RASSEGNA STAMPA

16 MARZO 2000
PIETRO BIANUCCI
E' iniziata la corsa all'ultimo brevetto
Dulbecco: "Distinguere tra conoscenze e applicazioni"
IL progetto per fare un uomo è scritto in tre miliardi di informazioni contenute nel Dna che forma il nucleo di ognuna delle nostre cellule. Possiano paragonare ogni singola informazione a una lettera, un carattere. Tre miliardi di caratteri corrispondono a cinquemila libri. Dal 1990 scienziati di tutto il mondo stanno leggendo questa grande biblioteca della vita. E' il Progetto Genoma Umano. A grandi linee, l'impresa è già quasi compiuta e per il 2003 la mappa sarà completa anche nei minimi particolari. Dalla lettura scaturiranno cure per le malattie genetiche, nuovi farmaci, forse la soluzione del problema cancro. Di chi sono queste nozioni che migliaia di genetisti stanno raccogliendo, in parte con fondi pubblici e in parte con finanziamenti privati messi a disposizione da potenti multinazionali? Il presidente americano Clinton e il capo del governo inglese Blair si sono pronunciati due giorni fa: queste nozioni devono essere dell'umanità intera, sono conoscenze di base come il teorema di Pitagora o la legge di gravità di Newton. Le aziende private stanno, ovviamente, su altre posizioni. Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina e supervisore della parte italiana del Progetto Genoma, fa una distinzione precisa. "Per rispondere occorre una visione storica del problema. Fino a un anno fa c'erano ricercatori che lavoravano su geni specifici, individuavano la loro funzione e sviluppavano un farmaco, che poi andava messo alla prova sperimentalmente per arrivare infine, se si era fortunati, a un prodotto commerciale. In questo caso i brevetti sono necessari, e io li ho più volte difesi, perché altrimenti la ricerca si bloccherebbe. Ma ora è diventato possibile sequenziare molto in fretta i geni, mettere la sequenza nel computer e con particolari programmi capire, almeno approssimativamente, quali proteine codificano. Ci sono aziende, come la Celera, che fanno questo e immediatamente brevettano i loro risultati senza approfondire lo studio: si tratta di una speci e di brevetto preventivo. Questo non va bene. Ecco perché oggi sono d'accordo con Clinton e Blair: la conoscenza di base del genoma umano deve effettivamente essere patrimonio di tutti. Vede, siamo di fronte a due tipi di conoscenza diversi: una, di carattere generale, è di tutti; l'altra è di carattere tecnico-applicativo". A rendere più delicata la questione c'è il fatto che nel Progetto Genoma si sono mescolati finanziamenti pubblici e privati, e tra quelli privati alcuni sono di Fondazioni senza fini di lucro e altri no. "La parte italiana del Progetto - aggiunge Dulbecco - si è chiusa nel 1995 per il mancato rinnovo dei fondi: il Cnr ha investito in sei anni circa 10 miliardi di lire, una cifra che Telethon, fondazione privata, spende in qualche mese. In proporzione all'investimento, la ricerca pubblica italiana ha certamente prodotto più risultati di qualsiasi altro paese...".
Rimane un interrogativo di fondo: eticamente, di chi è il genoma umano?
"In astratto - spiega Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale per la Bioetica e professore di filosofia del diritto all'Università di Roma Tor Vergata - Clinton e Blair hanno ragione. Anche l'Unesco ha dichiarato il Genoma "patrimonio comune dell'umanità" e in generale tutti i bioeticisti sono d'accordo su questo in un nome di un principio più onnicomprensivo: quando si tratta di conoscenze di base, la condivisione tra tutti è sempre preferibile alla riservatezza. In concreto però la questione è più complicata...
Il Progetto Genoma è partito da anni. Se fosse stato interamente finanziato dagli Stati che vi partecipano, tutti i risultati dovrebbero essere pubblici e trasparenti. Ma non è così: ci sono anche grossi investimenti privati, che ovviamente puntano a una remunerazione. Non è giusto cambiare le regole del gioco ora che la partita sta per finire. Inoltre capirei se queste nozioni potessero essere utilizzate dai Paesi poveri , ma in pratica se ne approprierebbe una superpotenza come gli Stati Uniti."
Come conciliare il principio etico astratto, che vorrebbe pubbliche le conoscenze sul Genoma, con gli interessi economici concreti ormai consolidati?
"Clinton e Blair hanno ragione nel sostenere che la decodifica del Genoma non è un'"invenzione": è conoscenza di base, e come tale non è brevettabile. Ma potrebbero sostenere la loro tesi solo se prima rimborsassero gli investitori privati. Altrimenti c'è il rischio che gli sponsor si ritirino dalla partita e che la ricerca si fermi. Basta pensare a come è difficile fare progressi sulle malattie rare, quelle malattie chiamate "orfane" proprio perché le multinazionali farmaceutiche non hanno interesse a occuparsene in quanto i farmaci avrebbero un mercato troppo ristretto."
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