua madre) ma poco studiati. E la cristologia di
Teilhard è quella di Paolo e Giovanni, ma soprattutto dei Padri greci. Lo
sottolinea un saggio di Nynfa Bosco sul numero appena uscito della già
citata rivista Il futuro dell'uomo: l'idea che la creazione sia da intendere
come incarnazione continuata e progressiva e che la salvezza riguardi anche
il cosmo è presente in tutti i Padri greci dei primi secoli, da Gregorio di
Nazianzo a Giovanni Crisostomo e a Massimo Confessore. Ad una teologia
"mistica" che tendeva ad unire il divino e l'umano, lo spirito e la materia, la
cristianità d'Occidente preferì una teologia più razionale ("dal simbolo alla
dialettica", come scrisse de Lubac). L'Oriente invece è rimasto fedele alla
sua tradizione come dimostrano i teologi russi del '900: e qui la studiosa
rileva le numerose analogie tra Teilhard e Florenskij, il pensatore ortodosso
martirizzato alle Solovki. Problemi come il dolore e il male non sono rimasti
estranei alla riflessione di Teilhard: semmai restano come in sospeso, senza
una soluzione definitiva. Ma va anche ricordato, a chi lo vuole incapsulare
forzatamente fra "gli adoratori del futuro", che egli ha previsto anche
l'insuccesso dell'evoluzione. La sua amicizia con lo scrittore Robert Hugh
Benson, l'autore di fantascienza religiosa noto soprattutto per Il padrone del
Mondo, un romanzo sulla fine dei tempi ove un Anticristo dal volto
umanitarista (come in un testo analogo del filosofo russo Solov'ev) sembra
prevalere sull'ultimo sparuto gruppo di cristiani rimasto, fino al ritorno finale
di Cristo, sarebbe in questo senso da esplorare. Ma Teilhard ha anche scritto
pagine severe sull'inferno e sui dannati. Per dirla ancora con Tilliette: "Non
ha affatto minimizzato la sofferenza e la morte, non ha strappato il loro
dardo, anzi, ha conosciuto il prezzo dell'inazione della quale la sorella
preferita, Margherita Maria, immobilizzata dall'infermità, era la vittima e
l'ostia". |