RASSEGNA STAMPA

12 MARZO 2000
LUCIANA SICA
Poveri traditori nessuno vi condanna più
Un libro della sociologa Gabriella Turnaturi sulla fragilità dei rapporti di fiducia
Quanti modi ci sono di essere sleali con gli altri?
Nella sfera degli affetti come delle professioni in ogni relazione umana c'è il rischio dell'abbandono. Ma la scarsa affidabilità priva di una sanzione morale si perde nell'indifferenza
Gabriella Turnaturi, "Tradimenti", Feltrinelli, pagg. 144, lire 15.000
Se l'Altro esiste indipendentemente da noi, se prima ancora di calcare altri prosceni e coltivare innumerevoli rapporti ha innanzitutto una relazione con sé in buona parte inconsapevole, allora il tradimento è sempre possibile. E noi stessi, pronti a giurare lealtà, determinati a difendere improbabili progetti con l'Altro, non siamo in grado di prevedere i possibili mutamenti dei nostri percorsi mai lineari, escludendo ogni forma d' inganno. Non ci conosciamo mai abbastanza, non sappiamo quale sogno o quale accidente scolvolgerà l'algoritmo obbligato della nostra esistenza quotidiana, ché altrimenti l'Io sarebbe padrone in casa propria, e invece così non è - si sa.
Per fortuna, però, in Tradimenti (Feltrinelli, pagg. 144, lire 15.000), Gabriella Turnaturi - che insegna Sociologia all'università di Bologna - non tende a privilegiare la lettura psicoanalitica né il luogo esclusivamente sentimentale dell'infedeltà. Sociologicamente, avverte sin dalle prime pagine l'autrice, non si possono costruire tipologie di soggetti vocati a tradire o a essere traditi. Non siamo perciò di fronte all'analisi di una patologia, di un disturbo intrapsichico, ma nel bel mezzo delle interazioni sociali che, non essendo imbalsamate, congelate in una luttuosa immobilità, contengono sempre una dose - fors'anche minacciosa - d'imprevedibilità. Un'avvertenza rassicurante, perché sul "tradimento" è stato detto talmente tanto, e di una tale irrilevanza, che il rischio della noia - della caduta nella banalità più stucchevole - poteva legittimamente sembrare in agguato.
Citato di sfuggita, l'indimenticato saggetto di James Hillman sul tradimento (Senex et Puer, Marsilio, 1973; Puer Aeternus, Adelphi, 1999) sembra una delle tracce su cui l'autrice ha costruito la sua ricerca, seppure oltre al rapporto di fiducia - che per l'intellettuale junghiano è l'esclusiva precondizione del tradimento - qui, in un saggio di taglio sociologico, s'insiste piuttosto sul sentimento dell' appartenenza. Ogni volta che si forma un Noi - rappresentato da una coppia come da un gruppo o da una comunità -, ogni volta che c'è la condivisione di un affetto, di un segreto, di un ideale, di un fine c'è sempre la possibilità di una lacerazione, di una rottura, di un abbandono.
A rendere interessante la lettura, e mai di puro senso comune, è il gusto della Turnaturi di disseminare nel testo una serie di citazioni di natura soprattutto letteraria, che arricchiscono le argomentazioni, esemplificandole.
Mettiamo, ad esempio, la storia di Elisabetta I e il conte di Essex raccontata da Lytton Strachey (Tea), che qui si considera come la messa in scena di "una delle più tragiche rappresentazioni del tradimento".
La tempestosa relazione tra la regina, ormai sessantenne, e il giovane passionale Robert Devereux conte di Essex, vive nella doppia cornice dell'intimità amorosa e delle rigide regole di corte. In una doppia appartenenza, dunque, dove i Noi si conciliano male e finiranno col frantumarsi senza che nulla possa essere salvato, dopo una ridefinizione improvvisa e violenta di aspettative e comportamenti.
Lei non è solo una donna invaghita di un irruento giovanotto: è innanzitutto la sovrana, la "sua" e di tutti gli altri, lui è il favorito della regina ma è comunque un suddito. Ci sono troppi ruoli da interpretare contemporaneamente, troppe occasioni di conflitto. E infatti, sarà la diffidenza reciproca a prevalere. Quando lei lo schiaffeggerà di fronte a una corte ammutolita dallo sconcerto e lui avrà l'ardire di definirla "una vecchia carcassa", il libero corso che lasceranno alle emozioni - ira, orgoglio, rabbia - si concluderà in una terribile recita di potere: il conte tenta di destituire Elisabetta dal trono, la regina lo fa decapitare.
Ci sono modi più sottili di tradire, naturalmente, e appartengono alla vita quotidiana di tutti, nella sfera degli affetti come delle professioni. Ci sono ambienti in cui patti di lealtà espliciti o impliciti, pur senza chiamare in causa "vecchi" codici generali basati sull'onore, rimandano alla necessità di un comune riserbo, se non proprio alla condivisione di un segreto, e dove quindi è la "confessione" a diventare imperdonabile. Ma sempre fino a un certo punto, perché ormai ogni forma di tradimento sembra perdersi nell' indifferenza, priva di qualsiasi sanzione morale, e anche quella di non tradire può essere una scelta di puro opportunismo. Per dirla con la Turnaturi: "Ci rendiamo affidabili, seppure parzialmente, così come ci fidiamo degli altri settorialmente. E quindi di nuovo fiducia e lealtà non sono declinazioni virtuose, ma comportamenti strumentali o parziali".
Privi di un'etica collettiva, i soggetti della modernità si muovono come viandanti leggeri e fluttuanti, assai poco radicati e inclini a interpretare le forme del tradimento senza un particolare sentimento di colpevolezza, ma anzi come un segno della propria libertà. Del resto, è la stessa organizzazione dell'economia che tende a considerare non funzionale, se non proprio un ostacolo, il radicarsi, la possibilità di sviluppare rapporti fiduciari verso le singole persone, le organizzazioni, le istituzioni.
La Turnaturi cita Richard Sennett (L'uomo flessibile, Feltrinelli), anche per dire della difficoltà di trasmettere ai propri figli valori come lealtà, fiducia, impegno, affezione.
Ecco come l'imperativo della flessibilità si riflette sulla famiglia di un manager intervistato dal grande sociologo americano: "Non puoi immaginare quanto mi sento stupido quando dico ai miei figli che è importante dedicarsi a qualcosa... Per loro si tratta di una virtù astratta: non la vedono da nessuna parte".
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