Tormenti filosofici| L'ultima passione? Il male |
| I giorni che precedono la Pasqua sono uno scandalo per la ragione. Dio si è fatto uomo e ora la sua
carne soffre, è processata, umiliata, appesa alla croce. Dio si dispera, si dibatte, urla. Dio muore.
Come è possibile? Sapeva che sarebbe risorto? A queste domande non è facile rispondere. Con
l'aiuto della fede qualcosa si può tentare, ma senza di essa la storia di un Dio che soffre per rendere
sterile il male sembra priva di senso. Il male non ha bisogno di essere dimostrato: c'è, si incontra,
si subisce, si fa. I suoi effetti scorrono sotto gli occhi di ogni uomo. Al di là di quanto crediamo, tutti
i giorni il male si mescola ai fatti del mondo e diventa storia.
Oggi è la Domenica delle Palme e il sacrificio di Cristo si presenta ingombrante anche per chi non
crede alla sua divinità. Non è un taumaturgo che propone un metodo per attutire i rigori del male,
assomiglia piuttosto a un folle. Indica una via d'uscita dalla trappola dei giorni, rovescia le etiche
puntellate dalla ragione così come ha fatto con i tavoli dei mercanti fuori dal tempio. Riduce all'osso
le nostre prospettive. Se ne accorse quel pensatore sopraffino che fu Arthur Schopenhauer quando
scrisse che il male è l'unico problema veramente importante della filosofia. E ne prese atto Karl
Marx. Anch'egli partì dal presupposto che occorreva identificare la fonte del male e aiutare l'uomo a
liberarsi dal giogo. In codesta luce vanno lette le sue parole: "Il capitale nasce grondante di sangue
e fango dalla testa ai piedi".
In questi giorni sono usciti molti libri sul male. Eppure, per quanti sforzi siano stati fatti, senza
abbracciare una fede non riusciamo ad attutirne i rigori. Hans Jonas, meditando su Auschwitz, ha
scritto che il male può agire solo in quanto Dio non è onnipotente. È un'osservazione carica di
rabbia, ma che forse spiega la necessità della passione del Cristo. Simile, per altri versi, a quella di
Giovanni Papini. Parlando del diavolo ha asserito: "Dio è ateo".
I libri che analizzano il male si sono moltiplicati a dismisura, quasi che aumentando la riflessione
sull'argomento si riesca ad attutirne gli effetti. Nello Venturini ha pubblicato da Rubettino Perché il
male?, un excursus storico dettagliato e documentato sulla questione. Ne ha ritrovato tracce anche
nelle forme pre-filosofiche, in Omero, nei lirici greci; volendo si leggono testimonianze nei papiri
egizi e nelle avventure di Gilgamesh, l'eroe sumerico. Venturini giunge ai nostri giorni. Ci mostra
come il problema sia un segreto tormento della filosofia. Bertrand Russell, ad esempio, rimproverava
a Dio onnisciente e infinitamente buono di non aver saputo creare, in milioni di anni, niente di meglio
dell'uomo crudele e ingiusto, dedito all'esercizio del male.
Anche titoli che apparentemente sembrano estranei ci inducono a riflettere sull'argomento. Lo prova
l'ultimo libro di David Foster Wallace. Brevi interviste con uomini schifosi (lo ha tradotto Einaudi con
una introduzione di Fernanda Pivano). Le tecniche d'avanguardia vengono in tal caso messe al
servizio di una visione crudele e la realtà che mostrano è atroce. È il nostro mondo che vediamo
descritto nelle voci di un'America allucinata, che si vomita addosso il possibile: una galleria di
individui odiosi e laidi sembra agire ignorando il male, ma al medesimo tempo ne è l'incarnazione.
Forse abbiamo spostato i confini del problema, ma non conviene farsi soverchie illusioni. La
domanda di Dostoevskij "Signore, perché i bambini muoiono?", vale in ogni tempo. Così come
continuano a tormentarci i mille quesiti che la filosofia ha accumulato e a cui non possiamo offrire
una soddisfacente risposta. Karl Barth, uno dei più acuti teologi del Novecento, nella sua vasta
Dogmatica ecclesiale cercò di affrontare in un denso capitolo "la minaccia e l'effettiva corruzione del
divenire universale ad opera del Niente, che si oppone come un nemico alla volontà del Creatore".
L'editrice Morcelliana ha ora ristampato in un libretto questa parte, a cura di Roberto Celada
Ballanti, con il titolo, appunto, Dio e il niente. Nel leggerla si incontrano le riflessioni di Leibniz, di
Sartre, di Heidegger, che formulano le loro tesi senza mai poter scansare il problema del male.
Anzi, il sommo Immanuel Kant riflette sul "male radicale". Anche Paul Ricoeur ha affrontato il
dramma di porsi "sulla terribile via di pensare il Male come questione di Dio".
Che dire ancora? Apriamo un testo classico della Cabbalà, lo Zohar, ora riproposto dalle edizioni
Se, a cura di Elio e Ariel Toaff, con il titolo Il libro dello splendore. Vi troviamo un intero capitolo sul
male. In esso, tra le molte osservazioni, c'è questa: "Il male vuole ricevere il potere di dominare il
mondo, perché non può dominare sinché non ne abbia ottenuto il permesso". Ci sembra che il
nocciolo del problema sia racchiuso in quest'ultima parola. Nessuno ci impedisce di credere che la
passione del Cristo altro non sia che un permesso negato al male. Allora Dio muore per dimostrare
agli uomini che "tutto è compiuto".
Se si ha fede, la risposta ai quesiti iniziali è intuibile. Altrimenti si dovrà ricominciare da capo e
chiedersi nuovamente perché c'è il male nel mondo. La ragione, come si è visto, è piuttosto
complessa. Il guaio è che sull'argomento prima o poi si inciampa. Magari a causa di una poesia di
Pascoli o di Leopardi che troverete in un'antologia scolastica, o forse perché un giorno crollano le
certezze a cui siamo abituati. Difficile dirlo. È un po' come spiegare con la nostra testa quella morte
sulla croce. Ripetiamo: assurda e scandalosa. Eppure divina. |