Fare i conti con Frankestein| Ancora oggi le "creatura della Shelly pervade l'immaginario biologico e polarizza il dibattito pubblico |
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| Jon Turney, "Sulle tracce di Frankenstein. Scienza, genetica e cultura
popolare", traduzione di Rosaria Trovato, Edizioni di Comunità, Torino
2000, pagg. 350, L. 38.000. | "Io mi detti molto da fare a pensare una storia... che parlasse alle
misteriose paure sepolte nella nostra natura, e che risvegliasse brividi di
orrore". Così scriveva Mary Shelley nella prefazione dell'edizione del
1831 del suo Frankenstein, o Il moderno Prometeo, un romanzo nato in
ambiente romantico, pubblicato originariamente nel 1818, che aveva già
avuto un grande successo di pubblico, anche sulla spinta delle prime
riscritture teatrali. Frankenstein infatti divenne subito un mito, al pari del
Prometeo del sottotitolo. Un mito moderno, però, come spiega Jon
Turney nella sua brillante ricostruzione dei mille modi in cui la storia di
Mary Shelley è stata ripresa per quasi due secoli, fino a oggi.
Sulle tracce di Frankenstein è il racconto illuminante di come tutte le
storie ispirate da quel primo romanzo - opere teatrali, narrative, film,
serie televisive, fumetti, vignette, videogiochi, articoli giornalistici -
presentino, al di là delle molteplici varianti, alcune caratteristiche comuni
ben identificabili e assolutamente inconfondibili. È per questo che, ad
esempio, quando i movimenti ambientalisti, riferendosi ai cibi
geneticamente modificati, coniano un'espressione come frankenstein
food, capiamo immediatamente che cosa intendono, e anche che il loro
atteggiamento non è conciliante. Turney ci racconta la storia che ha
reso possibile questa immediata riconoscibilità. Ciò che resta immutato,
nelle migliaia di storie che si ispirano a Frankenstein, è la vicenda di uno
scienziato, più o meno ben intenzionato, che su basi meramente
materialistiche, senza riferimento a forze soprannaturali (e questo lo
distingue dai miti antichi e da un altro potente mito della modernità, con
cui in parte si intreccia, quello del Faust di Goethe), è in grado di
rendere l'umanità padrona della vita e della morte - o di consegnarle "il
segreto della vita" - ma che suo malgrado non riesce a controllare la
sua creatura o le conseguenze delle proprie scoperte.
Si spiega così perché Frankenstein abbia dominato il dibattito sulla
vivisezione nell'Inghilterra vittoriana, le risposte sulla possibilità di creare
la vita in laboratorio all'inizio del 900, e che oggi venga evocato nelle
controversie sull'ingegneria genetica, sulla clonazione, sulla
fecondazione in vitro, sul Progetto Genoma. Quella raccontata da Turney
è "la storia di una continuità, di una chiara linea genealogica che va dal
racconto di Mary Shelley fino a oggi". Una storia delle percezioni
popolari della scienza, delle paure irrazionali più diffuse. In particolare di
quelle relative alla biologia, delle quali il mostro di Frankenstein è
rimasto il rappresentante per eccellenza, nonostante fosse stato
"creato" in un'epoca in cui questa non si presentava ancora come una
disciplina autonoma.
Frankenstein, nel romanzo della Shelley, è infatti legato all'immagine di
una scienza statica, erede della tradizione degli anatomisti e della
visione meccanicistica del corpo umano di Descartes La Mettrie, che
vive all'ombra dei trafugamenti di cadaveri dai cimiteri, e che si infervora
per la scoperta dell'elettricità animale. Questo è il contesto in cui si
muove Shelley, che conosceva bene la scienza del suo tempo, e ne
condivideva gli entusiasmi e le conseguenze materialistiche e ateistiche,
proprie dell'ambiente romantico che frequentava. Ma il suo mito rimase
indenne alla nascita della biologia sperimentale e a tutti i suoi ulteriori
sviluppi. Anzi, si è via via rafforzato, perché, al di là del background
meccanicistico e antivitalistico, esprimeva in anticipo ciò che man mano
sarebbe divenuto realtà: la costituzione di una scienza dinamica, capace
di trasformare e manipolare la vita. Ed insieme anticipava l'atteggiamento
ambivalente, di entusiasmo e di inquietudine, che ancora oggi domina le
immagini pubbliche della biologia.
Oggi che la scienza della vita è a un passo dalla sua definitiva maturità,
Turney ritiene che sia giunto il momento di fare i conti con Frankenstein.
Ma non perché i difensori della scienza - in genere gli scienziati stessi
- non debbano a loro volta raccontare storie. In realtà lo hanno sempre
fatto, e quasi sempre con varianti delle stesse storie raccontate dai
detrattori, quella di Frankenstein in testa. Di Frankenstein non ci
libereremo mai - dice Turney -, tanto è radicata questa storia nella
nostra cultura. Tuttavia è significativo che l'uso che se ne fa come
risorsa retorica stia diventando meno frequente. Questo perché le
questioni sul tappeto sono di una complessità crescente, e non
implicano risposte nette.
La stessa opinione pubblica è in grado di distinguere. A leggere alcuni
sondaggi, citati da Turney, essa non appare completamente pervasa da
quell'onda di romanticismo antiscientifico denunciato dallo storico
Gerard Holton o dal biologo Lewis Wolpert, presidente delle
Commissione britannica per la comprensione pubblica della scienza,
che parla di "pornografia genetica" riferendosi al modo in cui i giornali
affrontano i temi biologici. "La gente - scrive Turney - accoglie alcuni
sviluppi ed esita di fronte ad altri, sostiene alcuni filoni di ricerca ma
desidera vederne altri limitati o del tutto bloccati"; "che si guardi al
passato o al presente, si deve evitare uno sguardo semplicistico. Non
esiste un'entità unica, semplice, chiamata "scienza", né esiste un unico
"pubblico"".
Di Frankenstein non ci libereremo mai, neppure dopo la lettura di questo
splendido libro. Ma se la sua immagine è destinata a essere usata
ancora nei dibattiti pubblici, deve essere anche chiaro che essa giova
poco sia ai sostenitori che ai detrattori della biologia. Impedisce infatti "il
compito necessario di accordarsi su come controllare i nuovi poteri
tecnologici che si stanno sviluppando nei laboratori; invita a risposte del
tipo tutto o niente su un complesso di sviluppi, mentre invece dovremmo
insistere sul nostro diritto a sceglierne alcuni e a bloccarne altri"; e,
infine, inibisce l'immaginazione persino di alcuni romanzieri favorevoli alle
biotecnologie, che loro malgrado non riescono a uscire dallo schema
con cui due secoli fa una diciottenne aveva impostato la sua geniale
ghost story. |