Cibo! E' la natura che manipola La pianta "pura"? Solo un mito sciocco La campagna del professor Lichtenstein per riabilitare gli alimenti transgenici: non fanno male |
| E' un po' come le armi, dice il professor Lichtenstein: non sono loro a uccidere, ma chi le usa.
Per questo si getta a piè pari nella polemica che avvolge i cibi transgenici e afferma che "il
pericolo non è nelle tecnologie che si usano, ma semmai nei geni che vengono utilizzati o
modificati", vengano essi da un laboratorio o dalla natura. Rifiuta la demonizzazione degli
esperimenti genetici e se la prende anzi - controcorrente, e lo sa - con organizzazioni come
Greenpeace, che "fanno una guerra di propaganda sfruttando l'ignoranza del pubblico". Il
dovere dello scienziato, dice, è l'imparzialità; e questo lo spinge a ricordare che, attraverso
mutazioni nei millenni e secolari incroci agricoli, ormai il 30 per cento dei generi alimentari di
quotidiano consumo sono ibridi, cioè hanno subito trasformazioni genetiche. "Eppure nessuno si
sogna di metterli all'indice".
Nel mondo della biologia il nome di Conrad Paul Lichtenstein è di quelli che fanno rizzare le
orecchie: 46 anni, sudafricano di nascita e inglese d'adozione, studi a Cambridge e per lunghi
anni ricercatore prima a Seattle e poi all'Imperial College di Londra, è professore di biologia
molecolare al Queen Mary and Westfield College dell'Università di Londra, dove ha svolto e
svolge importanti esperimenti di ingegneria genetica che lo hanno portato a scoprire - per
esempio - come già esistessero nel tabacco sequenze di Dna simili a quelle che cercava di
inserire. "Quelli fra noi che fumano - sottolinea a sostegno della sua tesi - aspirano i prodotti
della combustione di un evento transgenico naturale in cui, milioni di anni fa, da qualche parte
nelle Ande, Dna estraneo penetrò in una pianta di tabacco". Anche in natura, insomma, non ci
sono soltanto le mutazioni di una trasmissione genetica verticale fra una generazione e l'altra,
secondo i principi dell'evoluzione darwiniana: "C'è anche una trasmissione orizzontale, una
sorta di contaminazione fra specie, in ossequio a Mendel".
Gli piace, a questo proposito, un parallelo con la lingua che parliamo, qualunque essa sia.
Attraverso i secoli ha subito mutazioni verticali, nella trasmissione verticale dall'inglese di
Shakespeare a quello moderno, o dall'italiano di Dante a quello di Manzoni al nostro. Ma ha
anche assimilato - orizzontalmente - parole straniere: il francese, per esempio, che i Normanni
portarono in Inghilterra, o l'inglese che in questi ultimi decenni viene assimilato un po' da tutti,
dall'italiano e, nonostante la forte resistenza accademica, anche dal francese. "E nessuno -
sottolinea - si sogna di dire che quelle lingue sono state snaturate. Semplicemente sono
cambiate, acquisendo ciò che le altre potevano offrire. Lo splendido esperanto, invece, resta
lettera morta".
Lo stesso accade con le piante: attraverso le mutazioni genetiche esse si rafforzano. Ma se
quella mutazione non porta un vantaggio selettivo, la nuova creatura non sopravvive. Come
l'esperanto, appunto. Uno dei timori di fronte ai cibi transgenici è che essi possano "uscire dalla
gabbia" e corrompere la natura. Un pericolo inesistente, secondo Lichtenstein; perché in un
ambiente naturale le nuove caratteristiche non sarebbero di alcuna utilità alla specie (per
esempio a che cosa servirebbe la resistenza ai pesticidi se non ci sono pesticidi cui resistere?) e
scomparirebbero. Certo, ammette, "in natura non è probabile un ibrido fra una pianta di mais e
una quercia, e tantomeno con l'intervento del gene di un pesce". In natura gli incroci fra specie
distanti non avvengono, in laboratorio sì. E per questo "occorre, di fronte agli esperimenti in
corso, esaminare con attenzione tutte le possibili mutazioni che essi comportano: non basta
ridurre tutto allo scherzo dicendo che in quel modo nella pizza ci sono già le acciughe". Si è
rotto il vaso di Pandora della genetica, dice Lichtenstein: si può filosofeggiare all'infinito, ma
l'importante è valutare le conseguenze ecologiche dei singoli esperimenti.
"Perché, in fondo, anche la cottura del pane e la fermentazione del vino sono biotecnologia;
soltanto che quando è stata cotta la prima pagnotta e Noè ha preso la prima sbronza si
constatavano i risultati ma non si conoscevano i meccanismi. Quello che si conquista con la
tecnologia del Dna è una massima precisione, un intervento di tipo chirurgico in ambito genetico.
Si sono trovate nuove frontiere: come quando l'uomo apprese che, anzichè camminare, può far
camminare il cavallo che monta". C'è in natura un microbo, l'agrobacterium tumefaciens, che è
un ingegnere genetico d'eccezione. Infetta le cellule ferite della pianta, che ne acquisiscono il
Dna e lo esprimono attraverso cellule proprie che producono determinate proteine: ormoni che
provocano un tumore e altre sostanze che il batterio stesso usa come nutrimento. E' una forma
di fermentazione; ma dalla metà degli Anni '80 si è scoperto che si può rimuovere il tumore e
conservare la funzione del gene. Ecco l'uomo che, anziché camminare, fa camminare il cavallo.
Cose delle quali avere paura? Il professor Lichtenstein sostiene di no: "Non più di quanto i
nostri antenati potessero temere gli ibridi dell'agricoltura pre-DNA: quanti sanno, per esempio,
che il grano con cui facciamo il pane non è più, da decenni, puro grano, ma contiene alcuni
elementi genetici della segala, introdotta con innesti per migliorarne la resistenza?" L'attuale
clima - e fa una smorfia mentre lo dice - è contrario al lavoro dello scienziato in quel campo; ma
questo è essenzialmente perché il pubblico ha una scarsa conoscenza scientifica e in particolare
della biologia. "Tutto cambia: la società, la cultura, la lingua, le specie, ma preferiamo essere
romantici sentimentali e lamentiamo quei cambiamenti". |