Poveri traditori nessuno vi condanna piùUn libro della sociologa Gabriella Turnaturi sulla
fragilità dei rapporti di fiducia Quanti modi ci sono di essere sleali con gli altri? Nella sfera degli affetti come delle professioni
in ogni relazione umana
c'è il rischio dell'abbandono.
Ma la scarsa affidabilità
priva di una sanzione morale
si perde nell'indifferenza |
| Se l'Altro esiste indipendentemente da noi, se prima ancora
di calcare altri prosceni e coltivare innumerevoli rapporti ha
innanzitutto una relazione con sé in buona parte
inconsapevole, allora il tradimento è sempre possibile. E noi
stessi, pronti a giurare lealtà, determinati a difendere
improbabili progetti con l'Altro, non siamo in grado di
prevedere i possibili mutamenti dei nostri percorsi mai
lineari, escludendo ogni forma d' inganno. Non ci
conosciamo mai abbastanza, non sappiamo quale sogno o
quale accidente scolvolgerà l'algoritmo obbligato della
nostra esistenza quotidiana, ché altrimenti l'Io sarebbe
padrone in casa propria, e invece così non è - si sa.
Per fortuna, però, in Tradimenti (Feltrinelli, pagg. 144, lire
15.000), Gabriella Turnaturi - che insegna Sociologia
all'università di Bologna - non tende a privilegiare la lettura
psicoanalitica né il luogo esclusivamente sentimentale
dell'infedeltà. Sociologicamente, avverte sin dalle prime
pagine l'autrice, non si possono costruire tipologie di
soggetti vocati a tradire o a essere traditi. Non siamo perciò
di fronte all'analisi di una patologia, di un disturbo
intrapsichico, ma nel bel mezzo delle interazioni sociali che,
non essendo imbalsamate, congelate in una luttuosa
immobilità, contengono sempre una dose - fors'anche
minacciosa - d'imprevedibilità. Un'avvertenza rassicurante,
perché sul "tradimento" è stato detto talmente tanto, e di
una tale irrilevanza, che il rischio della noia - della caduta
nella banalità più stucchevole - poteva legittimamente
sembrare in agguato.
Citato di sfuggita, l'indimenticato saggetto di James Hillman
sul tradimento (Senex et Puer, Marsilio, 1973; Puer
Aeternus, Adelphi, 1999) sembra una delle tracce su cui
l'autrice ha costruito la sua ricerca, seppure oltre al
rapporto di fiducia - che per l'intellettuale junghiano è
l'esclusiva precondizione del tradimento - qui, in un saggio
di taglio sociologico, s'insiste piuttosto sul sentimento dell' appartenenza. Ogni volta che si forma un Noi -
rappresentato da una coppia come da un gruppo o da una
comunità -, ogni volta che c'è la condivisione di un affetto,
di un segreto, di un ideale, di un fine c'è sempre la
possibilità di una lacerazione, di una rottura, di un
abbandono.
A rendere interessante la lettura, e mai di puro senso
comune, è il gusto della Turnaturi di disseminare nel testo
una serie di citazioni di natura soprattutto letteraria, che
arricchiscono le argomentazioni, esemplificandole.
Mettiamo, ad esempio, la storia di Elisabetta I e il conte di
Essex raccontata da Lytton Strachey (Tea), che qui si
considera come la messa in scena di "una delle più tragiche
rappresentazioni del tradimento".
La tempestosa relazione tra la regina, ormai sessantenne, e
il giovane passionale Robert Devereux conte di Essex, vive
nella doppia cornice dell'intimità amorosa e delle rigide
regole di corte. In una doppia appartenenza, dunque, dove i
Noi si conciliano male e finiranno col frantumarsi senza che
nulla possa essere salvato, dopo una ridefinizione
improvvisa e violenta di aspettative e comportamenti.
Lei non è solo una donna invaghita di un irruento giovanotto:
è innanzitutto la sovrana, la "sua" e di tutti gli altri, lui è il
favorito della regina ma è comunque un suddito. Ci sono
troppi ruoli da interpretare contemporaneamente, troppe
occasioni di conflitto. E infatti, sarà la diffidenza reciproca a
prevalere. Quando lei lo schiaffeggerà di fronte a una corte
ammutolita dallo sconcerto e lui avrà l'ardire di definirla "una
vecchia carcassa", il libero corso che lasceranno alle
emozioni - ira, orgoglio, rabbia - si concluderà in una
terribile recita di potere: il conte tenta di destituire Elisabetta
dal trono, la regina lo fa decapitare.
Ci sono modi più sottili di tradire, naturalmente, e
appartengono alla vita quotidiana di tutti, nella sfera degli
affetti come delle professioni. Ci sono ambienti in cui patti di
lealtà espliciti o impliciti, pur senza chiamare in causa
"vecchi" codici generali basati sull'onore, rimandano alla
necessità di un comune riserbo, se non proprio alla
condivisione di un segreto, e dove quindi è la "confessione"
a diventare imperdonabile. Ma sempre fino a un certo
punto, perché ormai ogni forma di tradimento sembra
perdersi nell' indifferenza, priva di qualsiasi sanzione morale,
e anche quella di non tradire può essere una scelta di puro
opportunismo. Per dirla con la Turnaturi: "Ci rendiamo
affidabili, seppure parzialmente, così come ci fidiamo degli
altri settorialmente. E quindi di nuovo fiducia e lealtà non
sono declinazioni virtuose, ma comportamenti strumentali o
parziali".
Privi di un'etica collettiva, i soggetti della modernità si
muovono come viandanti leggeri e fluttuanti, assai poco
radicati e inclini a interpretare le forme del tradimento senza
un particolare sentimento di colpevolezza, ma anzi come un
segno della propria libertà. Del resto, è la stessa
organizzazione dell'economia che tende a considerare non
funzionale, se non proprio un ostacolo, il radicarsi, la
possibilità di sviluppare rapporti fiduciari verso le singole
persone, le organizzazioni, le istituzioni.
La Turnaturi cita Richard Sennett (L'uomo flessibile,
Feltrinelli), anche per dire della difficoltà di trasmettere ai
propri figli valori come lealtà, fiducia, impegno, affezione.
Ecco come l'imperativo della flessibilità si riflette sulla
famiglia di un manager intervistato dal grande sociologo
americano: "Non puoi immaginare quanto mi sento stupido
quando dico ai miei figli che è importante dedicarsi a
qualcosa... Per loro si tratta di una virtù astratta: non la
vedono da nessuna parte". |