RASSEGNA STAMPA

6 APRILE 2000
LUCIANA SICA
DALL'INCONSCIO ALLA POLITICA UN CARTEGGIO INEDITO CON ARNOLD ZWEIG
Sigmund Freud lettere dall'Europa infelice
Esce domani un epistolario curato da David Meghnagi
Il fondatore della psicoanalisi giudica con lucidità le questioni del suo tempo
Chi l'ha detto che Freud era un intellettuale fuori del mondo, incapace di osservare e giudicare gli avvenimenti - terribili - del suo tempo? Questa immagine del fondatore della psicoanalisi - cara a una certa vulgata che ama vedere in Freud un entomologo della psiche avulso da ogni interesse politico - è stata coltivata anche da quegli specialisti esclusivamente impegnati nella difesa della scientificità del Verbo freudiano e della sua clinica, e perciò incapaci di restituire interamente la portata culturale di un Maestro di tutti, e non solo dei suoi più stretti seguaci.
A sfatare un luogo comune, interviene ora il carteggio tra Sigmund Freud e lo scrittore Arnold Zweig, intitolato Lettere sullo sfondo di una tragedia (1927-1939), che esce domani da Marsilio (pagg. 224, lire 36.000). La cura del volume è affidata a David Meghnagi, ordinario della Società psicoanalitica e professore a Roma di Psicologia dinamica, che firma un'eccellente Introduzione. In qualche modo è un'opera in famiglia: la traduttrice - dall'edizione tedesca apparsa nel '68 - è sua sorella, Miriam Meghnagi, psicoterapeuta, musicologa e interprete di musica ebraica.
Scorrendo l'epistolario, è lo sguardo politico di Freud a risaltare con prepotenza. E' un uomo anziano che scrive, ormai nella parabola finale della vita, ma è comunque la penna di un intellettuale ancora forte e capace di guardare con lucidità al presente, alla tragedia incombente sull'Europa e sul popolo ebraico. Il suo interlocutore è uno scrittore tedesco di successo (in quegli anni), l'autore del Sergente Grischa, un ebreo impegnato a sinistra, sulle grandi questioni dell' antisemitismo, della socialdemocrazia, del comunismo fino alla tragedia dello stalinismo. Dopo l'ascesa di Hitler al potere, nel '33 Zweig abbandonerà l' Europa per emigrare ad Haifa, in Palestina.
Come altri personaggi dell'epoca, è lui - uno Zweig quarantenne, con un'analisi alle spalle - a indirizzare a Freud una prima lettera nel segno dell'ammirazione più viscerale, chiedendo "il permesso" di dedicargli il suo Caliban, un saggio sugli affetti umani attraverso l'antisemitismo. E' il 18 marzo del '27, due giorni dopo Freud - che già conosce l'autore di Novellen um Claudia - gli risponde con poche righe molto cordiali e una chiusa tra l'amaro e l'ironico: "Realizzi la promessa di farmi visita un giorno (non attenda troppo a lungo, avrò presto 71 anni)". Comincia così un fitto scambio di lettere, che dura dodici anni. I due si vedranno in diverse occasioni, e per l'ultima volta alla fine del '38, a Londra. La lettera conclusiva di Freud è del marzo del '39, Zweig gli scrive ancora, fino a un paio di settimane prima della scomparsa del suo "carissimo Padre", che morirà il 23 settembre di quell'anno.
I problemi quotidiani e quelli psicoanalitici, i grandi sentimenti, la storia, la religione, la letteratura, sono i temi che percorrono questo straordinario carteggio. La politica, intesa come scelta di campo e di valori innanzitutto etici, è il Leitmotiv di quasi ogni pagina. Freud è entusiasta di sostenere un'organizzazione a favore degli scrittori ebrei - profughi, rifugiati politici, esiliati privi di tutto, anche della cittadinanza. Entra a far parte volentieri del "comitato d'onore", che può vantare le adesioni di altre firme illustri, come quella di Einstein. Rifiuta invece di sottoscrivere un "Manifesto" di critica ai processi staliniani; non è il contenuto del documento, è il linguaggio nel segno dell'anticapitalismo che non piace a Freud, un liberal della vecchia guardia ma con le idee chiarissime, impegnato in senso democratico ma senza nessuna tentazione totalitaria.
"E' senz'altro uno dei grandi carteggi freudiani - dice David Meghnagi - paragonabile a quello tra Freud e Fliess, che descrive la nascita della psicoanalisi; tra Freud e Jung, che racconta i conflitti tra i due giganti della psicologia del profondo; tra Freud e Ferenczi, l'allievo geniale, con tutte le incomprensioni che ci sono state... O anche all' epistolario tra Freud e Abraham, altro allievo di grande originalità, mai pubblicato in italiano solo per un certo provincialismo della nostra cultura".
A proposito, per quale motivo le lettere che si sono scambiate Freud e Zweig escono da noi solo ora, mentre l'edizione tedesca e quella inglese risalgono a più di trent'anni fa? Meghnagi è polemico: "I motivi sono due. Il primo è di natura contingente. L'epistolario tra Freud e Zweig non era considerato abbastanza importante rispetto a quello che non era stato ancora pubblicato, tenendo conto che l'uscita delle opere complete di Freud si conclude alla metà degli anni Ottanta. Ma c'è un'altra ragione, tutta politica: il Freud attento alla problematica sionista non veniva digerito dalla cultura italiana di sinistra, il Freud ebreo è stato accettato poco alla volta, seppure in maniera moderata, in contrasto con l'immagine trionfante, ma in buona parte falsa, del Freud astratto e illuminista. Si può dire anche così: siccome i razzisti da sempre hanno considerato la psicoanalisi "una scienza ebraica", ha prevalso lo stereotipo culturale di un sapere "universalizzato"...".
Di lettere inedite - di un grafomane come Freud - ce ne sono del resto ancora moltissime, e lo stesso epistolario con Ernest Jones uscirà da Bollati Boringhieri solo entro quest'anno, per ragioni senz'altro diverse da quelle che appassionano Meghnagi - autore tra l'altro di un saggio su Freud e l'ebraismo, Il padre e la legge (Marsilio, 1997).
Nelle pieghe del carteggio, da domani in libreria, si coglie piuttosto il grido disperato di un'epoca che tramonta per sempre. Freud rappresenta la grandezza della cultura a metà tra Otto e Novecento, Zweig è un intellettuale angosciato da un mondo incomprensibile, dallo smarrimento del senso della vita. Il loro rapporto nasce come legame idealizzato, seppure pieno di ambivalenze. "Come tra un padre e un figlio", spiega Meghnagi. "Un padre non sconfitto, capace ancora d'indicare delle strade, e un figlio che - seppure schiacciato dall'imago paterna - a tratti manifesta una sua penetrante indipendenza di giudizio fino ad aprire il pensiero freudiano a nuove prospettive... Sono lettere dense, ricche, sanguigne, e possono anche essere viste come un dialogo clinico".
Carissimo Padre, il rapporto transferale di Zweig è dichiarato. Più curioso, e anche divertente, è quel Caro Maestro Arnold, per la sua singolare ragione: l'appellativo viene scelto da Freud, quando scopre di non poter chiamare dottore Zweig che mai ha concluso gli studi letterari. Sentirsi chiamare "Maestro" da Sigmund doveva essere per Arnold una gigantesca gratificazione.
Non manca qualche conflitto, tra i due, ma sempre ben contenuto. Freud non incoraggerà il progetto di un saggio su Nietzsche, soprattutto perché Zweig azzarda un accostamento culturale tra il filosofo e il fondatore della psicoanalisi, e Freud è terrorizzato che si possa indagare su di lui in modo patografico. A torto, perché in realtà Zweig vede la follia di Nietzsche come una metafora della tragedia tedesca. "C'è uno scambio intenso", è ancora Meghnagi a parlare. "Zweig, che nel '33 pubblica un Bilancio del giudaismo tedesco, avrà un ruolo non secondario nella scelta dei temi che Freud analizza in relazione alla figura di Mosè. Il progetto freudiano di riscrivere la storia della Bibbia è ambizioso, ma il risultato sarà discutibile, per la sua dimensione da "romanzo storico". Zweig muove un piccolo rimprovero a Freud, che mai trova lo spazio di citarlo, ma si pente subito di aver ferito l' uomo che più venera... E poi Freud sta morendo".
Freud muore e non vedrà come si scioglie l'ambiguità irrisolta di Zweig, coltivata negli anni con una crescente simpatia per l'Unione Sovietica e sempre prudentemente taciuta. Nel '48 lo scrittore slesiano si stabilisce nella Germania orientale, e lì ricopre importanti incarichi politico-culturali, ottenendo riconoscimenti come il Premio Lenin. Al prezzo - è ovvio - di un silenzio complice e colpevole sull' orrore staliniano.
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