Reale o virtuale l'apparenza inganna| C'era una volta la Terra uccisa dalla cibernetica sostiene Virilio nel libro "La bomba informatica". Ma forse ha torto |
| C'era una volta la Terra, sostiene Paul Virilio nel suo ultimo libro. Ma la Terra cessa di esistere quando essa finisce, quando termina dal punto di vista spaziale. Ciò avviene all'inizio del Novecento, nel momento in cui Bob Peary raggiunge il Polo Nord. La Terra viene così privata del suo ultimo recesso, e l'umanità del suo ultimo orizzonte naturale, della prospettiva geografica aperta su un ignoto che ormai non può più essere tale. Cinque anni dopo, la prima guerra mondiale assume la forma della prima guerra totale dell'umanità contro l'uomo, per mezzo di un arsenale militare-industriale di distruzione di massa che funziona perché fondato su di un orizzonte sostitutivo: l'orizzonte artificiale che è oggi quello di uno schermo o di un monitor, in grado di imporre "la nuova preponderanza della prospettiva mediatica su quella immediata dello spazio".Nella grande ottica planetaria che così s'inaugura, quella che oggi per via delle reti multimediali produce la visione panottica indispensabile alla costruzione del "mercato del visibile", la trasparenza dei luoghi è sostituita dalla "trans-apparenza" dello spazio reale dei viventi, fondata sulla visualizazione generalizzata che è l'aspetto più importante di quel che viene chiamato virtualizzazione. Al cui interno la televisione domestica, che appartiene alla passata epoca della guerra fredda, cede il posto alla telesorveglianza (e perciò alla delazione) generalizzata, esemplificata e insieme prodotta dalla proliferazione su Internet delle videocamere on line, in grado di far saltare ogni distinzione tra interno ed esterno. Si tratta dell'ultimo stadio dell'"endoclonizzazione" di un mondo senza più intimità, estraneo e osceno, ostaggio delle tecniche d'informazione e della sovraesposizione dei dettagli, oltre che della commutazione universale che inquina in maniera definitiva l'ecologia del sensibile. Un mondo non più fondato sul valore mediatore dell'azione concreta, che presuppone tempo e riflessione, ma sull'immediatezza dell'istantanea interazione, e pertanto fatalmente esposto all'evento del crac visivo, allo scoppio dell'incidente integrale, dell'"incidente degli incidenti", un incidente non più locale e precisamente situato ma globale e generalizzato, capace di intervenire simultaneamente ovunque. La bomba informatica appunto, che è il titolo del libro in questione (Milano, Cortina, 2000), raccolta di cronache in parte già apparse tra il 1996 e il 1998 su alcuni giornali svizzeri e austriaci.
Ma davvero le cose stanno così? In realtà (qualsiasi cosa tale espressione significhi) Virilio ha ragione perché ha torto. Ha ragione non fosse altro perché il suo pensiero è un pensiero salutare come ogni pensiero che arda al pericolo, e perciò prende distanza rispetto alla logica della rete, si situa all'opposizione rispetto agli acritici, anzi entusiasti profeti del virtuale e dell'informatizzazione. Ma proprio tale posizione condanna Virilio ad aver torto, perché la difesa della distanza, l'assunzione dell'immediatezza dello spazio, lo spinge ad inventarsi un mondo mai esistito per contrapporlo a quello di oggi, secondo uno schema che appare troppo binario per far davvero presa sugli effetti della tecnologia. Dice la legge di Kranzberg che la tecnologia non è né buona né cattiva, e non è nemmeno neutra. Di conseguenza, la comprensione del mondo che quest'ultima produce comporta l'adozione di una logica ad almeno tripla uscita, in cui si dà sempre almeno una terza possibilità. Possibilità che nell'analisi di Virilio sembra assolutamente esclusa dalla dicotomia degli assunti di fondo se non dello schema. Realtà operativa dello strumento tecnico e verità risolutiva del pensiero scientifico sarebbero ad esempio due aspetti fondamentalmente distinti della conoscenza, che soltanto ai giorni nostri si sarebbero fusi. Analogamente, con Copernico e Galileo la ricerca tecnoscientifica sarebbe stata "scienza dell'apparizione" di una verità relativa, dunque "scienza della verosimiglianza" volta alla scoperta di una verità coerente e utile all'umanità, mentre oggi essa sarebbe "scienza dell'inverosimiglianza", cioè della sparizione di questa verità e della negazione in termini cibernetici di ogni realtà oggettiva, in funzione dell'avvento di specie "transgeniche" più adatte degli uomini a sopportare inquinamento visivo di un pianeta divenuto ormai piccolissimo e, sospeso nell'etere delle telecomunicazioni.
Ora, è vero che, come anche Osip Mandelstam voleva, c'è stato un tempo in cui chi non aveva il coraggio di viaggiare non aveva nemmeno il coraggio di scrivere. Ed è anche vero che tra le due guerre mondiali questo tempo è finito. Lo dichiara Werner Heisenberg, quando afferma che la speranza di comprendere tutti i campi della vita spirituale partendo dai principi della fisica classica non è per nulla più giustificata della speranza del viandante che credesse di sciogliere tutti gli enigmi viaggiando fino ai confini del mondo. Ma questo non significa affatto che il mondo di oggi si opponga a quello di ieri, che ieri c'era la Terra e che oggi essa non c'è più. Nessun orizzonte geografico, nessuno spazio è mai esistito senza la mediazione dell'immagine cartografica, vale a dire del modello in cui realtà operativa e verità risolutiva, apparizione e sparizione, verosimiglianza e inverosimiglianza si presentano fin dall'inizio strettamente ed indissolubilmente intrecciati. Proprio su tale intreccio si fonda, fin dall'inizio, il cumulo di rappresentazioni che chiamiamo Terra. Chi ha mai visto il bordo circolare di Oceano? Così nelle Storie sarcasticamente s'interroga Erodoto. Di fatto, basta recarsi su qualunque spiaggia per vedere la forma marittima della curvatura terrestre. Quel che Erodoto contesta è la foggia circolare delle mappe ioniche, non la precedenza del simulacro rispetto al dato reale. Allo stesso modo, non è vero che l'America è stata inventata dal Vespucci, come anche Virilio ripete. L'autentica invenzione dell'America spetta a Paolo dal Pozzo Toscanelli , l'autore della carta che Colombo recava con sé. Colombo non comprende letteralmente nulla di quel che accade, né tantomeno dove sia, proprio perché la sua unica preoccupazione è far coincidere quel che vede con il disegno che fin dalla partenza ha in tasca, unico e autentico orizzonte di tutta la sua impresa. Sulla scorta di Walter Benjamin, Virilio assegna incautamente alla fotografia l'impulso di quel movimento per cui l'uomo e il mondo circostante diventano l'un l'altro estranei. Ma tale impulso è, molto prima ancora, esattamente di natura cartografica. Così come quella che per Virilio è l'ultima forma di globalizzazione, fondata sullo sguardo dell'occhio unico, è già tutta compresa nell'emblema che Leon Battista Alberti sceglie per sé: un mostruoso occhio alato, simbolo della prospettiva che abilita a rappresentare non quel che uno conosce ma semplicemente quel che si vede, e che rappresenta con precisione matematica non la realtà ma la percezione della realtà.
Una mano ignota ha alterato in questi giorni un manifesto elettorale, sicché sotto la foto di un candidato si legge: "Per un passato migliore" (in origine era "futuro"). Lo stesso vale per il discorso di Virilio. Se, come sintetizza nella postfazione Carlo Formenti, la bomba informatica non annienta fisicamente il territorio ma lo fa sparire, di colpo sostituendolo con i suoi simulacri digitali, l'unica autentica novità consiste nel passaggio dal regime analogico (cartografico) a quello digitale. Passaggio per l'esplorazione del quale vale poco inventarsi una Terra che non c'è mai stata, perché equivale a chiudere gli occhi di fronte a quella che c'è. (Anche se per tutta la cultura occidentale la conoscenza più autentica e illuminata è appunto, alla fine, quella di chi non vede). |