RASSEGNA STAMPA

27 FEBBRAIO 2000
DARIO DEL CORNO
A passeggio tra le scuole
Stoici e soprattutto epicurei, critici con lo stagirita, durante l'Ellenismo finirono con il riconoscere la validità di molti suoi insegnamenti
Uno studio di Marcello Gigante esamina l'influenza aristotelica sulle filosofie che lo contrastarono
Marcello Gigante, "Kepos e Peripatos. Contributo alla storia dell'aristotelismo antico". Bibliopolis, Napoli 2000, pagg. 160, L. 35.000.
Dopo la ciclopica opera di Aristotele, la fortuna della scuola da lui fondata, il Peripato, segue un cammino radicalmente diverso dalle due grandi dottrine filosofiche dell'età ellenistica, lo Stoicismo e l'Epicureismo. Queste disponevano di un sistema canonico, da accettare o rifiutare in blocco; e tale condizione assicurò a entrambe una duratura compattezza, nonostante le varianti e le correzioni di rotta che incisero soprattutto nell'evoluzione della Stoa. Invece l'efficacia di Aristotele si esercitò anche al di fuori del Peripato, in uno schema "aperto" che diffuse acquisizioni e tendenze della sua filosofia anche presso le altre scuole dell'epoca. Esiste un Aristotelismo dei non aristotelici, che si affianca a quello dei commentatori di Aristotele, e lo integra; e l'indagine di questo settore viene occupando un ruolo sempre più rilevante nella storiografia filosofica del nostro tempo.
Una caratteristica delle scuole filosofiche durante l'Ellenismo è la costante attitudine al dialogo, che non rifiuta le asprezze della polemica, e tuttavia apre la strada per accogliere nell'una o nell'altra dottrina tutto ciò che non contrasta con i suoi fondamenti. Anche la scuola apparentemente più bloccata nella fedeltà all'insegnamento del proprio fondatore, l'Epicureismo, rivela nei confronti del Peripato un complesso rapporto, in cui si alternano l'antitesi e l'assimilazione. Ci fu indubbiamente dell'ostilità fra l'uno e l'altro indirizzo, soprattutto nella fase più antica; è tradizione che una delle donne di Epicuro, l'etera Leonzio, avesse scritto un libello contro Teofrasto, provocando lo scandalizzato commento di Plinio il Vecchio: l'impudente femmina avrebbe dovuto impiccarsi, piuttosto, scegliere un albero e farla finita. Ma questo e altri simili casi clamorosi non valgono a nascondere una significativa rete di suggestioni di matrice peripatetica nelle opere di Epicuro e dei suoi seguaci. È indubbio che Epicuro lesse e studiò a fondo Aristotele, sovente confutandone radicalmente i risultati; e d'altronde, anche quando dissente, egli si muove su concetti fondamentali della dottrina del suo antagonista.
L'alternanza di convergenze e divergenze con il Peripato si accentua negli epigoni dell'Epicureismo; e l'esempio più vistoso e significativo di quest'interesse è costituito da Filodemo di Gadara, il filosofo epicureo che risiedette fra Napoli ed Ercolano intorno alla metà del I secolo a.C., e fu amico di Virgilio, oltre che autore in proprio di raffinati epigrammi.
Appunto dalle lave di Ercolano è avvenuto il recupero dei suoi testi dottrinali, che rappresentano il corpus di gran lunga più cospicuo della scuola epicurea. Marcello Gigante, che dalla rinascita filodemea è da più di trent'anni il benemerito propugnatore e maestro, si è valso della sua eccezionale competenza in questi ardui materiali per estendere l'immagine dell'epicureismo al di là dell'isolamento in cui un'inveterata tradizione critica tendeva a relegarlo. Al tempo stesso, il suo lavoro segna una tappa fondamentale nel nuovo quadro del Peripato, che individua le diramazioni "esterne" del grandioso sistema fondato da Aristotele e integrato dai suoi successori, e ne rivaluta la funzione di indispensabile riferimento per lo sviluppo della filosofia ellenistica.
Si tratta, come si è accennato, di un campo di studi che attraversa una fase di forte incremento; e la smisurata informazione bibliografica di Gigante gli consente di organizzare il volume come una sorta di "summa" dei risultati raggiunti, e degli obiettivi tuttora aperti a ulteriori investigazioni. Risulta comunque prevalente la sostanziale originalità del progetto, che interpreta la complessa storia dell'Ellenismo filosofico come un equilibrato rapporto fra i singoli sistemi di pensiero e una comunanza di cultura e tradizioni. Filodemo si misura con il Peripato nei termini di una polemica sovente esplicita e vibrata; ma sa anche riconoscere con leale ammirazione le benemerenze degli avversari. "Se riconoscevamo che alcuni dei precetti di Senofonte e Teofrasto sono validi anche per i filosofi, bisogna acquisire anche quelli, perché ci vergognamo più se trascuriamo qualcosa di utile che se ce lo prendiamo da altri", si legge in un passo del trattato Sull'economia. In quest'opera Filodemo si discosta drasticamente dai predecessori, per salvaguardare l'autonomia del sapiente dalle volgari cure dell'attività pratica; e tuttavia anche il rigore teorico dell'epicureo ammette di integrare nel proprio sistema le altrui affermazioni, quando ne riconosce l'universale validità.
Questo scambio risultava soprattutto proficuo nel territorio dell'etica pratica, e nella polemica contro i guasti dell'indole: i Caratteri di Teofrasto costituivano, per l'esattezza della rappresentazione e per lo sfavillante brio dello stile, un modello basilare. Nella critica contro uno dei vizi capitali del suo tempo, l'adulazione, Filodemo arriva a trascrivere il Carattere V, la "smania di piacere", cercando di trarre dal testo teofrasteo ciò che meglio si adattava al suo intento polemico. Anche un peripatetico di età più tarda, Aristone di Ceo, aveva composto una serie di ritratti, fondati su comportamenti aberranti. Il suo originale è perduto, e dobbiamo all'eclettica ricettività di Filodemo, che nel trattato Sui vizi ne trascrisse i tipi risalenti all'archetipo del "superbo" o "borioso", la conoscenza di piccoli gioielli tuttora attuali, come questo: "L'onnisciente si è convinto che conosce tutte le cose, alcune per averle apprese dai competenti, altre per averle solo viste fare, altre per averle escogitate da sé. Ed è tale che dice non solo di essersi fatto i vestimenti..., ma anche di costruire da sé una casa e una nave, senza un architetto. E dice di scrivere per sé contratti che esigono esperienza di leggi, e di industriarsi a essere medico non solo di sé, ma anche di altri. E dice di piantare alberi e caricare navi, operazioni che hanno successo se eseguite da gente del mestiere. E pur naufragando in tutto, neppure così smette di impazzare. Ed è tale che, pur presumendo di possedere tutte le discipline, subisce smacco e chiama incompetenti i suoi derisori... Ed è per questo che gli eruditi hanno solo odori di molte cose, senza possederle mentalmente; e a loro dei prodotti del sapere resta ciò che non dura, e non ciò che è valido". E così via, polemizzando e irridendo; e chi voglia conoscere per intero questa stravagante fauna, la troverà nel libro di Gigante, tradotta con la vivida arguzia che compete all'argomento.
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vedi anche
Storia della filosofia