![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 MARZO 2000 |
|
| Jeremy Rifkin "L'era dell'accesso. La rivoluzione della new economy" ,pagine 416, lire 35.000, Mondadori |
| Il 4 aprile esce in libreria, pubblicato dall'editore Mondadori il nuovo libro dell'intellettuale americano Jeremy Rifkin "L'era dell'accesso. La rivoluzione della new economy" (pagine 416, lire 35.000). Anticipiamo un brano dell'ultimo capitolo intitolato "Verso un'ecologia della cultura e del capitalismo" |
| Il sempre più profondo dissidio fra economia globale e cultura locale si è manifestato con particolare forza, negli ultimi tempi, intorno a
questioni legate al cibo e all'alimentazione. I franchising transnazionali, come McDonald's, Pizza Hut, Burger King e Dunkin'Donuts,
stanno espandendo la propria presenza commerciale in Europa, Asia e America Latina. In Europa, solo il 16% della ristorazione è in
franchising, contro una media superiore al 50% negli Stati Uniti: i franchisors statunitensi, ritenendo praticamente saturo il mercato
nazionale, hanno cominciato a considerare in modo serio la possibilità di espandersi in altri paesi. In Italia, per esempio, ci sono circa
180.000 caffè, molti dei quali fragili a livello finanziario e, perciò, potenzialmente vulnerabili alla concorrenza di Starbucks o di altri grandi
marchi americani. Nell'estate del 1999 i turisti statunitensi hanno avuto la sorpresa di trovare un Dunkin'Donuts all'ombra della
celeberrima fontana di Trevi, a Roma; Dunkin'Donuts, come altre multinazionali della ristorazione in franchising, sta compiendo uno
sforzo colossale di penetrazione nel mercato europeo, pianificando l'apertura di 110 punti vendita in Italia e Germania nei prossimi anni. Specie in Europa, dove cucina e cultura sono strettamente legate, l'introduzione di catene di ristorazione fast food e, più di recente, di alimenti geneticamente modificati di provenienza americana, sta incontrando fortissime resistenze. Qualche tempo fa, nel sud della Francia, un ristorante della catena McDonald's è stato assaltato e devastato, mentre, nel 1999, nella campagna inglese è stata distrutta una coltivazione sperimentale Monsanto di vegetali geneticamente manipolati. L'analista politico francese Alain Duhamel afferma che "dietro a tutto questo c'è il rifiuto di un'espropriazione culturale e gastronomica". Ma quello del cibo e dell'alimentazione è, oggi, solo il più evidente dei terreni su cui si sta consumando lo scontro fra cultura e commercio. Gli europei, ma non solo, temono quella che definiscono la "hollywoodizzazione" della cultura gastronomica, cioè il tentativo di imporre standard globali omogenei sui vegetali da coltivare e gli animali da allevare a scopo alimentare, sui tipi di alimenti confezionati da vendere ai supermercati, sui tipi di preparazioni alimentari da offrire nei ristoranti. "La sovranità gastronomica è imperativa" avverte Patrice Vidieu, segretario generale della confederazione francese degli agricoltori. Vidieu afferma che un numero crecente di cittadini europei "rifiuta l'idea che il potere del mercato divenga la forza dominante in tutte le società, e... multinazionali come McDonald's e Monsanto possano imporre il tipo di cibo che si può mangiare e di sementi che si possono seminare". Riportare cultura ed economia nell'ambito di un'ecologia bilanciata, dunque, è probabilmente uno dei compiti che la politica si dovrà assumere nella nuova era. Garantire un equilibrio accettabile significa dedicare eguali attenzioni alla vivacizzazione delle culture locali e alla tutela del diritto di accesso alle merci culturali sul mercato globale. Le nuove reti commerciali devono trovare una controparte in nuove reti culturali; le nuove esperienze virtuali in nuove esperienze reali; i nuovi divertimenti a pagamento in nuovi rituali culturali. L'enfasi dovrebbe essere posta su una più equa ripartizione del tempo e dell'attenzione degli individui fra la sfera economica e quella culturale, in modo da trovare un terreno comune fra due modi complementari, ma troppo spesso in conflitto, di organizzare le attività e le relazioni umane. Questo terreno comune diviene tanto più importante alla luce del fatto che più gli individui sono connessi in una molteplicità di reti globali poliedriche, meno tempo hanno a disposizione per quel genere di relazioni sociali dirette che possono essere gestite solo nel tempo della realtà e attraverso rapporti personali. Nel nuovo secolo, dominato da ambienti mediati elettronicamente, per tutti i paesi la sfida è quella di creare per gli individui nuove opportunità di partecipazione diretta con i propri simili, nell'ambito di comunità territoriali. Non riuscire a farlo significa rischiare una massiccia degenerazione della capacità dell'uomo di essere in contatto con gli altri al livello più profondo dell'esperienza personale. Cioè, in ultima istanza, la perdita di umanità. La cultura ha bisogno di essere rivitalizzata non solo in funzione del rinnovamento delle materie prime di cui si nutre la produzione culturale o del fatto che genera la fiducia sociale e l'empatia senza cui il mercato non può funzionare correttamente; la cultura, piuttosto, deve essere rivitalizzata per se stessa e secondo le modalità che le sono proprie, perché è questo l'unico modo per generare e rigenerare i valori umani. Senza dubbio, una cultura viva apporta benefici anche al mercato, ma, ciononostante, non deve essere considerata solo come una sorgente di materie prime per la produzione: farlo significherebbe svalutare i significati condivisi che scaturiscono dalla cultura e creano l'umanità, trasformandoli in strumenti al servizio di un obiettivo secondario, quale la mercificazione delle esperienze vissute in forma di terapia e di intrattenimento personali. In un mondo connesso, fatto di processi e di temporalità, la geografia è più importante che mai. I contatti fra uomini si fondano su qualcosa di più che un sistema elettronico di trasmissione-ricezione e di un'interfaccia informatica: i legami più profondi tra gli uomini non possono che formarsi e consolidarsi nello spazio geografico. Le esperienze culturali possono essere riprodotte dai mezzi di comunicazione via etere e nel ciberspazio, e trasmesse in qualunque punto del globo; ma quanta più strada percorrono, tanto più perdono la propria potenza di espressione dei significati condivisi. Per esempio, una danza tradizionale eseguita in un villaggio irlandese dalla popolazione locale è un'epressione molto sentita di significati condivisi fra i partecipanti; lo stesso ballo, trasmesso alla televisione o messo in scena su un palco a diecimila chilometri di distanza davanti a un pubblico qualunque si riduce a poco più di un puro intrattenimento. Isolata dal contesto territoriale, l'espressione culturale diviene l'ombra di se stessa: per quanto possa essere apprezzata e goduta dal pubblico, la danza non riesce a evocare i sentimenti profondi di legame con la terra che sono la sola ragione per cui è nata e viene replicata. Tutte le culture reali esistono nello spazio geografico, perché nel territorio si realizza il legame intimo e, senza intimità, non è possibile creare legami di fiducia sociale e generare veri sentimenti empatici. Vivificare e rivitalizzare la cultura, dunque, significa prestare al territorio almeno altrettanta attenzione di quanta ne viene dedicata al ciberspazio, e partecipare alla comunità reale almeno quanto ci si interfaccia informaticamente con quelle virtuali, nelle chat rooms elettroniche. |