UN "REPÉCHAGE" CRITICO| Pagano, maestro
del diritto come
spia di civiltà |
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| Il brano che segue è tratto dall'introduzione a "Giustizia criminale e libertà civile" di Francesco Mario Pagano, da oggi in libreria per
i tipi degli Editori Riuniti. Ne è autore Roberto Racinaro, cui si deve anche la cura dell'opera. |
Gli storici hanno più volte richiamato l'attenzione sulla diversità della cultura politica degli illuministi italiani della seconda metà del
XVIII secolo rispetto a quella dei loro colleghi philosophes. I nostri riformatori, si è detto, rappresentano "una classe dirigente
illuminata", mentre i philosophes erano già "una nuova corrente politica, un partito". E la tesi, condotta alle estreme conseguenze,
finisce con il riguardare le stesse forme di vita e le scelte esistenziali degli illuministi italiani e dei philosophes: "Basta guardare alle
biografie degli uomini per vederlo. Voi li immaginate Diderot e Rousseau alti funzionari? Beccaria e Verri furono".
Il pensiero corre quasi spontaneamente a tale tesi storiografica quando si voglia determinare la distinzione non tra illuministi italiani
e francesi, questa volta, bensì, all'interno stesso dell'illuminismo italiano, tra Francesco Mario Pagano e Cesare Beccaria. E
bisognerà ammettere che, in fondo, coglieva nel segno l'editore dei Principj del Codice Penale (Milano 1803), Agnello Nobile, quando
osservava al riguardo: "Se a Beccaria ed a Filangieri è dovuto la gloria di aver i primi fondata la teoria di questa giurisprudenza,
Pagano avrà sempre il merito di averla il primo applicata alla pratica del foro, e di aver vinto quel pregiudizio, per cui si distingueva la
teorica dalla pratica, rimanendo, quella sempre utile, questa sempre barbara".
L'osservazione, peraltro, non va affatto letta in senso pragmatico. Pagano, infatti, è ben consapevole della rilevanza eccezionale del
discorso sul diritto e la legge, sui delitti e sulle pene. Il diritto e la legislazione criminale, infatti, non sono ancora, semplicemente,
una disciplina giuridica speciale. Sono piuttosto il territorio di confine con problemi più ampi e fondanti. Certo, il Signor Marchese
Beccheria (e gli altri amici milanesi, a cominciare da Pietro Verri) hanno avuto il merito di separare definitivamente il problema
penale da quello teologico-morale. Ma lo stesso Maestro, le cui affollatissime lezioni aveva seguito all'Università di Napoli, Antonio Genovesi, aveva sottolineato con chiarezza il carattere complesso della riflessione sui temi giuridici, in generale, sulla giustizia: "La
scienza delle leggi è la più grande e importante filosofia, e filosofia tutta senso. (...) Un Giudice dunque vorrebbe esser sempre un
profondo, e rischiarato Filosofo, Storico, Politico, Economico; perché gli conviene in ogni giudizio badare al fine della legge". E
ancora, scrive Genovesi: "La materia delle pene è affare così di Politica, come di Diceosina, Montesquieu, Autore del Codice del
genere umano, ha diligentemente mostrati i principali rapporti delle pene con le varie maniere di Governo. Tra gli scrittori moderni
merita grandissima lode l'Autore d'un'operetta assai dotta, e ragionata, De' delitti, e delle pene". E la questione aveva le stesse
dimensioni generali negli Autori, cui Genovesi si richiama; Grozio e Hobbes, "Ugon Grozio, il primo, che si studiasse di darci un
sistema di Diceosina, ed il quale aveva molto studiato i libri de' Rabbini, deriva il diritto di punire da Dio, e quel di Dio da una potenza
irresistibile. Hobbes aveva pensato al medesimo modo". Né a Genovesi sfuggivano le implicazioni del ragionamento: "Ma se in Dio,
il jus di punire, non è che la sua onnipotenza, o non vi è giustizia, o è la forza. (...) Qual sarà dunque la vera sorgente delle giuste
pene?". Lo stesso Spinoza, come Genovesi ricorda esplicitamente in nota, per questa via non era riuscito a evitare l'ateismo.
Facendo sua la sostanza dei ragionamenti di Genovesi e di Filangieri, Pagano scorge pertanto nel diritto l'indice più sicuro del livello
di civiltà cui un popolo è giunto. Si legge infatti nel IV dei Saggi politici: "Vuoi conoscere se un popolo sia ancor cinto dalle tenebre
della barbarie, o se già sollevi gli occhi al lume della politezza e civiltà? Apri il codice delle sue leggi. Se questo sia troppo ampio e
diffuso, se le leggi sue sian particolari e molte, abbi per certo che quella nazione è barbara ancora, e molto cammino a compir le
rimane a giungere alla splendida meta della sua coltura. Ma se poche e brevi universali leggi formano un piccolo codice, beata e
felice di già gode il sereno giorno della civile perfezione". |