| Nuovi mistici all'assalto del sublime | Si va diffondendo in Italia, forse anche altrove, probabilmente in Francia, ma con diverso carattere, una
irresistibile fortuna del misticismo. La si avverte soprattutto nelle conferenze, sempre più frequenti, su
casi isolati di spiritualità, femminile in particolare, nel diffondersi delle collane di testi di autori minori, di
qualunque secolo e di qualunque nazionalità e lingua, purché "spirituali", da parte di editori improvvisati per
l'occasione e ora anche da parte di editori per l'addietro estranei, se non ostili, alle testimonianze dello
spirito. Filosofi e letterati fanno a gara per riconoscersi nelle effusioni delle anime sofferenti, studiosi di
filosofia del diritto, già interessati ai dibattiti su Carl Schmitt nell'ambito della teologia politica, si dedicano
ora a esaminare la "colpa" e gli "aneliti" dovunque essi figurino. Recentemente, io stesso ho ricevuto
circolari editoriali in cui mi si avverte che finalmente anche un editore come la Mondadori ha avviato una
serie di pubblicazioni di questo tipo, dopo aver edito le Sacre Scritture in veste economica, con le
prefazioni di Gad Lerner e di Susanna Tamaro - rispettivamente dediti all'antico e al nuovo testamento.
In fila per due verso la spiritualità
Forse l'irresistibile esempio del vecchio pontefice che chiede perdono ha ispirato i nuovi letterati e filosofi
a porsi in fila per due per accedere alle ragioni di questo perdono universale, esplorando le fonti di una
sensibilità religiosa e morale di cui sino a oggi non avevano ritenuto di doversi occupare, non sentendo
alcun bisogno di spiritualità. Il diffondersi di questa nuova ondata religiosa ha qualcosa di irritante e di
insopportabile, tanto più che essa produce, parallelamente, una vaga forma di ricatto, un sopracciglio di
superiorità, in coloro che ne sono esponenti verso coloro che non vi partecipano, come se quest'ultimi si
trovassero in una sorte minore. Qualcosa di simile si era già prodotto per i primi sessant'anni del secolo,
sino al Concilio Vaticano II. Allora erano i cattolici a praticare questa supponenza, forti del loro diritto di
verità e del potere che da essa derivava, e forti anche del riferimento a una istituzione millenaria, a un
magistero, a un preciso e solido corpus dottrinale. Ma ora, questi nuovi seguaci dello spirito non
dispongono di alcuna dottrina precisa, che anzi aborrono, né di un qualsiasi referente istituzionale. Anzi,
un'eventuale interrogazione al riguardo, li vedrebbe insorgere inorriditi da tanta volgarità. Essi vivono
altrove, si cibano di lacrime.
Nei circoli culturali, spesso nelle vecchie sedi del partito comunista, talvolta all'insegna ancora di Gramsci,
i nuovi mistici si radunano ad ascoltare conferenze e a partecipare a dibattiti su Simone Weil, Maria
Zambrano, Edith Stein, sui mistici tedeschi, sulle eretiche sante, sulla differenza fra animo e anima, sugli
archetipi junghiani, sulla colpa e la coscienza infelice, sul corpo interiore, sulla poesia. Ne escono
rinvigoriti, nella persuasione che la loro sofferenza "appartiene" a un genere diffuso, ossia che i loro vaghi
aneliti sono nel "giusto" della storia.
Editori di antica tradizione laica, come Einaudi, pubblicano volumetti di testi scritturistici, preceduti da
introduzioni di scrittori d'oggi che ne dovrebbero favorire la lettura, come se l'avallo di Sebastiano Vassalli
o di David Grossmann rendesse più gradevole e significativo il testo dell'Esodo o la Lettera ai Romani di
S. Paolo, in una ambigua ipotesi di "aggiornamento" che, dato anche il carattere "agile" dei libretti e la
veste grafica, li fa assomigliare piuttosto a guide turistiche nella Scrittura, una sorta di turismo religioso o
di crociera nel Sacro, a prezzi modici. Lo stesso editore, poi, ha recentemente pubblicato un volume di
Poesie di Dio a cura del priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, che scrive di religione e di mistica
sulla Stampa di Torino. E' sperabile che Dio se ne sia compiaciuto.
Insomma, "il religioso" va.
Dove vada, questo "religioso", e quale mai strategia regga e indirizzi questa apparente rinascita di
spiritualità non è facile capire. E' però necessario chiederselo, in un momento politico in cui la propaganda
elettorale di un Berlusconi si definisce ispirata ai valori cristiani e alla loro difesa contro la bestia
comunista, ancora non doma. La tentazione di istituire un parallelo, se non un'alleanza, fra i due fenomeni
è difficile da vincere. Infatti, le forme che viene assumendo questa ondata mistica sono per solito
connesse e compatibili con il rifiuto delle strutture politiche e religiose tradizionali, i partiti e le chiese, e
mostrano più di una simpatia per le forme vaghe e pericolose del "superamento" del visibile e del concreto.
Spesso, inoltre, molto spesso, le più accese rivendicazioni del mistico si accompagnano con il favore
elargito alle manifestazioni della destra più nera, istituendo quasi un rapporto preferenziale con esse, nei
confronti delle incertezze della difficile democrazia, quasi ci fosse più verità religiosa nella aberranza
squadristica che nelle assisi parlamentari, maggiore sacralità nella pena di morte che nelle remore della
amministrazione di una "immaginaria" giustizia penale, incapace davvero di punire.
Inoltre, questa rinascita trova il suo terreno di coltura nella parallela diffusione a tutti i livelli, editoriali e
universitari, di una filosofia "specialistica", che ha il suo fulcro nel rifiuto del pensiero forte e nella
conseguente simpatia per quei filosofi e pensatori che si rivolgono all'esame dei particolari o alla ricerca
dei diversi possibili significati di un termine - "anima" ad esempio - nelle diverse culture, tracciando
itinerari immaginari, senza tempo, piccole cosmologie di un universo mentale, nell'ipotesi, non detta, che è
finito il tempo del conoscere, e che ora si tratta di "delibare" il sapere.
| Brevi ricettari del sapere |
Esteti, per lo più, questi nuovi filosofi hanno nel nulla il loro grande tema che mai li tradisce e mai li
tradirà, poiché le sue potenzialità sono davvero infinite. La conseguenza, sul piano operativo, è la
produzione di manuali e manualetti di "introduzione a", "esposizione del", memori, forse inconsapevoli, di
un sciagurata serie di alcuni decenni fa, intitolata "Cosa ha veramente detto", o "Ciò che è vivo e ciò che è
morto": dove ciò che è morto è il testo del pensatore, al quale, grazie a queste facilitazioni di lettura non si
accede mai. Pena la fatica e la morte. O il pensiero di chi legge, presupposto inesistente e comunque non
necessario. E' un perenne rinvio a una fonte e l'istituzione di un facile cammino che ha il compito precipuo
di non far giungere al traguardo.
Questi libretti sono dei piccoli "fai da te", brevi ricettari del sapere, istruzioni per l'uso di Kant o di Hegel,
o, più ambiziosamente, di tutta la filosofia analitica o la scuola di Francoforte, in appena duecento leggibili
paginette. Il lettore ne esce illeso, liberato, grazie all'istruttore, dalla necessità di confrontarsi direttamente
con un pensiero difficile che - leggendo è venuto persuadendosene - non lo riguarda affatto. Sono cose
loro, i problemi di Adorno, Horkheimer, Kracauer e tutti gli altri. Il solo Benjamin, forse, ha ancora
qualcosa da dire, malgrado il ricettario, e proprio per le ragioni sbagliate, per la raffinatezza del suo
itinerario mentale senza scopo apparente, per i suoi particolari che si moltiplicano all'infinito, per la
citazione che diventa testo, per il suo girovagare fra letteratura e messianismo.
Purtroppo, Benjamin "si presta" a un uso distorto da parte del pensiero friabile e ha provocato
innumerevoli flâneurs nostrani che, incuranti del segno tragico della sua esistenza, percorrono nel suo
nome itinerari accademici forse redditizi. Infatti, vi è una pericolosa coincidenza fra nuovi mistici, autori di
manualetti e incarichi universitari: soprattutto ora che la riforma della scuola, promossa da Berlinguer,
sembra assicurare orizzonti di gloria a questa cultura del mediocre sublime.
| Effimere ideologie di mercato |
Ma perché tutto questo? A quale mai necessità storica corrisponde? Vi è forse una strategia occulta, un
grande vecchio dello sputtanamento universale? E' forse l'Europa a esigere che i membri delle diverse
nazioni rinuncino alla loro cultura nazionale asserendo alle dogane ideologiche di non aver nulla da
dichiarare per uniformarsi nel bric-à-brac di un esperanto innocuo, così come gli emigranti in America
dovettero sacrificare le differenze conflittuali delle confessioni di fede per partecipare a una democrazia
intellettuale e politica nel Nuovo Mondo, o i seguaci ebrei di Freud dovettero rinunciare al loro inconscio
tedesco per accedere alle tecniche terapeutiche americane? Oppure non è affatto necessario rinunciare a
alcunché, perché è invalsa la persuasione generale, non detta, che i grandi sistemi filosofici, così come le
grandi religioni storiche, almeno in Occidente, sono confluiti e si sono compiuti, distruggendosi, nelle
catastrofi della seconda guerra mondiale, loro necessaria conseguenza?
E si deve forse a questa persuasione non dichiarata se i vari direttori editoriali, capaci e incapaci, i vari
professori universitari, onesti o corrotti, non fanno nulla per arginare la diffusione di prodotti di consumo
a breve termine? Ed è forse questa ragione di mercato, come già il sonno dell'altra ragione produceva
mostri, a produrre mistici? |