Affitto. Questa la parola-chiave, che ricorre in quasi tutti i titoli dei giornali di ieri, e li fa orientare pressoché unanimemente
verso un giudizio negativo - o allarmato, se non apocalittico - sulla decisione della giudice Schettini. Poco importa che poi tutti
gli articoli sul merito della questione chiariscano la condizione essenziale che la stessa giudice ha posto alla base della sua
decisione: la gratuità dell'offerta della madre portatrice. Questo aspetto, e gli argomenti della sentenza, non interessano titolisti e
commentantori: di affitto si parla, dunque di mercimonio sulla vita. Cominciamo dal giornale meno sorprendente: l'Avvenire,
quotidiano dei vescovi italiani: "Il giudice forza la bioetica", è il titolo di apertura; "Ora cadono i veli dell'ipocrisia", è il
commento di Gianfranco Marcelli, che si concentra sul modo per usare strumentalmente lo "scandalo" suscitato dalla sentenza
di Roma per dare un via libera accelerato alla legge sulla fecondazione assistita.
Parla di "affitto" anche la Repubblica. Miriam Mafai non ha dubbi: "Da oggi affittare un utero diventa pratica lecita". Per Mafai
la relazione tra le persone coinvolte nel caso di Roma (la coppia che desidera avere un figlio e l'amica che "presta" il suo utero)
è un scambio, e "come tutti gli scambi ha le proprie regole e prezzi". Cioè, "il mercato entra a vele spiegate nel momento più
segreto e delicato della nostra vita". Una relazione all'insegna della generosità è per Mafai "una pura ipocrisia". Con queste
premesse, il giudizio non può che essere negativo. Fermarsi un attimo, per immaginare - anche con mille dubbi e cautele - che
"il momento più delicato della nostra vita" possa essere condiviso anche fuori dalla coppia, che uno scambio possa sfuggire alle
miserie mercantili, non è possibile, per l'editorialista de la Repubblica.
Ci prova invece sul Corriere della Sera Isabella Bossi Fedrigotti. Che, pur partendo da premesse generali opposte (ha
ragione il ministro Bindi, hanno ragione quanti dicono che questa sentenza fa a pugni con la sensibilità "non solo cattolica"), fa i
conti "con l'impressione che la soluzione avallata dal tribunale di Roma sia umanamente e italianamente accettabile".
Umanamente, "perché c'è una donna di 30 anni che non può avere un figlio e, desiderandolo sopra ogni altra cosa, ha trovato
un'amica che, per affetto e solo per affetto, è disposta a portare in grembo al posto suo il bambino, impegnandosi anche a
seguirlo, dopo, come una specie di zia o di madrina, per varie ore al giorno". Italianamente, perché "privilegia il punto di vista
delle mamme". Ne crea addirittura due, "ammettendo e incoraggiando la presenza di entrambe le donne interno al piccolo", al
contrario della legislazione americana nella quale la madre portatrice esce di scena, anche giuridicamente, quando nasce il
bambino. Certo, conclude Bossi Fedrigotti, è una decisione "rischiosa", ma "benvenuta", perché "costringe i politici a rendersi
conto che mentre loro parlano gli uomini e le donne continuano a vivere". Nonostante tutto ciò, lo stesso Corriere non si
smarca nella titolazione dagli altri: "Utero in affitto, un giudice dice sì".
Parla invece di "parto in prestito" La Stampa, che sceglie la non-linea dei due commenti: uno pro, uno contro. Citiamo
faziosamente quello "pro", di Fiamma Nirenstein (anche perché quello contrario, di Maria Laura Rodotà, non aggiunge altri
argomenti a quelli già citati da altri giornali): "Con buona pace di chi ha paura della libera scelta e anche della forza dell'amore,
l'intelligenza del magistrato Schettini e l'affetto di un'amica permetteranno alla 'giovane coppia romana' di realizzare il suo
sogno". Ricaschiamo rapidamente nell'"affitto" con l'Unità, che affida il commento a Giovanni Berlinguer: commento negativo,
perché "la donna diventa un oggetto", e perché la legislazione italiana non prevede le due mamme di cui parla Bossi Fedrigotti:
anzi, non prevede neanche alcun modo per far sì che la madre e il padre "genetici" possano riconoscere il figlio nato da un'altra
donna. Problema indiscutibilmente reale, a legislazione vigente. Ma il punto vero della critica di Berlinguer è un altro: "il
desiderio di maternità e paternità non può essere riconosciuto come un diritto da esercitare a tutti i costi", ai danni del corpo di
un'altra donna. Verdetto che contrasta con ironia involontaria con la manchette pubblicitaria posta dal quotidiano sotto l'articolo
di Berlinguer: "Accettazione notizie liete: nozze, culle, compleanni...". Chiudiamo con il Giornale, che trova il modo per infilare
anche la maternità surrogata nel suo tormentone anti-magistrati: "Diventa mamma per ordine del giudice". Toghe rosa? |