RASSEGNA STAMPA

13 APRILE 2000
LUCIANA SICA
Jerome Bruner la vita è un romanzo
A Bologna le "Lezioni italiane" del grande psicologo
Il castello di Kronberg - chiedeva Niels Bohr a Heisenberg, passeggiando con lui in Danimarca - sarebbe sempre lo stesso, indipendentemente dal fatto che io pensi o no che, proprio lì, è vissuto Amleto? Evidentemente no, non sarebbe lo stesso. O forse sì, da un punto di vista molto povero, riduzionistico. Quasi irreale. Non si vede infatti come possa esistere una realtà fisicamente data, che sia insensibile all'immaginazione, alla memoria, al racconto.
Viene in mente questo aneddoto pensando a Jerome Seymour Bruner, impegnato in questi giorni a Bologna nelle Lezioni italiane organizzate dalla Fondazione Sigma Tau ("Tre facce della narrazione: vita, letteratura e diritto", è il titolo delle lectures, nel Salone del Palazzo Marescotti). Per il grande pedagogista e caposcuola della moderna psicologia cognitiva, per lo scienziato americano che ha abbattuto ogni steccato negli studi sui processi conoscitivi, narrare serve proprio a questo: a costituire la realtà.
Raccontare storie, su sé stessi e sugli altri, a sé stessi e agli altri, è infatti - dice Jerome Bruner - "il nostro modo più naturale e più precoce di organizzare l'esperienza e la conoscenza".
Bruner è nato ottantacinque anni fa a New York da una famiglia di ebrei polacchi. Viene descritto come il classico puer aeternus, un giovanotto per sempre, molto aperto ed eccentrico, grande appassionato di vela. E' questo signore che nel '60, a Harvard, fonda il Centro per gli studi cognitivi, un "luogo" dove s'incroceranno saperi diversi, punto di riferimento obbligato per un' élite internazionale d'intellettuali. Scrive Bruner, ne La ricerca del significato (Bollati Boringhieri): "La rivoluzione cognitiva, come era stata originariamente concepita, comportava la possibilità che la psicologia cooperasse con l'antropologia, la linguistica, la filosofia e la storia, e anche con le discipline giuridiche". Non è un caso che in quei primi anni, il Center for Cognitive Studies vantasse tra i suoi membri un filosofo, Quine, lo storico delle idee Stuart Hughes, il linguista Jakobson, un esponente del nuovo costruttivismo come Nelson Goodman.
Non deve stupire che, a Bologna, Bruner parli anche di diritto - come forma di narrazione ("le storie legali "buone" si avvalgono di dispositivi letterari per cercare di essere realistiche"). Del resto, con i giuristi ha avuto a che fare da sempre, Bruner: "Uno di essi, Paul Freund, confessò che veniva da noi, al Centro, perché gli sembrava che fossimo interessati a come le regole (le regole della grammatica, piuttosto che le leggi scientifiche) influenzano le azioni umane, e questo, dopotutto, è proprio ciò di cui si occupa la giurisprudenza".
Nell'ultimo quarto di secolo, è però successo qualcosa che a Jerome Bruner è piaciuto assai poco. Il cognitivismo ha cambiato faccia, l'interesse si è spostato dalla costruzione del significato all'elaborazione dell'informazione. E la psicologia - è sempre un' opinione di Bruner - è caduta in tanti piccoli pezzi insignificanti e dispersi, parlando di cose sempre più inutili, usando linguaggi sempre più criptici e incomprensibili. O per dirla con Arthur Koestler, ha continuato ad avere spazio una "psicologia rattomorfica", convinta che per capire la mente dell'uomo sia importante studiare il comportamento del topo.
Jerome Bruner, che nell'87 vincerà il premio Balzan su suggerimento di Jean Starobinski - storico letterario, ma anche medico e psicologo -, crede invece in una psicologia culturale, seppure ricca di principi e metodi rigorosi, in un processo di creazione del significato all'interno di contesti culturali: "Questi sono sempre dei contesti di pratica: è sempre necessario chiedersi che cosa le persone fanno o tentano di fare in quel contesto".
La vita - ci dice Bruner - è un romanzo, è la storia che narriamo di noi stessi, senza intendere la memoria come pura trascrizione del passato. Tutt'altro, perché il ricordo è sempre un atto d'invenzione - e non c'è bisogno di essere Proust o Conrad, Joyce o Calvino, per citare alcuni dei suoi scrittori più amati, ma solo esseri umani capaci di contestualizzare piccole e grandi esistenze sullo sfondo della Storia. Del resto, cos'altro facciamo se non raccontarci costantemente? Così trasformiamo la nostra vita in testi letterari, che a loro volta riorganizzano la nostra vita.
Qui si naviga piuttosto lontano da Freud, anche se Bruner - con grande spregiudicatezza intellettuale - ha tentato di ricollegare il fondatore della psicoanalisi a Piaget, la psicologia dell'Io al bionismo. E' certo però che, per lui, "Freud non è il Papa, perché - dice con semplicità - il mondo cambia". E' stato - è ovvio - un grandissimo indagatore della psiche e dei suoi segreti, ma se ai suoi tempi i conflitti più grossi si racchiudevano all'interno della famiglia, oggi lo scenario è diverso: "Il vero problema è come far convivere pacificamente la gente, in società dove alle libertà politiche non corrisponde un'uguaglianza economica. Questo crea conflitti enormi e complica la vita".
Se Bruner conosce benissimo Freud, i freudiani conoscono malissimo Bruner. Non è entusiasmante. "E' un grave limite della cultura psicoanalitica", ammette Gemma Corradi, didatta della Società freudiana, che ha curato la Presentazione de La ricerca del significato. Più che scavare come archeologi, gli analisti ricordano i critici letterari. Ma a loro insaputa.
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