RASSEGNA STAMPA

19 MARZO 2000
ARMANDO MASSARENTI
Fare i conti con Frankestein
Ancora oggi le "creatura della Shelly pervade l'immaginario biologico e polarizza il dibattito pubblico
Jon Turney, "Sulle tracce di Frankenstein. Scienza, genetica e cultura popolare", traduzione di Rosaria Trovato, Edizioni di Comunità, Torino 2000, pagg. 350, L. 38.000.
"Io mi detti molto da fare a pensare una storia... che parlasse alle misteriose paure sepolte nella nostra natura, e che risvegliasse brividi di orrore". Così scriveva Mary Shelley nella prefazione dell'edizione del 1831 del suo Frankenstein, o Il moderno Prometeo, un romanzo nato in ambiente romantico, pubblicato originariamente nel 1818, che aveva già avuto un grande successo di pubblico, anche sulla spinta delle prime riscritture teatrali. Frankenstein infatti divenne subito un mito, al pari del Prometeo del sottotitolo. Un mito moderno, però, come spiega Jon Turney nella sua brillante ricostruzione dei mille modi in cui la storia di Mary Shelley è stata ripresa per quasi due secoli, fino a oggi.
Sulle tracce di Frankenstein è il racconto illuminante di come tutte le storie ispirate da quel primo romanzo - opere teatrali, narrative, film, serie televisive, fumetti, vignette, videogiochi, articoli giornalistici - presentino, al di là delle molteplici varianti, alcune caratteristiche comuni ben identificabili e assolutamente inconfondibili. È per questo che, ad esempio, quando i movimenti ambientalisti, riferendosi ai cibi geneticamente modificati, coniano un'espressione come frankenstein food, capiamo immediatamente che cosa intendono, e anche che il loro atteggiamento non è conciliante. Turney ci racconta la storia che ha reso possibile questa immediata riconoscibilità. Ciò che resta immutato, nelle migliaia di storie che si ispirano a Frankenstein, è la vicenda di uno scienziato, più o meno ben intenzionato, che su basi meramente materialistiche, senza riferimento a forze soprannaturali (e questo lo distingue dai miti antichi e da un altro potente mito della modernità, con cui in parte si intreccia, quello del Faust di Goethe), è in grado di rendere l'umanità padrona della vita e della morte - o di consegnarle "il segreto della vita" - ma che suo malgrado non riesce a controllare la sua creatura o le conseguenze delle proprie scoperte.
Si spiega così perché Frankenstein abbia dominato il dibattito sulla vivisezione nell'Inghilterra vittoriana, le risposte sulla possibilità di creare la vita in laboratorio all'inizio del 900, e che oggi venga evocato nelle controversie sull'ingegneria genetica, sulla clonazione, sulla fecondazione in vitro, sul Progetto Genoma. Quella raccontata da Turney è "la storia di una continuità, di una chiara linea genealogica che va dal racconto di Mary Shelley fino a oggi". Una storia delle percezioni popolari della scienza, delle paure irrazionali più diffuse. In particolare di quelle relative alla biologia, delle quali il mostro di Frankenstein è rimasto il rappresentante per eccellenza, nonostante fosse stato "creato" in un'epoca in cui questa non si presentava ancora come una disciplina autonoma.
Frankenstein, nel romanzo della Shelley, è infatti legato all'immagine di una scienza statica, erede della tradizione degli anatomisti e della visione meccanicistica del corpo umano di Descartes La Mettrie, che vive all'ombra dei trafugamenti di cadaveri dai cimiteri, e che si infervora per la scoperta dell'elettricità animale. Questo è il contesto in cui si muove Shelley, che conosceva bene la scienza del suo tempo, e ne condivideva gli entusiasmi e le conseguenze materialistiche e ateistiche, proprie dell'ambiente romantico che frequentava. Ma il suo mito rimase indenne alla nascita della biologia sperimentale e a tutti i suoi ulteriori sviluppi. Anzi, si è via via rafforzato, perché, al di là del background meccanicistico e antivitalistico, esprimeva in anticipo ciò che man mano sarebbe divenuto realtà: la costituzione di una scienza dinamica, capace di trasformare e manipolare la vita. Ed insieme anticipava l'atteggiamento ambivalente, di entusiasmo e di inquietudine, che ancora oggi domina le immagini pubbliche della biologia. Oggi che la scienza della vita è a un passo dalla sua definitiva maturità, Turney ritiene che sia giunto il momento di fare i conti con Frankenstein.
Ma non perché i difensori della scienza - in genere gli scienziati stessi - non debbano a loro volta raccontare storie. In realtà lo hanno sempre fatto, e quasi sempre con varianti delle stesse storie raccontate dai detrattori, quella di Frankenstein in testa. Di Frankenstein non ci libereremo mai - dice Turney -, tanto è radicata questa storia nella nostra cultura. Tuttavia è significativo che l'uso che se ne fa come risorsa retorica stia diventando meno frequente. Questo perché le questioni sul tappeto sono di una complessità crescente, e non implicano risposte nette.
La stessa opinione pubblica è in grado di distinguere. A leggere alcuni sondaggi, citati da Turney, essa non appare completamente pervasa da quell'onda di romanticismo antiscientifico denunciato dallo storico Gerard Holton o dal biologo Lewis Wolpert, presidente delle Commissione britannica per la comprensione pubblica della scienza, che parla di "pornografia genetica" riferendosi al modo in cui i giornali affrontano i temi biologici. "La gente - scrive Turney - accoglie alcuni sviluppi ed esita di fronte ad altri, sostiene alcuni filoni di ricerca ma desidera vederne altri limitati o del tutto bloccati"; "che si guardi al passato o al presente, si deve evitare uno sguardo semplicistico. Non esiste un'entità unica, semplice, chiamata "scienza", né esiste un unico "pubblico"". Di Frankenstein non ci libereremo mai, neppure dopo la lettura di questo splendido libro. Ma se la sua immagine è destinata a essere usata ancora nei dibattiti pubblici, deve essere anche chiaro che essa giova poco sia ai sostenitori che ai detrattori della biologia. Impedisce infatti "il compito necessario di accordarsi su come controllare i nuovi poteri tecnologici che si stanno sviluppando nei laboratori; invita a risposte del tipo tutto o niente su un complesso di sviluppi, mentre invece dovremmo insistere sul nostro diritto a sceglierne alcuni e a bloccarne altri"; e, infine, inibisce l'immaginazione persino di alcuni romanzieri favorevoli alle biotecnologie, che loro malgrado non riescono a uscire dallo schema con cui due secoli fa una diciottenne aveva impostato la sua geniale ghost story.
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