RASSEGNA STAMPA

26 MARZO 2000
GIORGIO COSMACINI
La tormentata storia del rapporto tra medico e paziente
In una rappresentazione storica, con valenza attuale, del rapporto medico-paziente non può non partire da Ippocrate, padre della medicina laica occidentale. In questa il rapporto aveva una sua peculiarità, recepita dalla stessa lingua greca, che contemplava un caso nominale e una forma verbale - il "duale" - propri di una relazione "a due" come quella d'amore e d'amicizia. Pilastri portanti del rapporto medico-paziente erano appunto la philia, l'"amicizia", e finanche l'agàpe, 1'"affetto". Prerequisito dello iatros agathòs, del "buon medico", era non solo la "tecnofilia", l'amore per l'arte, ma anche la "filantropia", l'amore per l'uomo. Il rapporto del medico con il malato, in sé squilibrato e asimmetrico poiché al sapere-potere del primo corrispondeva la dipendenza passiva del secondo, era riequilibrato e riportato m simmetria dal dovere che il medico responsabilmente si dava - si pensi al dettato deontologico del "giuramento di Ippocrate" - per garantire in certo qual modo al paziente di essere adeguatamente curato.
Questa tipologia originaria ha mostrato, attraverso i secoli, la tendenza a farsi, nelle intenzioni, perenne. Ancor oggi il neolaureato in medicina ripete la formula del giuramento ippocratico (spesso con partecipazione non diversa da quella con cui il calciatore azzurro ripete le note dell'inno di Mameli).Tutto ciò ha molto dello stereotipo, di una rappresentazione eccessivamente semplificata e schematica, come tale contraddetta dalla stessa realtà storica. Il modo poc'anzi descritto non costituiva infatti l'unico modo di rapportarsi del medico. Nel testo ippocratico Perì tèchnes, "sull'arte", recentemente esplorato da Alberto Jori (Medicina e medici nell'antica Grecia, il Mulino 1996), il vero sapere medico era refrattario all'apporto del paziente, al rapporto umano del medico con lui, al credito dato alla stona da lui narrata. Invece che un rapporto basato sull'ascolto e il dialogo, il rapporto si basava per molti sulla sordità e sul silenzio, sulla gestione esclusiva, da parte del medico, di un sapere già concluso, formalizzato, elitario.
La norma del rapporto medico-paziente fu dunque, originariamente, ben lontana dall'essere univoca? E fra i due polì delineati si dipanarono, storicamente, filoni d'intreccio o trame di ambiguità? Galeno, l'erede tardo-antico di Ippocrate, delineò cinque secoli dopo la figura del medicus gratiosus, "amabile" nel rapporto con il malato e a costui "bene accetto": un medico dal discorso contenuto ma eloquente, dal gesto confidenziale ma autorevole (o autoritario), dall'abito elegante ma sobrio, in ogni caso capace di modulare il proprio atteggiamento verso l'uno o l'altro estremo a seconda delle opportunità e delle preferenze del malato, intuite ed esaudite.
Se dei doveri del medico si occupa la deontologia professionale (e gli ordini dei medici), della sua morale si occupa l'etica (cioè la sua coscienza): tà ethikà significa appunto, in Aristotele, "le cose morali". Ma nel passato l'"etica" ha sempre portato nel proprio grembo una sua creatura, un suo prodotto in miniatura, come tale definito con un termine diminutivo o vezzeggiativo: "etichetta". I "galatei medici" fioriti nell'Ottocento, ora in forma semplificata, ora in veste aulica, si sono fatti portatori delle istanze di ricostruzione professionale del medico dapprima sul piano dell'etichetta, della ritualità. In un Discorso della morale del medico (Milano 1852) si legge: "Sta bene che il medico abbiasi esperienza delle cose, la quale procacciassi coll'usare il mondo, onde conoscere le passioni e sapesse quinci il maneggio. Con che verrà a posseder l'arte malagevole di aggirar in certa qual maniera, e regolare o per dir meglio dominare gli animi de' clienti suoi". Ma in un secondo tempo la stessa letteratura moraleggiante si è fatta portatrice delle istanze di ben altra ricostruzione, ideale o ideologica. In un Galateo del medico (Napoli 1873) si legge: "L'esercizio di nostra professione ci mette a contatto con tanti mali e tante miserie sociali, che non dovrebbe aversi cuore per rimanervi insensibile, e non desiderare un governo libero che intenda davvero a sollevarli. Il medico si aggira e vive in mezzo al popolo, e pensa con il popolo; è depositario di suoi dolori e di sue speranze, e anche a non volerlo diviene democratico d'indole".
L'etica o l'etichetta del rapporto medico-paziente, elaborando la parola d'ordine "scienza e umanità" pronunciata da molti medici fra Ottocento e Novecento, ha incorporato nella professione anche un impegno civile e sociale che nel secolo da poco trascorso si è più volte cimentato, confrontato, scontrato, integrato con un periodico e incorrente riflusso nel privato. Abbiamo vissuto e viviamo l'età della rivoluzione tecnologica che in medicina ha portato a un grande sviluppo scientifico-tecnico, con grandi ricadute vantaggiose, e ha contribuito in larga misura a un progresso trascurabile in termini di maggior quantità e miglior qualità di vita per l'uomo.
Ma, come ha scritto Norberto Bobbio, "mentre il progresso tecnicoscientifico non cessa di suscitare la nostra meraviglia e il nostro entusiasmo, continuiamo sul tema del progresso morale a interrogarci esattamente come duemila anni fa".
Duemila anni fa era l'epoca del medico ippocratico. Ritornare a Ippocrate, dunque? Ma ritornare (a prescindere dagli storici o antistorici corsi e ricorsi) al medico ippocratico che ascoltava e dialogava, oppure ritornare a quello che riconduceva (riduceva) il rapporto con il malato a un atto tecnico silenzioso e distaccato? In passato, "tutto quello che il malato aveva da fare era di diventare paziente in tutti i significati del termine", scrive Sandro Spinsanti Chi ha potere sul mio corpo? Nuovi rapporti tra medico e paziente, Edizioni Paoline, 1999). Il malato pazientemente aspettava che il medico, da buon osservante del giuramento ippocratico, prestasse la sua opera diretta a procurargli un beneficio. La beneficialità era il referente cardinale del rapporto medico-paziente.
Oggi l'etica ha cambiato etichetta. In una nuova visione, il medico non è più un buon padre o un franco alleato, è un organizzatore di tecniche e di pratiche ispirate a una filosofia della cura dove etica ed economia sono le due facce di una stessa pregiata moneta da investire nella cura della persona. Con tutto ciò, il prerequisito fondamentale del buon curante resta, a parer mio, la religio medici, una "religiosità laica" che trasforma l'"aver potere" nell'"aver cura" e che, dove sia profondamente vissuta, non lascia spazio a guerre di religione, esecrabili sempre, ma soprattutto nel campo della difesa della salute.
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Bioetica