Una morale per i perplessi| Un libro di Bernard Williams su che cosa
significa per l'uomo moderno abbracciare la
sfera della moralità |
| "Se si possiede il proprio perché della vita, allora si va d'accordo con
quasi ogni come. L'uomo non anela alla felicità, soltanto gli inglesi lo
fanno". Questo aforisma di Nietzsche, posto come distico per un saggio
critico sull'utilitarismo, riassume molto bene - sia in positivo sia in
negativo - l'atteggiamento generale di Bernard Williams nei confronti
della filosofia morale. In libri come Problemi dell'io (1973), Sorte morale
(1982), L'etica e i limiti della filosofia (1985), Shame and Necessity
(1993), questo filosofo inglese, scontento della principale teoria morale
del proprio Paese - l'utilitarismo, appunto, basato sulle nozioni di
felicità o benessere - è venuto affinando via via il proprio atteggiamento
critico nei confronti della filosofia morale nel suo complesso, giudicata
insoddisfacente rispetto alle esigenze sempre più sofisticate e pressanti
espresse della società contemporanea.
Lo affermava chiaramente già in quest'aureo libretto del '72 - La
moralità, ora pubblicato da Einaudi - famoso, tra l'altro, per il piglio con
cui si scagliava contro la tradizione in cui egli stesso si era formato. Ma
quell'accusa contro la filosofia morale di stile "analitico" o "linguistico",
definita "vuota e noiosa", era subito corretta da un rilievo ben più
generale: in realtà "la maggior parte della filosofia morale di tutti i tempi
è vuota e noiosa, e il numero di grandi libri su quest'argomento può
essere letteralmente contato sulle dita di una mano". La filosofia morale
contemporanea ha solo trovato "un modo originale di essere noiosa, che
consiste nel non affrontare del tutto i problemi morali" per concentrarsi
invece su problemi "meta-etici" del tipo: qual è la natura del linguaggio
morale? ha senso parlare di conoscenza morale?
Affermazione questa oggi non più valida, perché proprio a partire dagli
anni 70 la filosofia morale di lingua inglese, e non solo, ha ripreso a
occuparsi essenzialmente di problemi morali sostanziali (aborto, fame
nel mondo, diritti degli animali) anche se lo ha fatto - scrive Williams
nella nuova prefazione - in un modo altrettanto inadeguato, superficiale,
noioso.
Troppo spesso si tende a credere che la riflessione morale debba per
forza essere ingabbiata in una qualche teoria, non importa se utilitarista,
kantiana o altro. Si continua così a trascurare un aspetto essenziale
della moralità: il fatto che essa ha anche a che fare con motivazioni ed
emozioni diverse e spesso in conflitto tra loro, talvolta assai profonde e
legate al carattere degli individui, oltre che ad altrettanto importanti
aspirazioni e bisogni sociali.
"Se non si ha carattere, è il caso di darsi un metodo". Ecco un altro
bell'aforisma (di Albert Camus) che riassume bene la critica di Williams
nei confronti della teoria etica. Di carattere la filosofia di Williams ne ha
da vendere, e questo volumetto sulla moralità mantiene tuttoggi la sua
incisività. Lo scetticismo e lo spirito critico finiscono con il lasciare in
piedi ben poco delle teorie etiche tradizionali, ma proprio questo spirito
corrosivo (che ricorda quello nicciano, ma senza averne le inquietanti
conseguenze) è un grande pregio del libro.
Williams prende le mosse dalla sfida che l'amoralista muove al pensiero
morale nel suo complesso. Si può condurre una vita completamente
immune dalle considerazioni morali? Le dichiarazioni di amoralità
riescono a passare il test della coerenza? La risposta, negativa, di
Williams getta le prime luci su alcune caratteristiche della moralità. Ma
subito dopo egli passa a considerare un'altra sfida altrettanto
inquietante: quella dei soggettivisti di vario tipo e del relativismo assai
rozzo che talvolta sostengono. È questa forse la parte più datata del
libro, superata da alcuni lavori sulla "visione soggettiva" della metà degli
anni 80 giustamente presi in gran considerazione dall'ultimo Williams.
Efficace resta però la descrizione delle strategie, tipiche della filosofia
moderna, volte a disinnescare il soggettivismo.
Segue una trattazione sulla "bontà". Un breve capitolo, che gli basta per
mostrare l'inconsistenza della celebre analisi di Moore del concetto di
buono e svolgere una critica penetrante della cosiddetta "fallacia
naturalistica" (cioè l'errore di trarre giudizi di valore da questioni di fatto).
Al contrario, Williams ritiene che è proprio la diffusa tendenza a separare
in due sfere distinte fatti e valori a rendere vuota buona parte della
filosofia morale contemporanea. I fatti, nei nostri resoconti morali, non
sono affatto trascurabili (anche se si tratta di fatti, per esempio,
psicologici, diversi da quelli scientifici). E in generale l'atteggiamento di
Williams è quello di colui che intende fornire un resoconto realistico su
come stanno le cose nella sfera della moralità. Distingue (e insieme
descrive) come un uomo può essere buono nel fare certe cose e come
può essere buono nello svolgere certi ruoli.
Che cosa vuol dire essere un buon bancario, un buon padre, un buon
uomo? E che differenza c'è tra questi ruoli? Essere un buon uomo può
rivelare che ci sono caratteristiche universali proprie dell'uomo, tipiche
della moralità. Williams mostra l'incoerenza delle due principali posizioni
che promettono di dire ciò che un uomo buono deve essere in generale:
quella trascendente (la credenza in un Dio - si chiede Williams -
modifica in qualche modo la nostra condizione morale?) e quella non
trascendente (significativamente esemplificata da Aristotele).
Si arriva dunque al capitolo Di che tratta la morale? Impossibile
riassumerlo: quel che è certo, per Williams, è che non tratta solo della
felicità, ma di disposizioni profonde che ci guidano costantemente
nell'azione. "Trova il tuo impulso più profondo e seguilo", esortava
Benjamin Franklin. "L'idea che vi sia il nostro impulso più profondo, che
vi sia una scoperta da fare, anziché una decisione; e l'idea che si presti
fiducia ciò che viene trovato, per quanto non sia chiaro dove esso ci
condurrà: questi sono i punti nodali" di questa posizione, riassumibili in
tre parole: "scoperta, fiducia, rischio", cui si aggiunge la non meno
importante "autenticità". Tutti elementi importanti per una vita morale,
ma non esaustivi e pieni anch'essi di tensioni interne.
Williams finisce, quasi senza volerlo, per resuscitare una serie di
tematiche morali che erano più vicine alla sensibilità degli antichi che dei
moderni. Ma in L'etica e i limiti della filosofia (Laterza) egli sosterrà
consapevolmente che la realtà sociale del mondo moderno pone al
pensiero etico problemi senza precedenti che la filosofia morale
contemporanea non è in grado di affrontare né di definire con chiarezza.
Le teorie etiche moderne - kantismo e utilitarismo - desumendo le
loro concezioni della razionalità da campi estranei alla morale, sono
troppo lontane dalle esperienze concrete vissute dagli individui nel
contesto sociale. In questa situazione richiamarsi al più fecondo modo di
pensare degli antichi non può essere che salutare. La domanda a cui
dovremmo ritornare a rispondere nei nostri resoconti sulla vita etica,
sostiene Williams, è quella di Socrate su "come uno deve vivere", e va
sostituita ai troppo ambiziosi interrogativi dei moderni su "qual è il nostro
dovere" e "come possiamo essere felici". |