La Chiesa confessa le colpe| Presentato ieri il documento su errori del
passato e riconciliazione |
| Non sarà certo un documento a risarcire i crimini commessi nei secoli
"a maggior gloria di Dio" con le spade dei crociati o i roghi
dell'Inquisizione, con la tratta dei neri e la cultura del disprezzo verso gli
ebrei. E tuttavia è proprio perché si tenta la rielaborazione dei postulati
della violenza e dell'intolleranza, usate talora nella Chiesa per
promuovere e difendere la sua verità, che le settanta pagine del testo
"Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato", redatto da
una équipe di lavoro capeggiata da Bruno Forte e pubblicato ieri in
Vaticano dalla Commissione Teologia internazionale, costituisce non
solo un atto senza precedenti nella storia della Chiesa ma anche una
rottura rispetto all'ideologia integralistica ciclicamente incombente in
ogni corpo religioso totale.
Non è trascurabile il fatto che sia il cardinale Ratzinger che il cardinale
Etchegaray abbiano concordato ieri, alla conferenza stampa, sulla svolta
teologica implicita in questo "mea culpa": guarigione della memoria, sì,
ma a condizione di un approfondimento teologico sulla natura della
Chiesa come comunità inseparabile dalla complessità della storia, essa
stessa coinvolta nel "mistero del male" e perciò bisognosa di riforma e di
intercessione. Solo in questa visione spirituale di dipendenza della
Chiesa dal divino può compiersi in essa un percorso positivo di
pentimento. Sono risuonati i nomi di Sant'Agostino e di Georges
Bernanos, ma questa riflessione sul peccato all'interno del corpo
mistico, sulla comunione dei peccatori e non solo dei santi, sull'impurità
mischiata all'innocenza, che forma uno dei temi drammatici anche di
Antonio Rosmini, di Dostoevskij e di Camus, si è dimostrato ancora
sorprendente per quei settori ecclesiastici rimasti ancorati alla figura
della Chiesa come immune dal male, "società perfetta", in possesso
esclusivo della verità. Battendosi pubblicamente il petto, la Chiesa in
realtà produce una rinuncia senza precedenti all'integralismo.
"Credo che alla Chiesa verrebbe perdonato quasi tutto se veramente
dicesse che dai crimini commessi nella storia essa ha compreso di non
essere infallibile" commentava il teologo tedesco Eugen Drewermann,
motivando il proprio scetticismo circa l'effettiva utilità di un invito generale
all'ammissione di colpa. Ora le riserve avanzate da alcuni settori dell'alto
clero hanno trovato una risposta nel documento, nel quale, ha osservato
Ratzinger, la Chiesa si difende dalla pretesa di essere solo santa,
perché "la Chiesa non può essere fuori dalla realtà del peccato, essa
stessa è implicata nel male".
L'approccio è, come si vede, diverso da quello apologetico abituale. Si
mancherebbe di sincerità se il bene prodotto da Dio nella Chiesa
attraverso i suoi santi fosse minimizzato. Ma sarebbe egualmente
impossibile preparare la riforma necessaria senza identificare quella
storia del peccato che contamina anche la Chiesa. Il cardinale ha ritorto
l'argomentazione dei perfettisti ricordando la "Chiesa tutta santa e tutta
pura" dell'eresia donatista e dei catari. Egli è stato netto nel dichiarare
la convinzione che solo a condizione di non scaricare sugli individui la
responsabilità del male, per renderne immune l'istituzione, si potrebbe
procedere al pentimento con la radicalità necessaria per trasformarlo in
una profonda guarigione della memoria, ma anche in correzioni incisive
dei meccanismi istituzionali di riproduzione dell'integralismo. Il
documento ammette che accanto a quella soggettiva, esiste una
responsabilità oggettiva, mediante la quale i comportamenti "possono
diventare un fardello pesante sulla coscienza e la memoria dei
discendenti".
È un linguaggio nuovo che Giovanni Paolo II ha avviato nel sistema
ecclesiastico. Non si possono riconoscere degli errori senza poi
cambiare di fronte a essi, ed è sulla soglia delle decisioni istituzionali da
adottare che il "mea culpa" teologico per ora si ferma. |