| Alla sfida del nuovo commercio elettronico |
| Joanne B. Ciulla, "The Working Life", Times Books, New York 2000,
pagg. 266, Us$ 22 | È un'analisi della "vita di lavoro" che per molti aspetti richiama le
testimonianze autobiografiche raccolte alcuni anni fa e poi pubblicate,
nel 1995, da Studs Terkel nel grosso volume Working, di lì a poco
seguito dal contributo curato da Pierre Bourdieu su Misère du monde.
Ma le considerazioni che fa venire alla mente sono altre. In Europa un
ragguardevole numero di sociologi del lavoro, tanto attenti a cogliere le
novità superficiali quanto sordi alle situazioni problematiche reali, hanno
per parecchio tempo esaltato la "crescita economica senza posti di
lavoro" (la jobless growth), ascrivendone l'imprevisto successo a una
non ben definita "rivoluzione tecnologica" di importazione nordamericana.
È probabile che a tale abbaglio siano stati indotti da un'incauta lettura
del libro di Jeremy Rifkin enfaticamente intitolato La fine del lavoro
(Baldini&Castoldi). Per fortuna proprio dagli Stati Uniti, a gelare gli
acritici entusiasmi e a imporre un minimo di realismo, arriva una precisa,
severa smentita. Lungi dal registrare, come sosteneva Rifkin, il "declino
della forza lavoro globale e l'alba dell'era del dopo mercato" o ben lontani
dal lavorare di meno grazie all'automazione e alla robotificazione della
produzione, il libro di Joanne B. Ciulla documenta che negli Stati Uniti si
lavora tutti (c'è da almeno un lustro il pieno impiego) e si lavora troppo.
Senza alcun monito legale o coercizione formale, si sta tornando alla
giornata lavorativa della prima rivoluzione industriale, a quella di dodici,
quattordici e anche sedici ore, che sembrava dettata unicamente dal
carattere ancora primitivo della tecnologia e dalla voracità predatoria dei
padroni. Come mai?
Ciulla si pone la domanda e mi sembra notevole che non si contenti di
riandare all'etica del lavoro di ascendenza puritanica, alla weberiana
Beruf, concetto polivalente in cui convergono un significato religioso, la
"chiamata" o "vocazione" del calvinista ginevrino, e un significato
laicamente professionale, il gusto del lavoro ben fatto, quello che per
Thorstein Weblen era l'istinto dell'operosità o Instinct of Workmanship.
L'autrice tende piuttosto a ricercare motivi quotidiani, direttamente
collegati con la situazione economica e sociale americana di oggi. È un
fatto che il bisogno di realizzarsi al di fuori della famiglia e nella vita di
lavoro extra casalinga sembra aver ormai contagiato la grande
maggioranza degli americani, uomini e donne, bianchi, neri e ispanici. La
società americana ha sempre più l'aspetto di un laborioso, attivissimo
formicaio in cui il lavoro ferve costante, continuo, giorno e notte.
Si direbbe che si è verificato uno strano rovesciamento dei valori: il lavoro
doveva porsi come fonte di guadagno, anche di prestigio e di potere al di
là della pura sopravvivenza, ma non doveva essere un fine, non poteva
aspirare a essere concepito e vissuto come un valore finale,
realizzazione piena della personalità, aspettativa e meta di tutta la vita. Il
lavoro è oggi invece, nella cultura degli Stati Uniti, il valore centrale. Altri
valori, come la convivialità, l'ozio creativo, il tempo speso nell'ambito
della vita familiare sono stati spodestati e rischiano di venir considerati
atteggiamenti obsoleti.
Ciulla cita grandi nomi; scomoda addirittura Aristotele e tutta la
tradizione filosofica classica viene chiamata alla riscossa per dimostrare
l'importanza della vita contemplativa rispetto al furore attivistico e al culto
feticistico della macchina. Ma è strano che le sfugga il carattere
essenzialmente pragmatico della cultura a cui appartiene. L'attivismo
americano non piove dalle nuvole. E non va neppure concepito come la
pura e semplice eredità puritanica dei Padri fondatori. È l'inevitabile
esigenza di un modo di vita che poggia sul "consumo onorifico" di
oggetti non sempre oggettivamente necessari, ma fondamentali per
dimostrare di essere solvibili, rispettabili, e nello stesso tempo cittadini
pleno jure dell'Unione. Di qui, il lavoro forsennato e la fretta
internalizzata come elemento fondamentale della personalità, la
superiorità del doer, di "chi fa", rispetto a chi si limita a pensare, a
ruminare e a contemplare, con un'enfasi tutta proiettata verso il futuro,
protesa nella realizzazione empirica di ciò che ancora non esiste, del
"nuovo", nella più completa, e innocente, ignoranza dell'antefatto. Che
ciò finisca per negare la storia o per ritenerla irrilevante, non dovrebbe
meravigliare. Sta però di fatto, storicamente parlando, che l'America di
oggi va trasformandosi nel paradigma della società industriale avanzata,
che è nello stesso tempo pan-lavorista e cronofagica. |