RASSEGNA STAMPA

4 APRILE 2000
editoriale
Ippocrate ai giorni nostri
La vera medicina è contro natura
Giorgio Cosmacini e Claudio Rugarli, "Introduzione alla medicina", Laterza, pagine 212, lire 35.000
Diceva Leopardi nello Zibaldone che con il progresso dell'arte medica cresce il numero delle malattie.
Non è poi così paradossale. La "medicina originaria" - quella dell'epoca del mito, degli dei e degli eroi - concepiva la salute come uno stato di grazia, invaso dal "morbo" inteso come punizione divina della prepotenza umana. Ma, almeno da quando Ippocrate di Cos (460-377 a.C.) individua le origini naturali del "male sacro", cioè l'epilessia, senza ricorrere a invasioni e possessioni del corpo del malato da parte di spiriti maligni, al concetto totale di "morbo" si è venuta sostituendo la gamma delle diverse malattie, ciascuna dovuta alla propria "causa razionale". È così che la medicina, da sapere altrettanto "sacro" quanto il malanno che doveva sconfiggere, si è tramutata in impresa scientifica fallibile e servizio sociale. Di questa costellazione di teorie e pratiche trattano Giorgio Cosmacini e Claudio Rugarli nella loro Introduzione alla medicina (Laterza, pagine 212, lire 35.000): entrambi medici, l'uno storico della "medicina e della sanità" all'università di Milano, l'altro professore ordinario di medicina interna al San Raffaele. Il volume mantiene la promessa del titolo, fornendo ai giovani, specie a quelli che si indirizzano agli studi di medicina, un'agile "introduzione" ai temi e ai problemi di questa disciplina; ma soprattutto delinea una mappa dei territori che la medicina ha lambito nella sua più che bimillenaria storia. Di uno, la religione, si è detto. Ma la medicina ha anche interagito con la fisica, per non dire della matematica o dell'ingegneria o, addirittura, della magia. Riconducendo la malattia nell'ambito della natura e situando il "malato" nell'ambiente che ha consentito alla patologia di emergere, la medicina illustra in modo drammatico l'antitesi tra natura e cultura.
Già gli antichi sospettavano il ruolo di un mondo ostile nell'insorgere della malattia: nulla più è tragico delle grandi "pesti" che falcidiano uomini e animali in Tucidide, Lucrezio o Virgilio. Quando descriverà la grande epidemia di Londra (1666), quella stessa che doveva spingere Isaac Newton a ritirarsi in campagna a meditare sulla caduta delle mele, sull'orbita della Luna e sui fondamenti del calcolo infinitesimale, Daniel Defoe metterà in rilievo le responsabilità delle "artificiose" condizioni di vita in una metropoli.
Più di un secolo dopo, Charles Darwin doveva mostrare come la "logica dell'evoluzione biologica" fosse "a vantaggio delle specie e non degli individui che le compongono". Glossano Cosmacini e Rugarli che oggi è convinzione comune che sotto il profilo strettamente biologico "singoli membri di una specie possono essere sacrificati purché un certo insieme di geni sopravviva". Ma aggiungono che questo spietato meccanismo "non è accettabile nella società umana, nella quale ogni singolo individuo ha valore".
È dovere allora della medicina "lottare perché nessuno, per quanto geneticamente svantaggiato, sia costretto a soccombere".
La medicina inverte così il corso della natura, anzi "non vi è niente di più innaturale di certi suoi interventi". Particolarmente attenti ai traguardi degli ultimi decenni, dai trapianti d'organo alla fecondazione artificiale, per non dire delle "meraviglie" che ci prospettano le biotecnologie, Cosmacini e Rugarli ritrovano nel lontano passato le radici e le ragioni di quegli "interventi" che oggi più che mai paiono valicare i limiti non solo della natura (pensiamo, per esempio, alle reazioni immunitarie ai trapianti), ma anche della cultura e, in particolare, dell'etica. Chi non si accosta con "timore e tremore" alla manipolazione medica dei processi di nascita e di morte? I nostri autori citano un altro poeta, Giovanni Pascoli, che attribuiva ai medici la "voce degli apostoli", capaci di denunciare e di curare i mali che per inclemenza della natura e per miopia della cultura affliggevano l'umanità. Ma questo apostolato non rischia sempre più di imporre la sistematica violazione dei comandamenti delle vecchie religioni "apostoliche"?
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Cultura-Impresa scientifica