RASSEGNA STAMPA

27 FEBBRAIO 2000
ARMANDO MASSARENTI
Una morale per i perplessi
Un libro di Bernard Williams su che cosa significa per l'uomo moderno abbracciare la sfera della moralità
Bernard Williams, "La moralità. Un'introduzione all'etica", traduzione di Massimo Reichlin, Einaudi, Torino 2000, pagg. 104, L. 20.000.
"Se si possiede il proprio perché della vita, allora si va d'accordo con quasi ogni come. L'uomo non anela alla felicità, soltanto gli inglesi lo fanno". Questo aforisma di Nietzsche, posto come distico per un saggio critico sull'utilitarismo, riassume molto bene - sia in positivo sia in negativo - l'atteggiamento generale di Bernard Williams nei confronti della filosofia morale. In libri come Problemi dell'io (1973), Sorte morale (1982), L'etica e i limiti della filosofia (1985), Shame and Necessity (1993), questo filosofo inglese, scontento della principale teoria morale del proprio Paese - l'utilitarismo, appunto, basato sulle nozioni di felicità o benessere - è venuto affinando via via il proprio atteggiamento critico nei confronti della filosofia morale nel suo complesso, giudicata insoddisfacente rispetto alle esigenze sempre più sofisticate e pressanti espresse della società contemporanea.
Lo affermava chiaramente già in quest'aureo libretto del '72 - La moralità, ora pubblicato da Einaudi - famoso, tra l'altro, per il piglio con cui si scagliava contro la tradizione in cui egli stesso si era formato. Ma quell'accusa contro la filosofia morale di stile "analitico" o "linguistico", definita "vuota e noiosa", era subito corretta da un rilievo ben più generale: in realtà "la maggior parte della filosofia morale di tutti i tempi è vuota e noiosa, e il numero di grandi libri su quest'argomento può essere letteralmente contato sulle dita di una mano". La filosofia morale contemporanea ha solo trovato "un modo originale di essere noiosa, che consiste nel non affrontare del tutto i problemi morali" per concentrarsi invece su problemi "meta-etici" del tipo: qual è la natura del linguaggio morale? ha senso parlare di conoscenza morale?
Affermazione questa oggi non più valida, perché proprio a partire dagli anni 70 la filosofia morale di lingua inglese, e non solo, ha ripreso a occuparsi essenzialmente di problemi morali sostanziali (aborto, fame nel mondo, diritti degli animali) anche se lo ha fatto - scrive Williams nella nuova prefazione - in un modo altrettanto inadeguato, superficiale, noioso.
Troppo spesso si tende a credere che la riflessione morale debba per forza essere ingabbiata in una qualche teoria, non importa se utilitarista, kantiana o altro. Si continua così a trascurare un aspetto essenziale della moralità: il fatto che essa ha anche a che fare con motivazioni ed emozioni diverse e spesso in conflitto tra loro, talvolta assai profonde e legate al carattere degli individui, oltre che ad altrettanto importanti aspirazioni e bisogni sociali. "Se non si ha carattere, è il caso di darsi un metodo". Ecco un altro bell'aforisma (di Albert Camus) che riassume bene la critica di Williams nei confronti della teoria etica. Di carattere la filosofia di Williams ne ha da vendere, e questo volumetto sulla moralità mantiene tuttoggi la sua incisività. Lo scetticismo e lo spirito critico finiscono con il lasciare in piedi ben poco delle teorie etiche tradizionali, ma proprio questo spirito corrosivo (che ricorda quello nicciano, ma senza averne le inquietanti conseguenze) è un grande pregio del libro.
Williams prende le mosse dalla sfida che l'amoralista muove al pensiero morale nel suo complesso. Si può condurre una vita completamente immune dalle considerazioni morali? Le dichiarazioni di amoralità riescono a passare il test della coerenza? La risposta, negativa, di Williams getta le prime luci su alcune caratteristiche della moralità. Ma subito dopo egli passa a considerare un'altra sfida altrettanto inquietante: quella dei soggettivisti di vario tipo e del relativismo assai rozzo che talvolta sostengono. È questa forse la parte più datata del libro, superata da alcuni lavori sulla "visione soggettiva" della metà degli anni 80 giustamente presi in gran considerazione dall'ultimo Williams.
Efficace resta però la descrizione delle strategie, tipiche della filosofia moderna, volte a disinnescare il soggettivismo.
Segue una trattazione sulla "bontà". Un breve capitolo, che gli basta per mostrare l'inconsistenza della celebre analisi di Moore del concetto di buono e svolgere una critica penetrante della cosiddetta "fallacia naturalistica" (cioè l'errore di trarre giudizi di valore da questioni di fatto).
Al contrario, Williams ritiene che è proprio la diffusa tendenza a separare in due sfere distinte fatti e valori a rendere vuota buona parte della filosofia morale contemporanea. I fatti, nei nostri resoconti morali, non sono affatto trascurabili (anche se si tratta di fatti, per esempio, psicologici, diversi da quelli scientifici). E in generale l'atteggiamento di Williams è quello di colui che intende fornire un resoconto realistico su come stanno le cose nella sfera della moralità. Distingue (e insieme descrive) come un uomo può essere buono nel fare certe cose e come può essere buono nello svolgere certi ruoli.
Che cosa vuol dire essere un buon bancario, un buon padre, un buon uomo? E che differenza c'è tra questi ruoli? Essere un buon uomo può rivelare che ci sono caratteristiche universali proprie dell'uomo, tipiche della moralità. Williams mostra l'incoerenza delle due principali posizioni che promettono di dire ciò che un uomo buono deve essere in generale: quella trascendente (la credenza in un Dio - si chiede Williams - modifica in qualche modo la nostra condizione morale?) e quella non trascendente (significativamente esemplificata da Aristotele).
Si arriva dunque al capitolo Di che tratta la morale? Impossibile riassumerlo: quel che è certo, per Williams, è che non tratta solo della felicità, ma di disposizioni profonde che ci guidano costantemente nell'azione. "Trova il tuo impulso più profondo e seguilo", esortava Benjamin Franklin. "L'idea che vi sia il nostro impulso più profondo, che vi sia una scoperta da fare, anziché una decisione; e l'idea che si presti fiducia ciò che viene trovato, per quanto non sia chiaro dove esso ci condurrà: questi sono i punti nodali" di questa posizione, riassumibili in tre parole: "scoperta, fiducia, rischio", cui si aggiunge la non meno importante "autenticità". Tutti elementi importanti per una vita morale, ma non esaustivi e pieni anch'essi di tensioni interne.
Williams finisce, quasi senza volerlo, per resuscitare una serie di tematiche morali che erano più vicine alla sensibilità degli antichi che dei moderni. Ma in L'etica e i limiti della filosofia (Laterza) egli sosterrà consapevolmente che la realtà sociale del mondo moderno pone al pensiero etico problemi senza precedenti che la filosofia morale contemporanea non è in grado di affrontare né di definire con chiarezza.
Le teorie etiche moderne - kantismo e utilitarismo - desumendo le loro concezioni della razionalità da campi estranei alla morale, sono troppo lontane dalle esperienze concrete vissute dagli individui nel contesto sociale. In questa situazione richiamarsi al più fecondo modo di pensare degli antichi non può essere che salutare. La domanda a cui dovremmo ritornare a rispondere nei nostri resoconti sulla vita etica, sostiene Williams, è quella di Socrate su "come uno deve vivere", e va sostituita ai troppo ambiziosi interrogativi dei moderni su "qual è il nostro dovere" e "come possiamo essere felici".
inizio pagina
vedi anche
Filosofia morale