RASSEGNA STAMPA

22 MARZO 2000
ITALO MANCINI
Tra agonia e profezia con Edith Stein e Pascal
Anticipiamo in questa pagina un brano di "Frammento su Dio" di Italo Mancini. Il libro, postumo, come scrive Graziano Ripanti nell'introduzione, "costituisce l'ultima - in senso biografico e speculativo - risposta a questi essenziali interrogativi: come sono possibili dopo la rovina, irreparabile almeno dopo Auschwitz, della ragione dialettica, il "pensare" caratterizzante l'umano e il pensare "Dio", l'Oggetto altissimo, irraggiungibile eppure irrinunciabile per la ragione?", Italo Mancini (1925-1993) č stato professore di Filosofia della religione e Filosofia del diritto all'Universitą di Urbino. Tra le sue opere: Novecento teologico (1977), "Filosofia della religione" (1986), L'ethos dell'Occidente (1990), Scritti cristiani (1992), Filosofia della prassi (1998), Come leggere Maritain (1993), Bonhoeffer (1995).
Come arriva una persona ad avere una conoscenza spregiudicata di Dio e a ritenere che la natura non č autosufficiente e la storia non ha in sč la spiegazione totale? Edith Stein, sia per salvare la logica dei simboli sia per la fedeltą alla veritą, analizza tre cespiti di questa avventura: la conoscenza naturale di Dio, quella attraverso la fede, quella infine della esperienza mistica. In tutti e tre i casi si manifesta la grandezza e la povertą del ricorso al simbolo, che, almeno nel primo caso, sembra avere anche una sua autonomia di traslazione teologica. Esiste una teologia naturale? Tommaso d'Aquino fa rientrare nella teologia naturale la distinzione fatta da Dionigi fra teologia "naturale e aperta", che procede con "dimostrazioni filosofiche" e, quella "arcana e mistica". A dire il vero Dionigi non č molto chiaro anche se risulta una dimensione dell'aspetto logico su quello simbolico. "Il teologo primordiale", come dice Dionigi, č certamente Dio, ma il mondo, opera delle sue mani, č la forma prima della teologia simbolica. E la chiave dei suoi simboli, dei suoi misteri criptici non ce l'hanno solo i credenti e gli eletti, ma ogni uomo che sappia riflettere e sappia intuire. Pur restando chiaro che altri cibi, e "solidi" e "liquidi", ossia nel campo delle pietrose veritą e in quello delle mobili esperienze, la "coppa di mescita" della teologia simbolica offrirą a coloro che gią camminano nella fede e sono capaci e fatti degni, da questo cammino che č un'ascesa, dell'esperienza mistica. Non č stata forse Teresa di Lisieux ad aver provato e descritto una notte oscura di fede e il venir meno di ogni appiglio di sensatezza come per una esplosione di non senso e di niente di fronte a tutto proprio nel momento culminante della sua vita di fede e di amore?
Non manca dunque la distretta nel mondo della fede, anche di fronte a credenti forti e ispirati per l'implesso inestricabile di luce ed ombra, onde il ricorso alla teologia simbolica che stringa nel suo ossimoro la contraddittorietą semantica, quella che nel capitolo IV del primo libro delle Confessiones Agostino ha elencato in una lunga litania di termini contraddittori che vanno usati per Dio in entrambe le serie. Problemi di certezza, di luce e di ricorso al simbolo ci sono e, quasi ingigantiti in quella che possiamo chiamare esperienza mistica o profetica in senso forte. Sembra il vertice, ma la sicurezza non basta, il possesso č continuamente rischiato, e il linguaggio puro č quanto mai inadeguato e necessita il ricorso al simbolo e alla copertura metafisica, come č fin troppo dimostrato dalla letteratura mistica dei grandi, come Teresa d'Avila e Giovanni della Croce. Quello della teologia č un vero ossimoro simbolico, capace di dare alla storia un supplemento d'anima, che č quello della profezia, il vero modo di essere e di fare teologia, secondo l'antica visione di Dionigi (Pseudo) Aeropagita. La povertą del simbolo si rivela una "legge della cornucopia", capace di arrestare ogni forma di fanatismo unilaterale. Quando Pascal parlava di "agonia" ininterrotta per la presenza di Cristo al mondo parlava, insieme, di questa grandezza per non disperare; miseria per non insuperbire. Č suo il grande ossimoro della ragione "saggia e folle" (fr. 558), saggia per il potere di confutare, folle per l'impossibilitą di dimostrare. Si tratta di rimanere seri e pensosi che Dio parli lą dove si parla di lui.
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vedi anche
Filosofia e Religione