| L'occhio sul passato che ha illuminato il presente | Fu in occasione di un incontro alla villa Feltrinelli di Gargnano del Garda, sede
distaccata dell'università di Milano, che conobbi, 25 anni or sono, Mirko Grmek. Dopo
aver esercitato per anni la professione medica, era già, da tempo, direttore di studio in
Storia della medicina e delle scienze biologiche presso l'Ecole pratique des hautes
études di Parigi. Non ostentava affatto l'autorità di cui godeva: negli scambi colloquiali,
più che dare risposte, amava fare domande; più che parlare, ascoltava. A questa dote
rara univa una rapidità e profondità di giudizio che sconcertava: gli bastava udire una
sola frase per cooptare, o no, l'interlocutore fra le persone con cui dialogare utilmente.
Invariante, nell'un caso e nell'altro, era il sorriso un po' enigmatico che sfiorava i
baffetti del suo labbro.
Mirko Grmek era un cittadino croato che viveva in Europa. Amava molto la sua patria
d'origine, che onorava con la sua scienza. La storiografia delle scienze della vita -
biologia e medicina - da lui coltivata e sviluppata, si è arricchita, grazie al suo
indirizzo, di metodi nuovi, di nuove idee. Basti ricordare il suo concetto di
"patocenosi": "un insieme di stati patologici che sono presenti all'interno di una
determinata popolazione in un momento dato" e che tendono a "uno stato di equilibrio
in una situazione ecologica stabile". Sotto il tecnicismo lessicale, si legge che la
diminuzione di alcune malattie comporta necessariamente l'incremento di altre:
Grmek, storicizzando, metteva in guardia contro l'enfasi celebrativa delle vittorie
terapeutiche.
"Ricostruire" storicamente le scienze della vita è stato per lui "costruire" nuovo sapere.
Il suo penetrante sguardo nel passato mirava, nel fondo, a capire meglio il presente e a
pensare criticamente il futuro. Esemplare, al riguardo, è il suo saggio sull'"Aids. Storia
di un'epidemia attuale" (Laterza, '89). Ma in tema di storia delle malattie resta
insuperato il suo libro su "Le malattie all'alba della civiltà occidentale" (Il Mulino, '85).
L'opera di maggiore impegno, a cui dedicò le sue forze negli anni '90, è comunque "La
storia del pensiero medico occidentale" in 3 volumi (Laterza, '93-'96-'98), da lui curata
riunendo molte competenze in una équipe di specialisti, padroni di metodologie
specifiche per i singoli problemi e le diverse epoche storiche. Medici e biologi, storici e
sociologi, filosofi e filologi di varie nazionalità sono stati lieti e onorati di lavorare sotto
la sua guida. Credeva nel potere rivoluzionario della conoscenza scientifica: lo si legge
apertamente nel suo libro su "La première revolution biologique" (Payot, '90). Ricordo
con emozione che quando volle che fosse tradotto, nella "Biblioteca scientifica" da lui
diretta, il mio libro sulla "Storia della medicina e della sanità in Italia" impose
all'editore parigino che, in versione francese, fosse intitolato "Soigner et réformer".
"Un medico - mi disse -, se oltreché buon curante non è anche un po' rivoluzionario,
che medico è?".
In uno dei primi convegni in Italia sulla bioetica, svoltosi a Roma nell'88, tenne una
relazione magistrale sulla "definizione di vita e di morte nella biologia e nella
medicina contemporanea". Voglio ricordare le sue parole conclusive: "Come nella
vecchia mitologia, eros e thanatos, l'amore e la morte, sono intrinsecamente legati:
permettendo il ringiovanimento del patrimonio ereditario, essi sono i pilastri fondamentali della
stabilità dinamica dei programmi ereditari. C'è a livello dell'individuo una fatalità determinata
biologicamente della morte e i progressi della medicina non potranno prolungare la vita oltre un
limite determinato dalle caratteristiche biologiche della nostra specie. La morte non è una
opposizione assoluta alla vita; è, per molti aspetti, condizione della sua realizzazione e della
sua evoluzione". |