RASSEGNA STAMPA

22 MARZO 2000
FLAVIO BARONCELLI
Il Capitalismo? E' una utopia anarchica
Il Saggiatore ripubblica Nozick. "Stato minimo" contro Welfare
Un testo uscito nell'81 che era introvabile. La discussione con Rawls
Una teoria del mercato che dovrebbe essere rimeditata anche dagli ultraliberisti
Judith N. Shklar, "I volti dell'ingiustizia. Iniquità o cattiva sorte?", 158 pagine, 35 mila lire, Feltrinelli
Il dibattito teorico politico degli ultimi vent'anni è stato largamente condizionato, anche in Italia, dai due testi ricordati qui accanto da Flavio Baroncelli, "la società giusta" di Rawls, e il libro di Nozick. Esistono naturalmente altri approcci al problema della giustizia e alla funzione che la società, la politica, il mercato, la cultura possono svolgere perché le diseguaglianze nella condizione delle persone non risultino insopportabili. Una tesi originale viene sempre dagli Stati Uniti: Feltrinelli ha tradotto e mandato in libreria in questi giorni "I volti dell'ingiustizia. Iniquità o cattiva sorte?" (158 pagine, 35 mila lire) di Judith N. Shklar, un'autrice di origine lettone, morta negli Usa nel '92, dove insegnava scienze politiche a Harvard. Alla tesi liberista che nel mercato ognuno può trovare libertà e opportunità, la Shklar oppone l'idea che "la differenza tra sfortuna e ingiustizia chiama in causa la nostra disponibilità e la nostra capacità di agire o non agire nell'interesse delle vittime".Viene in gioco l'esigenza di ridefinire il senso della legge e delle norme etiche, e l'autrice preferisce ripartire da una rimeditazione dei dubbi di Platone, Agostino e Montaigne, piuttosto che dal pensiero normativo di Nozick e Rawls.
La prima traduzione di "Anarchia, stato e utopia" (Fondazione Agnelli- Le Monnier) esce in Italia nel 1981.Colpisce per il titolo, e per un'introduzione in cui Sergio Ricossa, ispiratore dell'edizione, simpaticamente racconta che "Nozyck" gli è apparso, più o meno, come la madonna.
Nel 1981 il lettore italiano meno esperto impara da Nozick, 1) che esistono degli anarchici individualisti, e anche degli anarcocapitalisti; 2) che, contro la loro opinione, si può giustificare moralmente l'esistenza dello stato minimo; 3) che tale John Rawls, in America già considerato un classico, ha giustificato lo stato sociale teorizzando una particolare miscela di libertà, produttività e solidarietà; 4) che il suddetto Rawls, pur grandissimo pensatore, ha ingannato tutti e se stesso, in quanto è impossibile mostrare una via che porti oltre lo stato minimo, e non implichi arbitrarie violazioni del diritti individuali. In più, il lettore attento nota un'ossatura argomentativa che, se presa sul serio, rende quel libro una critica al capitalismo reale fatta dall'interno, sì, ma non per questo meno mortale. Per Nozick il capitalismo e il liberismo sfrenati offrono l'unico assetto sociale moralmente accettabile, perché solo così i beni risultano appartenenti a chi ha un titolo valido per possedere. Questo accade però solo nello stato minimo ideale. Per realizzare nel mondo reale la moralità nozickiana, si dovrebbe ripartire da zero, perché una revisione dei titoli boccerebbe sì le pensioni di invalidità, ma anche i guadagni di professionisti che, in combutta con lo stato, detengono il monopolio della professione tramite gli ordini professionali, e sequestrerebbe le ricchezze della mafia, ma anche quelle di imprenditori che dallo stato padre e padrone hanno legalmente comprato la terra, il sottosuolo e anche il cielo. Poco dopo, nel 1982, Sebastiano Maffettone (che oggi, con traduzione di Giampaolo Ferranti, per Il saggiatore, 382 pp, £.49.000, introduce come neppure Nozick saprebbe fare la nuova edizione di "Anarchia Stato Utopia") traduce "Una teoria della giustizia" di Rawls, e allora anche in Italia si forma la coppia fissa: Rawls, ovvero della giustizia distributiva Nozick, ovvero della giustizia retributiva: welfare state contro stato minino. Dopo un pò di tempo tutti prendono atto del fatto che all'origine Rawls viene prima di Nozick, e Nozick tende ad essere letto come il più radicale dei suoi avversari di destra. Sfuma la presenza degli anarchici, e tutta quanta l'ispirazione da utopia libertaria di molte parti di questo composito volume; si dimenticano i mille fuochi d'artificio di varia filosofia che scoppiettano in ogni pagina, e la sfida a mostrare i titoli validi non se la ricorda più nessuno. Anche perché nel frattempo la prima edizione (con quella sua vestina tipografica simile alla divisa di una squadra di calcio che abbia dovuto scegliersi i colori per ultima), non si trova più, e si incomincia a citarlo davvero come un classico, ossia sulla base di ricordi sbiaditi e di riassunti parziali. Per una quindicina d'anni, ogni primavera, qualche professore progetta di fare un bel corso confrontando Rawls e Nozick, e poi gli viene in mente che no, accidenti, non si può fare perché Nozick è esaurito.
Quei professori compreranno la nuova edizione, qualcuno si stupirà del nuovo, fisichelliano sottotitolo ("Quanto stato ci serve?"), ma forse pochi faranno oggi tutti quei corsi che volevano fare ieri, perché per molti aspetti Nozick non è, oggi, insostituibile come allora. Oggi possiamo leggere in italiano parecchi anarchici ed anarco-capitalisti, e sono anche molto più conosciuti direttamente quegli autori della scuola austriaca cui Nozick si era manifestamente ispirato: Von Misese Hayek.
Come fervidamente auspicava Ricossa in quelle tre paginette di vent'anni fa, gli Italiani sono oggi molto meno ignoranti riguardo alle matrici individualistiche del liberismo e anche di parecchio liberalismo.
Eppure c'è ancora qualcosa da auspicare, e la cosa si fa evidente proprio rileggendo Nozick così com'era.
C'è da auspicare che, oggi che gli ideali individualistici non sono più visti come il demonio, almeno gli studiosi seri che coltivano per seri motivi ideali i modelli della destra economica imparino a distinguere l'ideale dal reale. Siccome in genere hanno l'aria di uomini coi piedi per terra, e criticano i sogni della sinistra, un auspicio del genere può sembrare strano.
Eppure è così. Ci sono volute molte generazioni e tantissimi orrori, ma infine, almeno a partire dal '68, si è affacciata alla storia una generazione di persone dì sinistra che ha incominciato, dapprima timidamente, a dubitare che il socialismo reale somigliasse agli ideali del comunismo più di una qualsiasi socialdemocrazia liberale. Oggi sono rimasti in pochi a pensare che, siccome Marx ha detto (anche) tante cose giuste e siccome il capitalismo è spietato, allora la Corea del Nord è un bel posto dove vivere.
Questo processo, negli intellettuali che coltivano nobilissimi ideali individualisti, è molto meno maturo; se ne colgono solo dei pallidi sintomi. Per lo più, i capitalisti reali, che nella logica di Nozick dovrebbero subito mollare dalla prima all'ultima lira, vengono visti come qualcosa di abbastanza simile all'ideale da poter giustificare uno schieramento politico a loro favore. Hayek viene citato anche in televisione per invitare a votare il Polo, e nessuno si sogna di ricordare che per lui era ovvio che ciascuno, in una società che grazie al liberismo produce abbondanza, avesse una sorta di salario minimo. Perfino il vecchio Spooner, che passò la vita a combattere contro le false realizzazioni del suoi ideali, ossia contro lo stato del grande capitale, le banche, e perfino contro la guerra "antischiavista", fa bella figura in una foto di gruppo in cui vaghe somiglianze giustificano la presenza di chiunque.
E' spesso, lecitamente bugiarda propaganda, ma a volte è anche sincera immaturità. Lo stesso Nozick nel recente "Socratic Puzzles" (tradotto l'anno scorso per Cortina) si chiede perché tanti intellettuale siano contro il capitalismo, e fornisce, come al solito, spiegazioni molto intelligenti. Ma dimentica di rammentare che alcuni decisivi argomenti per essere contro il capitalismo reale si possono trovare anche in quel suo primo fortunatissimo libro.
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vedi anche
Filosofia (e) politica