Liberali e nemici dei dogmi| Il politically correct rischia di produrre una nuova ideologia |
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| Hilton Kramer e Roger Kimball (a cura di), "The Betrayal of Liberalism - How the Disciples of Freedom and Equality Helped Foster the Illiberal Politics of Coercion and Control", Ivan R. Dee, Chicago 1999, pagg. 248, $14,95 | In minoranza per secoli, ai liberali tocca ora il paradosso di essere additati dagli avversari della globalizzazione come i depositari del nuovo pensiero unico e totalizzante, che legittimerebbe i peggiori misfatti delle multinazionali e del capitalismo sfrenato. D'altra parte, è anche vero che il liberalismo, ormai privo di avversari eticamente - prima ancora che politicamente - presentabili, rischia di diventare un marchio che fa gola, una eredità contesa, una coperta che ciascuno tira dalla sua parte, soprattutto in un sistema che resta tendenzialmente bipolare. Ecco allora la gara a chi è più liberale, resa ancor più accesa dalla regola che le elezioni si vincono al centro.
Il liberalismo rischia così di perdere, proprio nella fase storica che lo ha visto vincitore, ogni autentica connotazione ideale e politica, per diventare una specie di lasciapassare per ricrearsi una verginità ideologica, una sorta di grimaldello elettorale per conquistare elettori incerti e di buon senso. Diventa sempre più difficile, insomma, capire che cosa significhi davvero essere liberali, in un momento in cui tutti si dichiarano liberali; anche perché, per definizione e a differenza di altre meno fortunate espenerienze del passato, il liberalismo non tollera centrali di controllo dell'ortodossia.
La questione non è solo italiana, e non dipende solo dalla caduta del muro di Berlino: basti pensare alla tradizione statunitense, divisa tra i liberal che qui chiameremmo progressisti, e i neo conservatori, che si richiamano proprio al liberalismo classico continentale. Spogliato delle sue più opportunistiche connotazioni elettorali, il dibattito è fecondo: non esistendo un papa o un califfo del liberalismo non può esistere nemmeno la patente di liberale, mentre la credibilità da liberale si conquista col dibattito, il confronto, la coerenza tra le idee professate e le politiche seguite.
Esiste naturalmente il rischio inverso: che l'adesione solo nominale al liberalismo dia luogo a un ibrido confuso ed equivoco, foriero di politiche contraddittorie e velleitarie; e che esso possa risultare "tradito", come titola questa raccolta di saggi originariamente pubblicati sulla rivista "The New Criterion" nell'ambito di un dibattito su natura e prospettive del liberalismo.
Gli autori, tra i quali troviamo nomi noti al pubblico italiano, come
Robert Conquest e Roger Scruton, si collocano nel
solco della tradizione liberale classica; la loro posizione è chiarita dal sottotitolo del libro, che richiama il rischio che le politiche liberal, sublimate nella nuova ortodossia del "politically correct", possano provocare risultati tutt'altro che liberali, ma anzi animati da uno spirito di coercizione e di riduzione degli spazi di libertà.
I liberal osservano i curatori, hanno vinto la guerra delle parole, perpetuando l'"illusione che la virtù autentica sia sinonimo dell'ideologia liberale, col corollario che ogni critica ai liberal sia sinonimo di reazione sconsiderata". Lo sforzo degli autori, che mistificano il contenuto tutt'altro che liberale di autori come Rousseau, ma addirittura anche Stuart Mill è quello di dimostrare che si può essere liberali senza essere liberal, e che in certi casi anzi non si può essere davvero liberali se si è liberal.
Osserva John Silber, rettore della Boston University, che l'errore sta proprio nell'assumere il liberalismo come un corpo chiuso di dottrine dogmatiche: si può essere liberali all'euurooea, pur professando obiettivi obiettivi politicamente assai corretti come l'abolizione della pena capitale o le "affirmative action": ma il liberale "difende e talora esercita il diritto di essere politicamente scorretto". In caso contrario, conclude Silber, assume le proprie posizioni solo sulla base dell'adesione a un'ortodossia; e diventa allora un ideologo: "e un ideologo di sinistra non è più liberale di un ideologo di destra, perché nessuno dei due crede nell'umiltà, nei confronti dei fatti e della logica, nel rispetto per l'esperienza e per le opinioni degli altri, e nell'importanza di fare il massimo sforzo per evitare l'irrazionalità".
Il liberalismo riacquista cosi la sua dimensione storicamente rivoluzionaria, quella di metodo per affrancare l'individuo dal dogma, e dunque per esaltare la sua libertà e la sua responsabilità. E' proprio questo aspetto che ha reso il liberalismo "robusto quasi come Rasputin. Come ci vollero il veleno, le pallottole e l'annegamento per far fuori il Monaco Pazzo, ci sono voluti due guerre mondiali, il comunismo, il fascismo e una depressione a livello planetario per ridurre il liberalismo classico ai margini della politica", conclude John O'Sullivan. Ma, a differenza di Rasputin, il liberalismo è ancora vivo e vegeto; e, se sapranno continuare ad animare il dibattito politico, i liberali avranno ancora grandi battaglie da compiere per arginare il morbo che già Tocqueville indicava come il più insidioso per le società libere, quello del conformismo. |