RASSEGNA STAMPA

2 APRILE 2000
GIOVANNI REALE
Un cielo plausibile visto da Aristotele
La visione astronomica che ha dominato fino al Seicento
Aristotele, "Il Cielo", a cura di Alberto Jori, testo greco a fronte, Rusconi, Milano 1999, pagg. 556, L. 25.000
Il Cielo è certamente una delle opere di Aristotele che in passato ha avuto influssi più cospicui, e per parecchi secoli è stata un'opera di riferimento di prim'ordine. L'imago mundi che per un millennio ha dominato è stata proprio quella tracciata da Aristotele in questa sua opera. I concetti di finitezza e unicità del mondo, quello della sua perfezione strutturale, quello della centralità della Terra, quello delle sfere celesti (da quelle della Luna a quella delle stelle fisse) con i loro movimenti ben ordinati, si sono imposti come costanti punti di riferimento. Anche la convinzione che il cosmo sia eterno (non generato e non corruttibile) si è imposta per molto tempo. E la stessa profonda ammirazione e venerazione religiosa per la perfezione divina del cielo e degli esseri che lo costituiscono hanno avuto un notevole influsso.
Va ricordato che questo trattato, in realtà, è ben di più di un'opera di cosmologia nel moderno senso del termine: la si potrebbe ben qualificare come "ontologia" o "metafisica del cosmo", con tutto ciò che questo comporta.
Ricordiamo, in particolare, la struttura gerarchica tripartita con cui Aristotele concepisce la realtà e il cosmo. Al primo livello sta il divino, che è essere soprasensibile ed eterno. Al secondo livello sta la complessa sfera delle realtà celesti, che sono sensibili ma eterne; sono infatti costituite dall'etere, un elemento materiale ben diverso dagli altri quattro (terra, acqua, aria, fuoco), suscettibile solamente di movimento locale circolare, incorruttibile non suscettibile di alcuna forma di alterazione. Al terzo posto sta la sfera delle realtà sensibili sublunari, costituite dai quattro elementi - terra, acqua, aria e fuoco -, che si generano e si corrompono.
In Italia circolava fino a ora una sola edizione di quest'opera di Aristotele, curata da Oddone Longo (con introduzione, edizione critica, traduzione e note), pubblicata, ormai da molti lustri, dall'editrice Sansoni nel 1962.
Per di più, l'autore, di formazione filologica, ha curato e letto l'opera in tale ottica. Per i tipi della Rusconi Libri esce ora una nuova traduzione curata da Alberto Jori, il quale si basa sull'edizione critica di Moraux.
Oltre a raggiungere cospicua precisione e chiarezza dal punto di vista filologico, presenta, nell'introduzione e nelle note, analisi e chiarificazioni di notevole portata esegetica e storico-filosofica. Inoltre, non si limita solo al quadro del pensiero aristotelico, ma fa costante riferimento anche al contesto generale della storia dell'astronomia antica. Fornisce altresì una serie di schemi illustrativi e di figure, che aiutano il lettore a comprendere, anche a livello di percezione visiva, una complessa serie di problemi.
Ricordiamo alcuni punti-chiave di quest'opera, iniziando dal concetto di etere.
Come è noto, la dossografia attribuisce ad Aristotele la creazione del concetto del "quinto elemento" (o "quinta sostanza"), ma così non è in realtà: lo Stagirita è partito da una tematica discussa nell'ambito dell'Accademia.
Già in Platone ci sono degli spunti, in particolare nel Timeo, dove il filosofo fa coincidere ciascuno degli elementi con i corpi geometrici regolari, o meglio concepisce ciascun elemento strutturato atomicamente in funzione di uno dei solidi geometrici regolari: l'acqua derivava dall'icosaedro, l'aria dall'ottaedro e il fuoco dal tetraedro e la terra dal cubo. Platone fa menzione anche del quinto solido geometrico regolare, ossia del dodecaedro, di cui afferma che il Demiurgo si avvalse "per ornare il disegno dell'universo"; però non lo identifica con un elemento specifico, ma, ovviamente, con questo apre la via alla concezione del quinto elemento, ossia dell'etere, che i suoi discepoli hanno sviluppato. Solo all'inizio dell'età moderna, come è noto, cadrà la distinzione ontologica fra mondo sublunare e mondo sopralunare insieme al presupposto dell'etere come quinto elemento su cui si fondava.
Jori mette in evidenza il fatto che Aristotele si preoccupa in particolare di risolvere un certo numero di problemi sulla base di una ben precisa griglia concettuale, in certi punti anche rigorosa, ma con notevoli aperture e con arditi rischi, che si oppongono nettamente all'interpretazione stereotipa di un Aristotele "dogmatico".
In effetti, come il maestro Platone nel Timeo, anche lo Stagirita si accontenta, talora, di ciò che è "plausibile" e "probabile", come dice in modo esemplare in questo passo: "Senza dubbio, il cercare di pronunciarsi su certi problemi e di spiegare tutto senza omettere nulla, potrebbe apparire un segno di grande ingenuità o di eccessiva audacia.
Tuttavia, non è giusto biasimare allo stesso modo tutti quelli che si comportano in tale maniera: si deve considerare, invece, quale sia il motivo che li induce a parlare e a che tipo di esposizione essi aspirino, valutando se si tratti di una persuasione semplicemente umana o se non sia fondata su basi più solide. Quando ci si imbatta in argomenti caratterizzati da una necessità più rigorosa, si deve essere grati a coloro che li scoprono. Nel caso in esame, però, illustreremo solo la spiegazione che ci sembra plausibile".
E in quest'altro passo Aristotele ribadisce ulteriormente: "Dal momento che vi sono due aporie, in relazione alle quali ci si potrebbe trovare, e non senza motivo, in difficoltà, dovremo tentare di offrire loro una risposta plausibile. Riteniamo infatti che meriti di venire qualificato come modestia, più che come audacia, l'ardore di chi, assetato dal desiderio di sapere, è felice di fornire chiarimenti, per quanto limitati, sugli argomenti a proposito dei quali ci si imbatte nelle maggiori difficoltà".
In questi testi Aristotele esprime uno dei suoi pensieri più profondi sulla metodologia da lui seguita, espresso in modo esemplare nella Metafisica: "Non bisogna esigere in ogni cosa il rigore matematico, ma solo in quelle cose che non hanno materia. Per questo il metodo della matematica non si adatta alla fisica. Infatti, tutta quanta la natura, senza dubbio, ha materia".
Proprio come Platone, pertanto, Aristotele intendeva la fisica e l'astronomia come un intreccio di argomentazioni rigorose e ipotesi "probabili" e "plausibili".
Di Aristotele ci sono giunte solo le opere di scuola, ossia quelle composte per le lezioni, che hanno spesso forme di appunti e di materiale di carattere didattico, e quindi sono disadorne e senza quegli squarci poetici e senza quelle pagine di alta eloquenza che, come Cicerone ci dice, si trovavano nelle opere pubblicate, purtroppo non pervenuteci. Ma nel Cielo si riscontra anche qualche squarcio poetico ed emotivo, come poche volte accade nelle altre opere di scuola. Ecco un esempio: "Gli antichi hanno assegnato agli dèi il cielo e il luogo superiore, in quanto lo consideravano l'unico immortale. La presente trattazione attesta che è incorruttibile e ingenerato, che, inoltre, è immune da ogni fastidio connesso alla condizione mortale e che, oltre a questo, non è soggetto ad alcuna fatica, in quanto non ha bisogno di alcuna necessità costrittiva che lo trattenga, impedendogli di compiere un movimento diverso al quale sarebbe portato per natura. Infatti, ogni essere che subisce una tale costrizione di tal genere è soggetto alla fatica, in misura tanto maggiore quanto più è eterno, e non può partecipare della condizione perfetta. Per tale motivo non si deve concepire il suo stato in conformità al mito degli antichi, secondo cui il cielo avrebbe bisogno di un Atlante...".
Ricordiamo, inoltre, la concezione fortemente finalistica che sorregge la fisica e la cosmologia di Aristotele, che viene espressa in questa massima emblematica: "La natura realizza sempre la possibilità migliore". Una concezione, questa, che costituisce l'esatta antitesi delle contemporanee tendenze di non poche branche delle scienze naturali, che danno una rilevanza al concetto di "caos" e negano il concetto di telos e il finalismo.
I. Düring nella sua ormai classica opera Aristotele affermava che "riuscì ad Aristotele, con un teoria in cui quasi tutti i risultati sono falsi, di interpretare con tanta intelligenza i fatti dell'esperienza quotidiana che la sua concezione mantenne una potente forza di persuasione". E, dal canto suo, Jori precisa: "Miscela singolare di verità e di errore e, al tempo stesso, affascinante intersezione di rigore logico e di pathos religioso, il De caelo costituisce, nella molteplicità dei suoi aspetti e nell'articolazione dei suoi livelli, un'opera tra le più significative dello Stagirita: quella che ne fa (come dice Th.Kuhn) "l'ultimo grande cosmologo dell'antichità"".
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vedi anche
Storia della filosofia