Un cielo plausibile visto da Aristotele| La visione astronomica che ha dominato fino al
Seicento |
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| Aristotele, "Il Cielo", a cura di Alberto Jori, testo greco a fronte,
Rusconi, Milano 1999, pagg. 556, L. 25.000 | Il Cielo è certamente una delle opere di Aristotele che in passato ha
avuto influssi più cospicui, e per parecchi secoli è stata un'opera di
riferimento di prim'ordine. L'imago mundi che per un millennio ha
dominato è stata proprio quella tracciata da Aristotele in questa sua
opera. I concetti di finitezza e unicità del mondo, quello della sua
perfezione strutturale, quello della centralità della Terra, quello delle sfere
celesti (da quelle della Luna a quella delle stelle fisse) con i loro
movimenti ben ordinati, si sono imposti come costanti punti di
riferimento. Anche la convinzione che il cosmo sia eterno (non generato
e non corruttibile) si è imposta per molto tempo. E la stessa profonda
ammirazione e venerazione religiosa per la perfezione divina del cielo e
degli esseri che lo costituiscono hanno avuto un notevole influsso.
Va ricordato che questo trattato, in realtà, è ben di più di un'opera di
cosmologia nel moderno senso del termine: la si potrebbe ben
qualificare come "ontologia" o "metafisica del cosmo", con tutto ciò
che questo comporta.
Ricordiamo, in particolare, la struttura gerarchica tripartita con cui
Aristotele concepisce la realtà e il cosmo. Al primo livello sta il divino,
che è essere soprasensibile ed eterno. Al secondo livello sta la
complessa sfera delle realtà celesti, che sono sensibili ma eterne; sono
infatti costituite dall'etere, un elemento materiale ben diverso dagli altri
quattro (terra, acqua, aria, fuoco), suscettibile solamente di movimento
locale circolare, incorruttibile non suscettibile di alcuna forma di
alterazione. Al terzo posto sta la sfera delle realtà sensibili sublunari,
costituite dai quattro elementi - terra, acqua, aria e fuoco -, che si
generano e si corrompono.
In Italia circolava fino a ora una sola edizione di quest'opera di Aristotele,
curata da Oddone Longo (con introduzione, edizione critica, traduzione e
note), pubblicata, ormai da molti lustri, dall'editrice Sansoni nel 1962.
Per di più, l'autore, di formazione filologica, ha curato e letto l'opera in
tale ottica. Per i tipi della Rusconi Libri esce ora una nuova traduzione
curata da Alberto Jori, il quale si basa sull'edizione critica di Moraux.
Oltre a raggiungere cospicua precisione e chiarezza dal punto di vista
filologico, presenta, nell'introduzione e nelle note, analisi e chiarificazioni
di notevole portata esegetica e storico-filosofica. Inoltre, non si limita
solo al quadro del pensiero aristotelico, ma fa costante riferimento anche
al contesto generale della storia dell'astronomia antica. Fornisce altresì
una serie di schemi illustrativi e di figure, che aiutano il lettore a
comprendere, anche a livello di percezione visiva, una complessa serie
di problemi.
Ricordiamo alcuni punti-chiave di quest'opera, iniziando dal concetto di
etere.
Come è noto, la dossografia attribuisce ad Aristotele la creazione del
concetto del "quinto elemento" (o "quinta sostanza"), ma così non è in
realtà: lo Stagirita è partito da una tematica discussa nell'ambito
dell'Accademia.
Già in Platone ci sono degli spunti, in particolare nel Timeo, dove il
filosofo fa coincidere ciascuno degli elementi con i corpi geometrici
regolari, o meglio concepisce ciascun elemento strutturato
atomicamente in funzione di uno dei solidi geometrici regolari: l'acqua
derivava dall'icosaedro, l'aria dall'ottaedro e il fuoco dal tetraedro e la
terra dal cubo. Platone fa menzione anche del quinto solido geometrico
regolare, ossia del dodecaedro, di cui afferma che il Demiurgo si avvalse
"per ornare il disegno dell'universo"; però non lo identifica con un
elemento specifico, ma, ovviamente, con questo apre la via alla
concezione del quinto elemento, ossia dell'etere, che i suoi discepoli
hanno sviluppato. Solo all'inizio dell'età moderna, come è noto, cadrà la
distinzione ontologica fra mondo sublunare e mondo sopralunare insieme
al presupposto dell'etere come quinto elemento su cui si fondava.
Jori mette in evidenza il fatto che Aristotele si preoccupa in particolare di
risolvere un certo numero di problemi sulla base di una ben precisa
griglia concettuale, in certi punti anche rigorosa, ma con notevoli
aperture e con arditi rischi, che si oppongono nettamente
all'interpretazione stereotipa di un Aristotele "dogmatico".
In effetti, come il maestro Platone nel Timeo, anche lo Stagirita si
accontenta, talora, di ciò che è "plausibile" e "probabile", come dice in
modo esemplare in questo passo: "Senza dubbio, il cercare di
pronunciarsi su certi problemi e di spiegare tutto senza omettere nulla,
potrebbe apparire un segno di grande ingenuità o di eccessiva audacia.
Tuttavia, non è giusto biasimare allo stesso modo tutti quelli che si
comportano in tale maniera: si deve considerare, invece, quale sia il
motivo che li induce a parlare e a che tipo di esposizione essi aspirino,
valutando se si tratti di una persuasione semplicemente umana o se non
sia fondata su basi più solide. Quando ci si imbatta in argomenti
caratterizzati da una necessità più rigorosa, si deve essere grati a coloro
che li scoprono. Nel caso in esame, però, illustreremo solo la
spiegazione che ci sembra plausibile".
E in quest'altro passo Aristotele ribadisce ulteriormente: "Dal momento
che vi sono due aporie, in relazione alle quali ci si potrebbe trovare, e
non senza motivo, in difficoltà, dovremo tentare di offrire loro una risposta
plausibile. Riteniamo infatti che meriti di venire qualificato come
modestia, più che come audacia, l'ardore di chi, assetato dal desiderio
di sapere, è felice di fornire chiarimenti, per quanto limitati, sugli
argomenti a proposito dei quali ci si imbatte nelle maggiori difficoltà".
In questi testi Aristotele esprime uno dei suoi pensieri più profondi sulla
metodologia da lui seguita, espresso in modo esemplare nella
Metafisica: "Non bisogna esigere in ogni cosa il rigore matematico, ma
solo in quelle cose che non hanno materia. Per questo il metodo della
matematica non si adatta alla fisica. Infatti, tutta quanta la natura, senza
dubbio, ha materia".
Proprio come Platone, pertanto, Aristotele intendeva la fisica e
l'astronomia come un intreccio di argomentazioni rigorose e ipotesi
"probabili" e "plausibili".
Di Aristotele ci sono giunte solo le opere di scuola, ossia quelle
composte per le lezioni, che hanno spesso forme di appunti e di
materiale di carattere didattico, e quindi sono disadorne e senza quegli
squarci poetici e senza quelle pagine di alta eloquenza che, come
Cicerone ci dice, si trovavano nelle opere pubblicate, purtroppo non
pervenuteci. Ma nel Cielo si riscontra anche qualche squarcio poetico ed
emotivo, come poche volte accade nelle altre opere di scuola. Ecco un
esempio: "Gli antichi hanno assegnato agli dèi il cielo e il luogo
superiore, in quanto lo consideravano l'unico immortale. La presente
trattazione attesta che è incorruttibile e ingenerato, che, inoltre, è
immune da ogni fastidio connesso alla condizione mortale e che, oltre a
questo, non è soggetto ad alcuna fatica, in quanto non ha bisogno di
alcuna necessità costrittiva che lo trattenga, impedendogli di compiere
un movimento diverso al quale sarebbe portato per natura. Infatti, ogni
essere che subisce una tale costrizione di tal genere è soggetto alla
fatica, in misura tanto maggiore quanto più è eterno, e non può
partecipare della condizione perfetta. Per tale motivo non si deve
concepire il suo stato in conformità al mito degli antichi, secondo cui il
cielo avrebbe bisogno di un Atlante...".
Ricordiamo, inoltre, la concezione fortemente finalistica che sorregge la
fisica e la cosmologia di Aristotele, che viene espressa in questa
massima emblematica: "La natura realizza sempre la possibilità
migliore". Una concezione, questa, che costituisce l'esatta antitesi delle
contemporanee tendenze di non poche branche delle scienze naturali,
che danno una rilevanza al concetto di "caos" e negano il concetto di
telos e il finalismo.
I. Düring nella sua ormai classica opera Aristotele affermava che "riuscì
ad Aristotele, con un teoria in cui quasi tutti i risultati sono falsi, di
interpretare con tanta intelligenza i fatti dell'esperienza quotidiana che la
sua concezione mantenne una potente forza di persuasione". E, dal
canto suo, Jori precisa: "Miscela singolare di verità e di errore e, al
tempo stesso, affascinante intersezione di rigore logico e di pathos
religioso, il De caelo costituisce, nella molteplicità dei suoi aspetti e
nell'articolazione dei suoi livelli, un'opera tra le più significative dello
Stagirita: quella che ne fa (come dice Th.Kuhn) "l'ultimo grande
cosmologo dell'antichità"". |