Jerome Bruner la vita è un romanzo| A Bologna le "Lezioni italiane" del grande psicologo |
| Il castello di Kronberg - chiedeva Niels Bohr a Heisenberg,
passeggiando con lui in Danimarca - sarebbe sempre lo
stesso, indipendentemente dal fatto che io pensi o no che,
proprio lì, è vissuto Amleto? Evidentemente no, non
sarebbe lo stesso. O forse sì, da un punto di vista molto
povero, riduzionistico. Quasi irreale. Non si vede infatti
come possa esistere una realtà fisicamente data, che sia
insensibile all'immaginazione, alla memoria, al racconto.
Viene in mente questo aneddoto pensando a Jerome
Seymour Bruner, impegnato in questi giorni a Bologna nelle
Lezioni italiane organizzate dalla Fondazione Sigma Tau
("Tre facce della narrazione: vita, letteratura e diritto", è il
titolo delle lectures, nel Salone del Palazzo Marescotti). Per
il grande pedagogista e caposcuola della moderna
psicologia cognitiva, per lo scienziato americano che ha
abbattuto ogni steccato negli studi sui processi conoscitivi,
narrare serve proprio a questo: a costituire la realtà.
Raccontare storie, su sé stessi e sugli altri, a sé stessi e agli
altri, è infatti - dice Jerome Bruner - "il nostro modo più
naturale e più precoce di organizzare l'esperienza e la
conoscenza".
Bruner è nato ottantacinque anni fa a New York da una
famiglia di ebrei polacchi. Viene descritto come il classico
puer aeternus, un giovanotto per sempre, molto aperto ed
eccentrico, grande appassionato di vela. E' questo signore
che nel '60, a Harvard, fonda il Centro per gli studi
cognitivi, un "luogo" dove s'incroceranno saperi diversi,
punto di riferimento obbligato per un' élite internazionale
d'intellettuali. Scrive Bruner, ne La ricerca del significato
(Bollati Boringhieri): "La rivoluzione cognitiva, come era
stata originariamente concepita, comportava la possibilità
che la psicologia cooperasse con l'antropologia, la
linguistica, la filosofia e la storia, e anche con le discipline
giuridiche". Non è un caso che in quei primi anni, il Center
for Cognitive Studies vantasse tra i suoi membri un filosofo,
Quine, lo storico delle idee Stuart Hughes, il linguista
Jakobson, un esponente del nuovo costruttivismo come
Nelson Goodman.
Non deve stupire che, a Bologna, Bruner parli anche di
diritto - come forma di narrazione ("le storie legali "buone"
si avvalgono di dispositivi letterari per cercare di essere
realistiche"). Del resto, con i giuristi ha avuto a che fare da
sempre, Bruner: "Uno di essi, Paul Freund, confessò che
veniva da noi, al Centro, perché gli sembrava che fossimo
interessati a come le regole (le regole della grammatica,
piuttosto che le leggi scientifiche) influenzano le azioni
umane, e questo, dopotutto, è proprio ciò di cui si occupa
la giurisprudenza".
Nell'ultimo quarto di secolo, è però successo qualcosa che
a Jerome Bruner è piaciuto assai poco. Il cognitivismo ha
cambiato faccia, l'interesse si è spostato dalla costruzione
del significato all'elaborazione dell'informazione. E la
psicologia - è sempre un' opinione di Bruner - è caduta in
tanti piccoli pezzi insignificanti e dispersi, parlando di cose
sempre più inutili, usando linguaggi sempre più criptici e
incomprensibili. O per dirla con Arthur Koestler, ha
continuato ad avere spazio una "psicologia rattomorfica",
convinta che per capire la mente dell'uomo sia importante
studiare il comportamento del topo.
Jerome Bruner, che nell'87 vincerà il premio Balzan su
suggerimento di Jean Starobinski - storico letterario, ma
anche medico e psicologo -, crede invece in una psicologia
culturale, seppure ricca di principi e metodi rigorosi, in un
processo di creazione del significato all'interno di contesti
culturali: "Questi sono sempre dei contesti di pratica: è
sempre necessario chiedersi che cosa le persone fanno o
tentano di fare in quel contesto".
La vita - ci dice Bruner - è un romanzo, è la storia che
narriamo di noi stessi, senza intendere la memoria come
pura trascrizione del passato. Tutt'altro, perché il ricordo è
sempre un atto d'invenzione - e non c'è bisogno di essere
Proust o Conrad, Joyce o Calvino, per citare alcuni dei suoi
scrittori più amati, ma solo esseri umani capaci di
contestualizzare piccole e grandi esistenze sullo sfondo della
Storia. Del resto, cos'altro facciamo se non raccontarci
costantemente? Così trasformiamo la nostra vita in testi
letterari, che a loro volta riorganizzano la nostra vita.
Qui si naviga piuttosto lontano da Freud, anche se Bruner -
con grande spregiudicatezza intellettuale - ha tentato di
ricollegare il fondatore della psicoanalisi a Piaget, la
psicologia dell'Io al bionismo. E' certo però che, per lui,
"Freud non è il Papa, perché - dice con semplicità - il
mondo cambia". E' stato - è ovvio - un grandissimo
indagatore della psiche e dei suoi segreti, ma se ai suoi
tempi i conflitti più grossi si racchiudevano all'interno della
famiglia, oggi lo scenario è diverso: "Il vero problema è
come far convivere pacificamente la gente, in società dove
alle libertà politiche non corrisponde un'uguaglianza
economica. Questo crea conflitti enormi e complica la vita".
Se Bruner conosce benissimo Freud, i freudiani conoscono
malissimo Bruner. Non è entusiasmante. "E' un grave limite
della cultura psicoanalitica", ammette Gemma Corradi,
didatta della Società freudiana, che ha curato la
Presentazione de La ricerca del significato. Più che scavare
come archeologi, gli analisti ricordano i critici letterari. Ma a
loro insaputa. |