Steiner al diavolo
l'elettronica| A colloquio con il critico inglese
"Come lettori viviamo una grande crisi
per colpa delle nuove tecnologie" |
| Viene considerato l'erede di Walter
Benjamin, sebbene abbia detto a proposito
del proprio lavoro culturale che "se
Benjamin fosse vissuto più a lungo, gran
parte della mia opera non sarebbe stata
necessaria". Mai come in questi tempi,
tuttavia, appare indispensabile e vitale il
pensiero di George Steiner, nato a Parigi
nel 1929, docente di letteratura comparata
a Ginvera e a Oxford, fellow del Churcill
College di Cambridge, autore di numerosi
saggi che incrociano filosofia, critica
letteraria e narrativa.
Nel cuore dell'era virtuale, nell' epoca del
Web e di altri sconvolgimenti mondiali in
rete, Steiner ha infatti il coraggio morale e
civile di andare controcorrente, affermando
che "il libro deve resistere all'elettronica" e
che "uno dei nemici della cultura è la
volgarizzazione della ricchezza". Ma se il
libro è in crisi, minacciato com'è dalla
globalizzazione e dalla massificazione
tecnologica, con il rischio di sopravvivere
solo per gli specialisti accademici, ciò non
toglie che "i libri siano la password per
diventare migliori di quelli che siamo".
Incontriamo Steiner, che iera ha tenuto la
prolusione della serata inaugurale della
Fiera del Libro, al Turin Palace Hotel, in
un pomeriggio torinese grigiocenere e
piovoso. Nella luce incerta di una sala
silenziosa e dalle ampie vetrate, il
professore innamorato dell'Italia affronta
subito il nocciolo della questione che gli
sta a cuore e che ha trattato nella lezione
all'Auditorium del Lingotto. "Il libro",
esordisce, "vive una doppia crisi. La prima
è provocata dalla tecnologia, dal mondo
del cyber-space, di Internet, dalla realtà
virtuale. La seconda crisi è data dal fatto
che la lettura, in particolare la lettura di
testi difficili, ha bisogno di silenzio, di
concentrazione, di privacy. Oggi questo è
possibile solo per una piccola élite,
soltanto pochi possono avere quegli spazi
di silenzio, quelle capacità di avere
riferimenti culturali, di avere certe
cognizioni: ma così diventa una
specializzazione accademica".
Un grande testo ha bisogno di lettori, di un
dialogo reciproco, "il lettore lavora insiene
allo scrittore". E "il potere dei libri è
incalcolabile, lo stesso libro può esaltare o
avvilire, incitare alla virtù o alla barbarie, i
suoi effetti sulla stessa persona variano col
tempo", ha detto Steiner ieri sera. "Ma oggi
chi legge e stampa più i classici? Sono
nelle mani degli specialisti". Il "paradosso
affascinate", prosegue lo studioso, è
rappresentato "dalle migliaia di libri che
giacciono nelle grandi biblioteche, come
quei preziosi e antichi violini cremonesi
chiusi dietro le vetrate della Libreria del
Congresso di Washington. Avrebbero
bisogno di essere suonati, credo che uno
strumento lasciato in silenzio sia
un'oscenità. Dunque quelle biblioteche
sono ormai obsolete, sono immagini
cimiteriali del libro: la vita del libro è
esiliata nel museo delle grandi biblioteche
nazionali".
Come fare, allora, a resistere a Internet e a
salvare i libri che "sin dagli antichi Sumeri
furono i testimoni e i messaggeri
dell'appuntamento dell' uomo con Dio, o
svolsero la funzione di corrieri d'amore,
ben prima di Catullo"?. E possibile che
l'elettronica sia una porta d'accesso alla
lettura? "Con la musica questo accade, è
chiaro che si può fare musica elettronica. E
l'elettronica può anche svelare benissimo la
grande architettura, penso per esempio a
certi meravigliosi ologrammi". Ma il libro?
"Credo invece che il libro debba resistere
all'elettronica. L' invenzione di Gutemberg
fu un'accelerazione tecnica ma non un
cambiamento ontologico. L'elettronica,
insomma, è un cambiamento metafisico
totale". Una salvezza possibile forse è
racchiusa in un altro paradosso: "Se
cadono i Bill Gates, se entra in crisi
l'incomprensibile prosperità americana
basata sulla Borsa", esclama Steiner con un
sorriso, "allora la cultura può approfittarne
immensamente. Uno dei momenti più alti e
intensi del leggere, quando si leggeva con
più passione i grandi testi classici, lo si è
avuto ai tempi del Blitzkrieg di Hitler.
Ovviamente non auspico un Blitzkrieg, ma
credo che uno dei nemici della cultura sia
la volgarizzazione economica della
ricchezza".
Per il libro, del resto, Steiner è disposto
anche ad accettare una realtà inaccettabile
in teoria. "Se per non far morire o per far
scoprire ai giovani un personaggio come
Amleto, è necessario raccontarlo in un
fumetto, allora, va bene, lo si faccia,
sebbene sia terribile. In fondo, magari dopo
aver letto quel fumetto, uno ha poi voglia
di andare a leggersi Shakesperare, vedere
un po' com'è, dire "perché non provare a
leggere?"". L'incontro col libro, ha
ricordato Steiner al Lingotto, "può essere
accidentale. Il libro che cambierà la nostra
vita è magari rimasto su uno scaffale a
impolverarsi per anni. Ma, come dice
Borges, un libro autentico non è mai
impaziente: può aspettare secoli per
risvegliare un'eco vitale".
Nella ragnatela di luce che frastaglia la
tranquilla sala dell'albergo torinese, la
speranza civile e morale di George Steiner
è la speranza di un' intera esistenza: "Ho
trascorso tutta la mia vita a dire ai miei
studenti: "Aprite quel libro". È vero che
troppo spesso critici e colleghi hanno
contribuito a far "chiudere quel libro". Ma
io resto fedele alla mia invocazione:
"Aprite quel libro, aprite quei libri"". I
libri, ha detto nella sua prolusione di
mercoledì sera, "incarnano la finzione
suprema di una possibile vittoria sulla
morte, sopravvivono ai loro autori". |