RASSEGNA STAMPA

8 MARZO 2000
GIANCARLO ZIZOLA
La Chiesa confessa le colpe
Presentato ieri il documento su errori del passato e riconciliazione
Non sarà certo un documento a risarcire i crimini commessi nei secoli "a maggior gloria di Dio" con le spade dei crociati o i roghi dell'Inquisizione, con la tratta dei neri e la cultura del disprezzo verso gli ebrei. E tuttavia è proprio perché si tenta la rielaborazione dei postulati della violenza e dell'intolleranza, usate talora nella Chiesa per promuovere e difendere la sua verità, che le settanta pagine del testo "Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato", redatto da una équipe di lavoro capeggiata da Bruno Forte e pubblicato ieri in Vaticano dalla Commissione Teologia internazionale, costituisce non solo un atto senza precedenti nella storia della Chiesa ma anche una rottura rispetto all'ideologia integralistica ciclicamente incombente in ogni corpo religioso totale.
Non è trascurabile il fatto che sia il cardinale Ratzinger che il cardinale Etchegaray abbiano concordato ieri, alla conferenza stampa, sulla svolta teologica implicita in questo "mea culpa": guarigione della memoria, sì, ma a condizione di un approfondimento teologico sulla natura della Chiesa come comunità inseparabile dalla complessità della storia, essa stessa coinvolta nel "mistero del male" e perciò bisognosa di riforma e di intercessione. Solo in questa visione spirituale di dipendenza della Chiesa dal divino può compiersi in essa un percorso positivo di pentimento. Sono risuonati i nomi di Sant'Agostino e di Georges Bernanos, ma questa riflessione sul peccato all'interno del corpo mistico, sulla comunione dei peccatori e non solo dei santi, sull'impurità mischiata all'innocenza, che forma uno dei temi drammatici anche di Antonio Rosmini, di Dostoevskij e di Camus, si è dimostrato ancora sorprendente per quei settori ecclesiastici rimasti ancorati alla figura della Chiesa come immune dal male, "società perfetta", in possesso esclusivo della verità. Battendosi pubblicamente il petto, la Chiesa in realtà produce una rinuncia senza precedenti all'integralismo.
"Credo che alla Chiesa verrebbe perdonato quasi tutto se veramente dicesse che dai crimini commessi nella storia essa ha compreso di non essere infallibile" commentava il teologo tedesco Eugen Drewermann, motivando il proprio scetticismo circa l'effettiva utilità di un invito generale all'ammissione di colpa. Ora le riserve avanzate da alcuni settori dell'alto clero hanno trovato una risposta nel documento, nel quale, ha osservato Ratzinger, la Chiesa si difende dalla pretesa di essere solo santa, perché "la Chiesa non può essere fuori dalla realtà del peccato, essa stessa è implicata nel male".
L'approccio è, come si vede, diverso da quello apologetico abituale. Si mancherebbe di sincerità se il bene prodotto da Dio nella Chiesa attraverso i suoi santi fosse minimizzato. Ma sarebbe egualmente impossibile preparare la riforma necessaria senza identificare quella storia del peccato che contamina anche la Chiesa. Il cardinale ha ritorto l'argomentazione dei perfettisti ricordando la "Chiesa tutta santa e tutta pura" dell'eresia donatista e dei catari. Egli è stato netto nel dichiarare la convinzione che solo a condizione di non scaricare sugli individui la responsabilità del male, per renderne immune l'istituzione, si potrebbe procedere al pentimento con la radicalità necessaria per trasformarlo in una profonda guarigione della memoria, ma anche in correzioni incisive dei meccanismi istituzionali di riproduzione dell'integralismo. Il documento ammette che accanto a quella soggettiva, esiste una responsabilità oggettiva, mediante la quale i comportamenti "possono diventare un fardello pesante sulla coscienza e la memoria dei discendenti".
È un linguaggio nuovo che Giovanni Paolo II ha avviato nel sistema ecclesiastico. Non si possono riconoscere degli errori senza poi cambiare di fronte a essi, ed è sulla soglia delle decisioni istituzionali da adottare che il "mea culpa" teologico per ora si ferma.
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