Una scuola che insegni a ragionare| Il documento ministeriale sull'insegnamento della filosofia negli anni dell'obbligo approvato giovedì scorso |
| La riforma della scuola progettata e messa in atto dal ministro Berlinguer
ha suscitato innumerevoli discussioni in molti giornali e settimanali.
Poche volte, però, tali discussioni sono state impostate e condotte su
un piano critico metodologico veramente adeguato.
Come è noto, il ministro Berlinguer ha iniziato i suoi lavori consultando
un gruppo di esponenti delle varie branche della cultura - che la stampa
ha denominato "gruppo dei saggi" - al fine di poter tracciare un quadro
di quelli che possono, a giusta ragione, considerarsi i contenuti di base
del sapere che l'uomo del 2000 dovrebbe necessariamente conoscere.
Proprio nella prima delle riunioni dei "saggi", io stesso ho sollevato il
problema della filosofia, proponendo di estenderla a tutte le scuole
superiori, naturalmente con uno specifico taglio differenziato, in funzione
delle caratteristiche dei singoli tipi di scuola. La mia proposta era
motivata, oltre che da ragioni di carattere teorico, da due motivi di
carattere pragmatico: in primo luogo ho constatato che in quei Paesi nei
quali la filosofia è stata tolta dal curriculum e sostituita con scienze
umane è nato un profondo pentimento e un conseguente tentativo di
porre rimedio a quella eliminazione; in secondo luogo, sulla base delle
vendite dei testi delle collane dei Classici della filosofia, mi sono reso
conto dell'interesse tutt'altro che trascurabile che il pubblico da un po' di
tempo manifesta per questa disciplina.
Ricordo che in quella prima riunione hanno preso la difesa di questa
richiesta due personaggi di opposte tendenze, con argomentazioni
convergenti molto significative: Eugenio Scalfari e il cardinale Tonini.
Scalfari, in primo luogo, ha messo in rilievo il fatto che dalle richieste di
non pochi lettori del suo giornale, "la Repubblica", emergeva
chiaramente una rinascita di interesse per i problemi filosofici; in
secondo luogo, ha richiamato l'attenzione sulla portata critica altamente
formativa del pensiero filosofico. Il cardinale Tonini, a sua volta, ha
rilevato che molti giovani tendono a ragionare sempre di meno e a
lasciarsi guidare nel loro agire dagli istinti, dalle emozioni e dai
sentimenti. In particolare, ha richiamato l'attenzione su un fatto
sconcertante, ma assai eloquente: alcuni dei giovani che avevano
lanciato i sassi da un cavalcavia, causando la morte di un passeggero di
una delle automobili colpite, non hanno saputo dare altra ragione del loro
comportamento, se non affermando che hanno "sentito la voglia" di fare
quello. Quei giovani mostravano, inoltre, di non avere alcuna
dimestichezza con i ragionamenti logici e in particolare con i nessi
strutturali fra "causa" ed "effetto" delle proprie azioni. E dunque, diceva
Tonini, più che mai si impone la necessità di riabituare i giovani a
ragionare, e questo proprio la filosofia lo potrebbe fare in modo egregio.
In una delle sedute successive, Evandro Agazzi ha ulteriormente
rafforzato le argomentazioni a favore dell'insegnamento della filosofia,
mettendo ben in rilievo il fatto - per lo più non considerato - che una
impostazione critica dei discorsi e una mentalità antidogmatica è
derivata e può derivare soltanto dalla filosofia e dalla cultura umanistica,
mentre la cultura scientifica può contribuire a formare una mentalità che
tende al dogmatismo.
Ma il ministro Berlinguer, con sorpresa, ha superato tutte le aspettative,
collocandosi su una posizione di avanguardia: la filosofia va introdotta
non solo in tutti gli indirizzi del triennio delle scuole superiori, ma anche
nella scuola dell'obbligo, e quindi va insegnata anche ai ragazzi fra i 13 e
i 15 anni. Se tale progetto verrà realizzato, l'Italia, in questo campo,
verrebbe a porsi all'avanguardia a livello internazionale.
Molti lettori si stupiranno di questo, e si porranno il quesito: ma i ragazzi
fra i 13 e 15 anni saranno davvero in grado di recepire e far propri discorsi
così complessi come quelli della filosofia?
Per dare una risposta convincente a questa domanda, ritengo opportuno
fornire al lettore una notizia che i giornali finora non hanno diffuso. Non
per iniziativa del ministero della Pubblica istruzione, ma del Crif (Centro
di ricerche per l'insegnamento della filosofia) è stato messo in atto un
esperimento di insegnamento della filosofia addirittura nelle scuole
elementari in sette sedi sparse nelle varie parti d'Italia. Ho avuto
dettagliate informazioni da uno dei professori di filosofia (Vincenzo
Cicero, noto traduttore delle opere di Hegel) che ha accettato di svolgere
questo compito in due classi della seconda elementare in una località
della Sicilia.
Il professore è partito dalla lettura e dalla recitazione di Alice nel paese
delle meraviglie, e successivamente ha cercato di condurre i ragazzi dal
piano delle immagini a quello dei concetti, facendo emergere problemi
come il "che cos'è" la cosa di cui si parla, la evidenziazione della
"causa" e dell'"effetto", l'inferenza dal "particolare" all'"universale", la
domanda sul "perché", e così di seguito. E i ragazzi hanno dimostrato
di rispondere al gioco filosofico in modo esaltante e con sorprendente
interesse.
Questo è solo un esperimento che non potrà certo avere ampia
diffusione, per una serie di ragioni che si possono bene immaginare.
Invece, l'introduzione della filosofia nella scuola dell'obbligo si sta
profilando come una realtà. Lo scopo che si vorrebbe raggiungere viene
riassunto in un "Documento di sintesi redatto dalla commissione di
Studio", costituita dal ministro Berlinguer, nel modo che segue: "La
capacità di comprendere, o confutare argomentazioni di tipo assertivo
(questioni di verità) o di tipo prescrittivo (norme, questioni di valore)
costituisce parte integrante dei diritti culturali del cittadino in via di
formazione. Questa capacità, almeno in forma embrionale, deve essere
costruita già a partire da tutti i bienni terminali della scuola dell'obbligo.
Essa potrà contribuire, da un lato a costruire una rete critico-protettiva
rispetto al condizionamento imposto dal proliferare dei messaggi
ambientali e offrire una sorta di "camera di decompressione" rispetto
all'assorbimento mediatico delle notizie; dall'altro a costruire
progressivamente forme autonome di soggettività conoscitiva e
collaborativa. Occorre rendere consapevoli nei giovani i modi e le
tecniche del dialogo e dell'argomentazione corretta; rafforzare le basi del
costume democratico, esercitandoli al dibattito e - insieme -
all'ascolto delle ragioni altrui; legare l'insegnamento della filosofia alla
ricerca delle motivazioni del sapere, spiegando - anche col concorso di
altre discipline - il valore delle conoscenze non immediatamente
traducibili nella pratica; chiarire la natura delle scelte e dei dilemmi
morali; prospettare i rapporti strutturali fra la dimensione etica e quella
politica; dare i rudimenti critici del giudizio estetico, in modo che esso
non appaia legato al semplice arbitrio individuale".
Naturalmente, questo costituisce il maximum, ma se anche si
realizzasse la metà di quanto auspicato nel testo letto, si tratterebbe di
un guadagno di indubbio rilievo.
Va ricordato che negli adolescenti (in particolare fra quelli dai 13 ai 15
anni) emergono nella maniera più forte i mali della società. Il
filosofo-sociologo Edgar Morin scrive: "L'adolescente è l'anello debole
della società: esce dal guscio dell'infanzia, aspira a un'esistenza piena,
non è ancora integrato nel mondo lavorativo degli adulti. In lui fermentano
aspirazioni, rivolte, angosce. ... L'adolescente è l'anello dove le
debolezze dell'intera catena sociale raggiungono il punto di rottura".
E, allora, l'aiutare a imparare a ragionare nei modi sopra indicati
costituisce senza dubbio uno dei compiti essenziali e ineliminabili della
scuola dell'obbligo del 2000. E la filosofia potrebbe prestarsi a
raggiungere questo scopo nel modo migliore. |