RASSEGNA STAMPA

29 FEBBRAIO 2000
IAIA VANTAGGIATO
DIRITTO L'UTERO IN DONO
Due donne e una culla
Una sentenza rivoluzionaria
Il Tribunale di Roma ammette una maternità surrogata. Bindi: "Un'aberrazione"
Sì alla possibilità di impiantare l'embrione fecondato da una coppia impossibilitata a procreare nell'utero di un'altra donna: questa la sentenza con cui Chiara Schettini, giudice del Tribunale di Roma, ha autorizzato una fecondazione in vitro con utero surrogato. Protagonisti dalla vicenda, non solo il desiderio di genitorialità di una giovane coppia romana, ma anche un'altra donna dichiaratasi disponibile a concedere (e non a affittare dietro compenso) il proprio utero e la sua evidente relazione con la madre biologica, che di utero è priva a causa di una malformazione congenita ma che tuttavia è in grado di produrre ovociti.
Nonché la magistrata che si fa egregia interprete di uno degli auspicabili compiti dei giudici in assenza di legislazione: quello di "valutare e cercare di risolvere i problemi collegati allo svolgimento di una storia umana, ognuna in quanto tale, diversa perché calata in una realtà di affetti, emozioni, sentimenti che appartengono a ciascun individuo e sono soltanto suoi".
Del '95 la decisione di procedere alla fecondazione artificiale omologa e il congelamento dell'embrione ottenuto. Poi, lo scorso anno, arriva la madre gestante ma Pasquale Bilotta - il ginecologo della coppia - si rifiuta di procedere all'impianto: da ostacolo, il codice deontologico approvato nel '95 che vieta l'uso di uteri per conto terzi. (Lo stesso fa la legge sulla fecondazione assistita, ora al senato, che prevede pene sino ai dieci anni di reclusione per il ginecologo che pratichi la maternità surrogata, ammessa, invece, in Inghilterra e Spagna). La coppia decide, allora, di rivolgersi, al tribunale. Una settimana fa la sentenza, ieri le motivazioni: "il desiderio alla maternità è un diritto e come tale va tutelato"; il consenso concesso dalla madre surrogata e non mosso da intenti speculativi e di commercializzazione non può essere aprioristicamente negato.
Immediate e violente le reazioni: per oggetto un "utero in affitto" che non è mai stato affittato. Compatto il fronte cattolico a difesa della famiglia tradizionale: "Questa sentenza - tuona Giuseppe Fioroni, responsabile sanità dei Ppi - viola il diritto naturale del figlio a avere un solo padre, una sola madre e una famiglia certa e stabile". E che madre e padre siano regolarmente sposati, non è solo sottinteso. Di decisione gravissima, anzi di aberrazione, parla Rosy Bindi: "L'utero in affitto costituisce in ogni caso una mercificazione della maternità che viene ridotta a puro evento biologico"; la vicenda, secondo Bindi, sarebbe stata favorita da un vuoto legislativo non più tollerabile. Sull'urgenza di approvare la legge insiste anche Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita: "Non esiste un diritto degli adulti a avere un figlio a tutti i costi ma diritti dei bambini fondamentali e riconosciuti fin dal concepimento". E sull'aberrazione ritorna monsignor Elio Sgreccia, direttore del centro di bioetica dell'università cattolica: "Un fatto aberrante e non solo per la sensibilità dei cattolici. Una forzatura sia rispetto all'orientamento della legislazione italiana che al codice deontologico dei medici". Che vieta, vale la pena ripeterlo, l'affitto dell'utero. Perché, allora, non leggere con più attenzione le motivazioni per sottrarsi a un equivoco che speriamo essere solo linguistico? "Colei che partorisce può essere colei che ha co-partecipato, mettendo a disposizione il proprio utero. Tale prestazione ben può essere testimonianza di solidarietà familiare, determinata cioé non da motivi di lucro ma dall'intento di soddisfare il bisogno di maternità di una donna alla quale sarebbe invece negato". Solidarietà e non contrapposizione - come afferma Marida Bolognesi, presidente della commissione affari sociali della camera - "tra una donna sterile ma magari ricca e una donna fertile ma povera".
Tuttavia Bolognesi stessa afferma come il problema sia più generale e che ai facili giudizi sia preferibile il silenzio.
Alla relazione tra due donne, l'una delle quali ha deciso di aiutare l'altra, e ai sentimenti, agli equilibri e alle sofferenze della coppia che si è rivolta ai giudici guarda invece Ersilia Salvato, vicepresidente del Senato: "Si tratta di un caso che merita il nostro rispetto e un rispettoso interrogarsi di tutti". Unica voce stonata nel coro di chi invoca la legge, quale che sia, e ne approfitta per lanciare strali contro giudici e maggioranza: per Alfredo Mantovano di An, sarebbe quest'ultima a rinviare l'approvazione della legge così consentendo "l'invasione di campo dei giudici".
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