RASSEGNA STAMPA

2 APRILE 2000
FRANCO FERRAROTTI
Alla sfida del nuovo commercio elettronico
Joanne B. Ciulla, "The Working Life", Times Books, New York 2000, pagg. 266, Us$ 22
È un'analisi della "vita di lavoro" che per molti aspetti richiama le testimonianze autobiografiche raccolte alcuni anni fa e poi pubblicate, nel 1995, da Studs Terkel nel grosso volume Working, di lì a poco seguito dal contributo curato da Pierre Bourdieu su Misère du monde.
Ma le considerazioni che fa venire alla mente sono altre. In Europa un ragguardevole numero di sociologi del lavoro, tanto attenti a cogliere le novità superficiali quanto sordi alle situazioni problematiche reali, hanno per parecchio tempo esaltato la "crescita economica senza posti di lavoro" (la jobless growth), ascrivendone l'imprevisto successo a una non ben definita "rivoluzione tecnologica" di importazione nordamericana.
È probabile che a tale abbaglio siano stati indotti da un'incauta lettura del libro di Jeremy Rifkin enfaticamente intitolato La fine del lavoro (Baldini&Castoldi). Per fortuna proprio dagli Stati Uniti, a gelare gli acritici entusiasmi e a imporre un minimo di realismo, arriva una precisa, severa smentita. Lungi dal registrare, come sosteneva Rifkin, il "declino della forza lavoro globale e l'alba dell'era del dopo mercato" o ben lontani dal lavorare di meno grazie all'automazione e alla robotificazione della produzione, il libro di Joanne B. Ciulla documenta che negli Stati Uniti si lavora tutti (c'è da almeno un lustro il pieno impiego) e si lavora troppo.
Senza alcun monito legale o coercizione formale, si sta tornando alla giornata lavorativa della prima rivoluzione industriale, a quella di dodici, quattordici e anche sedici ore, che sembrava dettata unicamente dal carattere ancora primitivo della tecnologia e dalla voracità predatoria dei padroni. Come mai?
Ciulla si pone la domanda e mi sembra notevole che non si contenti di riandare all'etica del lavoro di ascendenza puritanica, alla weberiana Beruf, concetto polivalente in cui convergono un significato religioso, la "chiamata" o "vocazione" del calvinista ginevrino, e un significato laicamente professionale, il gusto del lavoro ben fatto, quello che per Thorstein Weblen era l'istinto dell'operosità o Instinct of Workmanship.
L'autrice tende piuttosto a ricercare motivi quotidiani, direttamente collegati con la situazione economica e sociale americana di oggi. È un fatto che il bisogno di realizzarsi al di fuori della famiglia e nella vita di lavoro extra casalinga sembra aver ormai contagiato la grande maggioranza degli americani, uomini e donne, bianchi, neri e ispanici. La società americana ha sempre più l'aspetto di un laborioso, attivissimo formicaio in cui il lavoro ferve costante, continuo, giorno e notte.
Si direbbe che si è verificato uno strano rovesciamento dei valori: il lavoro doveva porsi come fonte di guadagno, anche di prestigio e di potere al di là della pura sopravvivenza, ma non doveva essere un fine, non poteva aspirare a essere concepito e vissuto come un valore finale, realizzazione piena della personalità, aspettativa e meta di tutta la vita. Il lavoro è oggi invece, nella cultura degli Stati Uniti, il valore centrale. Altri valori, come la convivialità, l'ozio creativo, il tempo speso nell'ambito della vita familiare sono stati spodestati e rischiano di venir considerati atteggiamenti obsoleti.
Ciulla cita grandi nomi; scomoda addirittura Aristotele e tutta la tradizione filosofica classica viene chiamata alla riscossa per dimostrare l'importanza della vita contemplativa rispetto al furore attivistico e al culto feticistico della macchina. Ma è strano che le sfugga il carattere essenzialmente pragmatico della cultura a cui appartiene. L'attivismo americano non piove dalle nuvole. E non va neppure concepito come la pura e semplice eredità puritanica dei Padri fondatori. È l'inevitabile esigenza di un modo di vita che poggia sul "consumo onorifico" di oggetti non sempre oggettivamente necessari, ma fondamentali per dimostrare di essere solvibili, rispettabili, e nello stesso tempo cittadini pleno jure dell'Unione. Di qui, il lavoro forsennato e la fretta internalizzata come elemento fondamentale della personalità, la superiorità del doer, di "chi fa", rispetto a chi si limita a pensare, a ruminare e a contemplare, con un'enfasi tutta proiettata verso il futuro, protesa nella realizzazione empirica di ciò che ancora non esiste, del "nuovo", nella più completa, e innocente, ignoranza dell'antefatto. Che ciò finisca per negare la storia o per ritenerla irrilevante, non dovrebbe meravigliare. Sta però di fatto, storicamente parlando, che l'America di oggi va trasformandosi nel paradigma della società industriale avanzata, che è nello stesso tempo pan-lavorista e cronofagica.
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Sociologia