RASSEGNA STAMPA

27 MARZO 2000
ROBERTO RACINARO
UN "REPÉCHAGE" CRITICO
Pagano, maestro del diritto come spia di civiltà
Il brano che segue è tratto dall'introduzione a "Giustizia criminale e libertà civile" di Francesco Mario Pagano, da oggi in libreria per i tipi degli Editori Riuniti. Ne è autore Roberto Racinaro, cui si deve anche la cura dell'opera.
Gli storici hanno più volte richiamato l'attenzione sulla diversità della cultura politica degli illuministi italiani della seconda metà del XVIII secolo rispetto a quella dei loro colleghi philosophes. I nostri riformatori, si è detto, rappresentano "una classe dirigente illuminata", mentre i philosophes erano già "una nuova corrente politica, un partito". E la tesi, condotta alle estreme conseguenze, finisce con il riguardare le stesse forme di vita e le scelte esistenziali degli illuministi italiani e dei philosophes: "Basta guardare alle biografie degli uomini per vederlo. Voi li immaginate Diderot e Rousseau alti funzionari? Beccaria e Verri furono". Il pensiero corre quasi spontaneamente a tale tesi storiografica quando si voglia determinare la distinzione non tra illuministi italiani e francesi, questa volta, bensì, all'interno stesso dell'illuminismo italiano, tra Francesco Mario Pagano e Cesare Beccaria. E bisognerà ammettere che, in fondo, coglieva nel segno l'editore dei Principj del Codice Penale (Milano 1803), Agnello Nobile, quando osservava al riguardo: "Se a Beccaria ed a Filangieri è dovuto la gloria di aver i primi fondata la teoria di questa giurisprudenza, Pagano avrà sempre il merito di averla il primo applicata alla pratica del foro, e di aver vinto quel pregiudizio, per cui si distingueva la teorica dalla pratica, rimanendo, quella sempre utile, questa sempre barbara". L'osservazione, peraltro, non va affatto letta in senso pragmatico. Pagano, infatti, è ben consapevole della rilevanza eccezionale del discorso sul diritto e la legge, sui delitti e sulle pene. Il diritto e la legislazione criminale, infatti, non sono ancora, semplicemente, una disciplina giuridica speciale. Sono piuttosto il territorio di confine con problemi più ampi e fondanti. Certo, il Signor Marchese Beccheria (e gli altri amici milanesi, a cominciare da Pietro Verri) hanno avuto il merito di separare definitivamente il problema penale da quello teologico-morale. Ma lo stesso Maestro, le cui affollatissime lezioni aveva seguito all'Università di Napoli, Antonio Genovesi, aveva sottolineato con chiarezza il carattere complesso della riflessione sui temi giuridici, in generale, sulla giustizia: "La scienza delle leggi è la più grande e importante filosofia, e filosofia tutta senso. (...) Un Giudice dunque vorrebbe esser sempre un profondo, e rischiarato Filosofo, Storico, Politico, Economico; perché gli conviene in ogni giudizio badare al fine della legge". E ancora, scrive Genovesi: "La materia delle pene è affare così di Politica, come di Diceosina, Montesquieu, Autore del Codice del genere umano, ha diligentemente mostrati i principali rapporti delle pene con le varie maniere di Governo. Tra gli scrittori moderni merita grandissima lode l'Autore d'un'operetta assai dotta, e ragionata, De' delitti, e delle pene". E la questione aveva le stesse dimensioni generali negli Autori, cui Genovesi si richiama; Grozio e Hobbes, "Ugon Grozio, il primo, che si studiasse di darci un sistema di Diceosina, ed il quale aveva molto studiato i libri de' Rabbini, deriva il diritto di punire da Dio, e quel di Dio da una potenza irresistibile. Hobbes aveva pensato al medesimo modo". Né a Genovesi sfuggivano le implicazioni del ragionamento: "Ma se in Dio, il jus di punire, non è che la sua onnipotenza, o non vi è giustizia, o è la forza. (...) Qual sarà dunque la vera sorgente delle giuste pene?". Lo stesso Spinoza, come Genovesi ricorda esplicitamente in nota, per questa via non era riuscito a evitare l'ateismo. Facendo sua la sostanza dei ragionamenti di Genovesi e di Filangieri, Pagano scorge pertanto nel diritto l'indice più sicuro del livello di civiltà cui un popolo è giunto. Si legge infatti nel IV dei Saggi politici: "Vuoi conoscere se un popolo sia ancor cinto dalle tenebre della barbarie, o se già sollevi gli occhi al lume della politezza e civiltà? Apri il codice delle sue leggi. Se questo sia troppo ampio e diffuso, se le leggi sue sian particolari e molte, abbi per certo che quella nazione è barbara ancora, e molto cammino a compir le rimane a giungere alla splendida meta della sua coltura. Ma se poche e brevi universali leggi formano un piccolo codice, beata e felice di già gode il sereno giorno della civile perfezione".
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vedi anche
Filosofia (e) politica