Ora ne riparlano tutti, dopo che l'Unione europea ha detto sì alla clonazione umana, chissà se davvero per sbaglio, come l'Ue s'è
affrettata a dire provocando in risposta uno scettico articolo su "Wired" (www.wired.com). Ma l'ultima più inquietante novità in
materia era arrivata ai primi di febbraio, quando Ian Wilmut, lo scienziato scozzese che ha clonato la pecora Dolly, ha ottenuto
dall'Ufficio britannico preposto il brevetto per il suo processo di clonazione. Piccolo particolare: questo brevetto etichetta come
"proprietà intellettuale" tutti gli embrioni umani clonati fino allo stadio di blastociti. Cioè, più o meno, un nucleo di 140 cellule.
Che vuol dire? Semplice: per la prima volta nella storia della civiltà occidentale un essere umano "in nuce" viene considerato da un
ufficio legale alla stregua di un'invenzione. Con conseguenze imprevedibili e scenari sconcertanti descritti così da Jeremy Rifkin: "È
possibile che in un futuro non lontano i genitori ordinino i figli nello stesso modo in cui comprano gli altri prodotti - i figli come nuova
esperienza di shopping".
Se possibile, però, i problemi sono anche più complessi e riguardano un incrocio di questioni politiche, giuridiche, etiche. È naturale
allora che il dibattito assuma curvature imprevedibili sotto un denominatore comune - la clonazione. Anche quella umana. Ernesto
Galli della Loggia, per esempio, si chiede se sia il caso di introdurre forme di controllo "democratiche" anche sull'operato della
scienza. Non è in fondo proprio il binomio democrazia e scienza che sta alla base delle nostre istituzioni occidentali?
Domanda lo storico: "È moralmente giustificabile - e in base a quali motivi - che gli sviluppi di quello che con ogni evidenza si sta
rivelando il fattore di maggior trasformazione del nostro mondo materiale e culturale, cioè la scienza, siano sottratti a ogni scrutinio e
valutazione da parte di chiunque sia estraneo ai suoi statuti e magari anche non personalmente interessato agli studi e alle ricerche
connessi alla scienza medesima?". Non ha una risposta, Galli della Loggia: ma è evidente che l'affaire è di difficile soluzione.
Anche i giuristi più brillanti non sanno bene come cavarsela di fronte alle spine della clonazione umana. Reduce da un convegnone
ad Austin, Stefano Rodotà osserva per esempio che oggi "la domanda più radicale è quella che riguarda la possibilità di includere
nei diritti riproduttivi anche il diritto a ricorrere alla clonazione".
Secondo alcuni sì, la clonazione - anche umana - non è altro che una tecnica che si pone in una logica di sviluppo. Dice no, invece,
chi sottolinea come questa nuova tecnologia rappresenti "una rottura all'interno delle tecnologie della riproduzione". Qualcosa di più
vicino al terzo Alien con Sigourney Weaver.
E allora? Rodotà cita la trovata brillante di un giurista americano, Cass R. Sunstein, che nel suo Clones and clones. Facts and
fantasies about human cloning (Norton, New York-London) ha inventato una controversia in tema di clonazione, costruendo
un'ipotetica risposta della Corte Suprema. Poi, allo stesso tempo, ha fatto scrivere al suo clone immaginario un'altra sentenza che
giunge alla conclusione diametralmente opposta alla precedente. Come a dire: non è stabilito a priori che i cloni siano del tutto
uguali. Col che la questione si complica di sfumature sociali e culturali, perché anche due individui geneticamente ricavati uno
dall'altro, possono divergere se inseriti in contesti diversi.
Insomma, ogni discorso ne interseca cento altri. E spesso non aiutano le invettive - l'ultima di Beppe Grillo contro la multinazionale
del farmaco Novartis - gli attacchi - Dario Fo contro le biotecnologie - i casi - Di Bella o panettoni avvelenati. Con fenomeni di
quasi-psicosi di massa. Tutto ovvio, anche nel caso della clonazione umana. Spiega Umberto Galimberti: "Se scienza e tecnica
sono lo scopo per tutti gli scopi, gli scopi diventano subordinati a quello scopo che è il mezzo tecnico.
Alla fine la tecnica sbaraglia tutti gli scopi, per la semplice ragione che, in fondo, non si propone nessuno scopo ma solo risultati".
Non c'è da stupirsi, quindi, che in meno di un anno dopo la clonazione di Dolly siano stati prodotti il vitello Galileo, il topo Cumulina
e cinquanta topi fotocopia, più un inizio di clone umano.
I mass media a volte fanno confusione? Beh, talvolta abboccano a pseudo bombe culturali: la clonazione umana è anche una moda
su cui buttarsi a pesce. Vedi la polemica sul filosofo tedesco Sloterdijk che in Germania ha sollevato un pandemonio parlando, con
un certo entusiasmo sospetto, di "produzione di uomini". E giù risposte infocate di Habermas, sdegno della comunità filosofica e via
così, alimentando una nuova mitologia della clonazione.
Gli scienziati possono riportare un po' d'ordine? Non è detto, perché loro sono i primi a essere perplessi. Ryuzo Yanagimachi, il
papà della topina Cumulina, ha detto che molti gli telefonano chiedendogli di clonare il gatto di casa o il cane moribondo. Ergo:
esisterebbe un "promettente mercato della replicazione".
Anche se Yana assicura di essere contrario alla clonazione umana. Possibilista invece Renato Dulbecco che assieme al biologo
Paolo Vezzoni ha messo in rete un appello per dire sì alla ricerca sulla clonazione e ottenere una "moratoria" sulla sperimentazione
della clonazione umana: "Sembra opportuno lasciare una porta aperta". Per dire la vostra sull'appello, cliccate
www.itba.mi.cnr.it/workshop.
Politici e istituzioni italiani? Da noi c'è una legge che prescrive un secco divieto in materia di operazioni biotech. Ma alcune
esecuzioni di questo divieto fanno sorridere. Esempio: il "non expedit" sbandierato al vitello Galileo, messo agli arresti domiciliari -
cioè nella sua stalla - dal ministero della Sanità. Per la verità i carabinieri dei Nas erano andati anche a interrogare l'equipe del
professor Redi, che aveva partecipato alla clonazione di Cumulina. Ma l'illecito era avvenuto alle Hawaii: e il topo, a differenza del
bovino, è rimasto a piede libero. |