RASSEGNA STAMPA

12 MARZO 2000
FRANCESCA RIGOTTI
Economia delle passioni
Una serie di studi sul rapporto tra l'agire autointereressato e le altre motivazioni che guidano scelte e azioni
Jon Elster, "Alchemies of the Mind. Rationality and Emotions" Cambridge University Press, Cambridge Mass. 1999, pagg. 450, $ 45 (paperback, 14.95) e "Strong Feelings", The MIT Press, Cambridge Mass. 1999, pagg. 252, $ 17.50.
Nel Timeo l'anima dell'uomo è presentata con un modello che avrà un'influenza duratura in tutto il pensiero occidentale. Platone vi introduce infatti la ripartizione dell'anima umana in due entità: l'anima razionale, la ragione, che ha sede nel capo; e l'anima passionale, che è collocata nel petto e si trova separata dalla prima dal collo, il quale "è come un istmo e un limite fra la testa e il petto" affinché il mortale non contamini troppo il divino. L'anima passionale - che sì divide a sua volta in anima irascibile e anima concupiscibile - raccoglie tutte le passioni: l'ira, il piacere, il dolore, l'audacia e la paura, ma anche la speranza, il coraggio, l'amore. Da Platone in poi insomma, il fatto che passione e ragione, sentimenti e razionalità siano entità diametralmente opposto, fornite di caratteri antiteticí, è una specie di sapere comune e accettato nella nostra civiltà.
Data la dicotomia, il problema di Platone era come fare affinché la ragione lucida e fredda assumesse il controllo delle passioni bollenti e incontrollabili. Data la stessa dicotomia, il problema di Jon Elster è come possano passioni e ragione, razionalità e "emotions" interagire in maniera proficua, facilitando l'attività cognitiva invece di ostacolarla. Un problema elaborato e svolto in due lavori fratelli. Alchemies, il fratello maggiore, impegnato e impegnativo, imponente e erudito, ricco di citazioni e riferimenti; Feelings, il fratello minore, brillante, arguto, che mette nella pratica gli insegnamenti di cui l'altro fornisce la teoria. Entrambi gli studi continuano comunque a muoversi all'interno del dualismo platonico, come all'interno dello stesso dualismo mi paiono muoversi tendenzialmente gli studi che negli ultimi anni stanno moltiplicandosi in maniera esponenziale sull'argomento delle passioni e dei sentimenti, termini che preferisco a "emozioni", che mi pare una trasposizione diretta e inadeguata dalla lingua inglese. Di qua stanno dunque i sentimenti, ci dicono questi studi, e di là la razionalità: vediamo ora se queste due entità si possono coniugare, vediamo se i primi possano essere soggetti a criteri di razionalità, se sia lecito parlare di una "razionalità delle passioni".
Che cosa sono i sentimenti o le passioni intuitivamente lo sappiamo tutti: sono il disprezzo e il rimorso, l'ira, l'odio, l'invidia, la paura, la gioia, la rabbia, l'orgoglio, la vergogna, l'amore. Le passioni sono, dice Elster, quelle cose che ci tengono svegli di notte, sono la materia di cui è fatta la vita e per le quali vale la pena di vivere, sono stati d'animo straordinariamente potenti perché ci coinvolgono visceralmente. Proviamo a capire un po' più a fondo, al di là di questo approccio introspettivo, come funzionano i sentimenti, qual è la loro storia, da quali meccanismi sono generati; una volta capito questo cercheremo di chiarire il rapporto con la razionalità. I sentimenti sono più o meno razionali? Possono far parte di una spiegazione dell'azione fondata sulla scelta razionale? Intorno a questo schema bipartito: definizione delle passioni e dei sentimenti all'interno del comportamento umano e spiegazione del loro rapporto con la razionalità si muovono da un decennio circa gli studi di Elster, anche se pure alcuni suoi lavori precedenti possono essere interpretati sotto una luce analoga: si pensi a Ulisse e le sirene (1979), dedicato alla libertà dell'uomo di scegliersi le proprie costrizioni e restrizioni; e ancor più a Uva acerba (1983), consacrato all'idea che le preferenze che soggiacciono a una scelta possano essere modellate dalle costrizioni, sull'esempio dell'invidia provata dalla volpe che non riesce ad afferrare il grappolo d'uva dagli acini turgidi e succosi, troppo alto sopra il suo capo, e che reagisce, come il tipico invidioso, denigrando l'oggetto della sua invidia (nondum matura est).
E' nella parte definitoria e descrittiva di entrambi i testi che Elster dà il meglio di sé: convinto che gli autori più qualificati a insegnarci qualcosa sulle passioni non siano psicologi e neurofisiologi ma piuttosto filosofi, moralisti, letterati e drammaturghi, Elster svolge davanti al lettore un ampio repertorio di esempi di questa natura. L'ínventario inizia con Aristotele e la sua famosa analisi delle passioni contenuta nella Retorica, superiore, secondo Elster, a qualsiasi altra per la raffinatezza con cui il filosofo guarda agli antecedenti cognitivi delle passioni stesse; prosegue con i moralisti del '500 e del '600 francese (Montaigne, La Bruyère, La Rochefoucauld) e si conclude coi narratori dell'800, soprattutto Jane Austen e Stendhal. Niente Descartes come si vede, il cui trattato neostoico sulle passioni dell'anima è considerato poco adatto a insegnarci qualcosa dì nuovo sul rapporto tra passioni e conoscenza razionale.
Amplissima in Elster è anche l'analisi delle passioni sociali - cuore dì tutto lo studio - presentate nella triade comprendente vergogna, invidia e onore, Benché molti siano qui i prestiti da altri studi, magari parecchio più convenzionali, e benché quindi la visione di Elster soffra dall'assorbire le visioni conformiste dì alcuni di essi, siamo dì fronte a un'analisi notevole di questi sentimenti, definiti sociali perché comportano interazione, paragone e confronti di noi stessi con gli altri. Non solo: ragguardevole è anche la proposta di Elster di usare l'analisi dei sentimenti come modello centrale dì spiegazione di eventi sociali, sulla scorta per esempio di Tocqueville allorché questi introduce, per spiegare la mobilità americana e la spinta di quella società alla competizione e al successo, l'analisi dell'invidia, sentimento democratico per eccellenza perché dimostra un gusto spiccato per l'eguaglianza. Proviamo a fare come Tocqueville, propone Elster, e ad analizzare la guerra civile nella ex-Yugoslavia o in Africa non solo in termini di priorità razionale ma anche in termini di passioni come l'onore e la vergogna, che provocano reazioni avventurose e impetuose non analizzabili secondo la logica della scelta razionale condotta in funzione dell'interesse. Mi sembra di sentir parlare Dan Segre, che imputa la difficoltà delle relazioni diplomatiche tra arabi e israeliani anche al fatto che i primi vivono in una società dell'onore e i secondi in una società del profitto.
Sempre nei confini della mappa concettuale della descrizione delle passioni e dei sentimenti si muovono le annotazioni sulle tendenze all'azione da esse suscitate, sulle loro espressioni fisiologiche e fisiognomiche e sul rapporto che le lega a piacere e dolore, annotazioni condotte a partire dalla storia, dall'antropologia, dalla letteratura e dalla filosofia, fuori dai laboratori di ricerca. Passioni "normalí" in Alchemies (naturali e universali, le definisce Elster), che cambiano natura in Feelings, diventando passioni "forti" (artificiali e non universali), sentimenti viscerali veementi che allontanano l'agente dal comportamento accettato dalla norma, stati d'animo intensi che provengono da passioni psicologiche alterate o da dipendenze chimiche.
Elster contribuisce a costruire l'opinione che le motivazioni che sorreggono l'azione siano in ogni caso determinate e co-determinate da sentimenti e passioni, che esse non siano più, come si è teso a pensare per molto tempo, "sabbia nel meccanismo della razionalità". Che poi le persone, con una serie di rocambolesche alchimie dello spirito - o processi tesi a trasformare passioni vergognose e inefficienti in altre più accettabili - tendano a nascondere e a camuffare le motivazioni delle proprie azioni, spacciando come dettato da interesse ciò che è mosso da passione e viceversa, o che si autoingannino pensando di fare quel che fanno per motivazioni diverse da quelle che realmente le animano non fa che complicare terribilmente la faccenda, di per sé già abbastanza complicata.
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Il mondo dell'uomo