In principio eè la contemplaziome| Secondo John Dudley nel pensiero dello stagirita l'etica dipende dalla teologia |
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| Aristotele, "Etica Nicomachea", traduzione, introduzione e note di C.
Natali, Laterza, Roma-Bari 1999, pagg. 556, L. 28.000 |
| Aristotele, "Etica Eudemia", traduzione, introduzione e note di P.
Donini, Laterza, Roma-Bari 1999, pagg. 230, L. 15.000 |
| John Dudley, "Dio e contemplazione in Aristotele. Il fondamento
metafisico dell'"Etica Nicomachea"", Vita e Pensiero, Milano 1999,
pagg. 222, L. 30.000 (brossura); L. 40.000 (rilegato). | L'opera di Aristotele che ha avuto un influsso della più ampia portata fra i
filosofi è stata la sua Metafisica, ma la sua opera più letta dagli uomini di
cultura è stata l'Etica Nicomachea. Nel Rinascimento è stata addirittura
l'opera maggiormente apprezzata, anche da parte dei Platonici di stretta
osservanza. Raffaello, nella sua Scuola di Atene, pone proprio
quest'opera sotto il braccio dello Stagirita in modo emblematico.
E anche in età moderna l'Etica aristotelica viene continuamente
riesaminata e studiata. È da poco uscita una nuova traduzione dell'Etica
Nicomachea, a cura di Carlo Natali per i tipi della Laterza, cui è seguita
a poca distanza una nuova traduzione anche dell'Etica Eudemia (di
necessario complemento alla prima) sempre per Laterza, in sostituzione
delle precedenti traduzioni di Armando Plebe.
In parallelo è uscito per Vita e Pensiero una importante monografia Dio e
contemplazione in Aristotele. Il fondamento metafisico dell'Etica
Nicomachea di John Dudley, per molti aspetti innovativa. In questo libro
Dudley cerca di dimostrare l'inesattezza della tesi sostenuta da non
pochi studiosi, secondo cui nelle Etiche di Aristotele non verrebbe
espresso, almeno in modo chiaro, ciò che costituisce il fondamento
ultimativo della dottrina morale dello Stagirita.
Per contro, Dudley dimostra che il fondamento ultimativo dell'etica viene
espresso con chiarezza dallo Stagirita, e viene altresì ribadito più volte e
in modo cospicuo (anche se, potremmo dire, non in quella maniera che
l'uomo di oggi esigerebbe, sulla base dei propri criteri). Tale fondamento
è Dio, inteso come causa finale: la felicità dell'uomo (scopo supremo di
indagine dell'etica) ha una "somiglianza" con quella propria degli dèi; il
che significa che l'Uomo è felice imitando il divino. In altri termini, la
natura e la vita di Dio viene intesa da Aristotele come un "paradigma"
per la vita umana perfetta, ossia come un modello normativo e come
misura assiologica.
Il testo emblematico è il seguente: "...L'attività degli dèi, che spicca per
beatitudine, verrà a essere una attività contemplativa, e quindi tra le
attività umane quella più vicina a essa sarà la più felice. Ne è segno che
gli altri animali non partecipano della felicità, essendo completamente
privati di questa attività. E mentre per gli dèi tutta la vita è beata, per gli
esseri umani lo è nella misura in cui appartiene a essi una qualche
immagine di una simile attività: degli altri animali nessuno è felice, dato
che nessuno ha a che fare con la contemplazione. Dunque, quanto si
estende la contemplazione, tanto si estende la felicità, e a coloro cui
maggiormente appartiene il contemplare, appartiene anche l'essere
felici, non per accidente, ma in conseguenza della contemplazione:
questa infatti è degna di onore per sé. Di modo che la felicità verrà a
essere un tipo di contemplazione" (traduzione Natali).
Ne corso del volume Dudley non solo dimostra come questa tesi sia
fondamentale per il sistema etico di Aristotele, ma cerca anche di
evidenziare, in vari modi, le diverse argomentazioni con cui il filosofo
prova questo asserto.
Si tratta di una particolare e importante posizione tipica di Aristotele che
gli studiosi non hanno preso in seria considerazione, neppure studiosi
della statura di Ross, il quale nella sua celebre opera Aristotele, nel
nutrito capitolo di una cinquantina di pagine che egli dedica all'Etica,
chiama in causa la figura di Dio solo una volta, in modo quasi
accidentale, e passa la cosa sotto silenzio.
L'immagine di Dio che emerge dalle Etiche di Aristotele, risulta essere
identica a quella che emerge dalla Metafisica, ossia all'immagine del
Motore immobile come causa finale dell'universo e attività contemplativa
(di sè medesimo).
Come è noto, Werner Jaeger nel suo celebre Aristotele del 1923 aveva
messo in crisi proprio l'interpretazione della centralità del concetto di Dio
nella Metafisica, riportando alla fase platonica il celebre libro XII, e
cercando di dimostrare il radicale mutamento dell'asse portante del
pensiero dello Stagirita nel corso della sua evoluzione spirituale.
La tesi generale di Jaeger è ormai considerata del tutto obsoleta nella
sua portata di paradigma ermeneutico storico-genetico; ma non pochi
studiosi, anche se non accettano più quel paradigma ermeneutico,
continuano a considerare come problematico, per vari aspetti, il concetto
aristotelico di Dio nella Metafisica e di conseguenza anche nelle Etiche.
In effetti, quando entra in discussione il concetto di Dio, negli studiosi
scatta un meccanismo psicologico molto complesso, con la
conseguente messa in moto di "pre-giudizi" e "pre-concetti" di vario
tipo. Si pensa che un credente, quando parla di Dio, non possa essere
se non condizionato dalla sua fede religiosa o dalle idee della corrente
cui appartiene, e che di conseguenza risulti essere poco affidabile
"scientificamente", ossia poco credibile su questo punto. Ci sono anche
alcuni estremisti (e per la verità non sono pochi) che ritengono "non
scientifico" qualsiasi tipo di discorso che tratti di Dio, e che, di
conseguenza, cercano di restringere il più possibile (se non addirittura di
eliminare) la dimensione del teologico che si riscontra in grandi
pensatori.
Naturalmente, c'è l'ateo il quale pensa che un grande pensatore, nella
misura in cui è grande, non possa pensare seriamente a un Dio; ma c'è
anche la posizione opposta di chi pensa che un grande pensatore,
proprio nella misura in cui risulta essere grande, non possa non pensare
a Dio e al divino, come la filosofia ha fatto fin dalle sue origini, ponendo il
problema del "principio primo" e identificando questo con il "divino".
La mia posizione corrisponde, almeno in parte, alla seconda: un grande
pensatore non può non pensare al divino; ma, a mio avviso, pensa al
divino anche colui che lo pensa non per affermarlo, ma per negarlo. Il
divino si impone, per chi conduce indagini sui problemi ultimativi, come
un polo dialettico ineliminabile strutturalmente.
Ritengo opportuno ricordare al lettore che nella Fisica il Dio motore
costituisce teoreticamente un caposaldo centrale; nella Metafisica lo è
anche a maggior titolo.
Dunque, il discorso fisico e metafisico aristotelico è incentrato e fondato
proprio sulla teologia, e così, analogicamente, lo è quello etico, come
Dudley sostiene: "...si può dire che l'etica di Aristotele è fondata sulla
teologia. Da un lato, la virtù morale eminente trasforma l'uomo in un Dio;
dall'altro quegli aspetti della vita perfetta che riguardano la
contemplazione, cioè l'attività che occupa la maggior parte della vita
dell'uomo perfetto - la bontà, l'attività immateriale intellettuale, il
piacere, l'amicizia (l'autosufficienza), la contemplazione stessa, la
felicità, la stabilità -, sono avvicinamenti agli stessi aspetti che si
trovano nel Dio metafisico. Aristotele considera dunque l'etica da un
punto di vista teologico".
Alcuni studiosi hanno ritenuto che Aristotele nelle Etiche faccia spesso
appello alle comuni opinioni degli uomini, seguendo un metodo
"dialettico" e quindi non procedendo secondo un rigoroso metodo
scientifico. Gauthier ha sostenuto addirittura la tesi che "il metodo
proprio della morale sia altra cosa che la dialettica".
Dudley afferma invece, e dimostra abbondantemente adducendo tutta
una serie di documenti, che "in Aristotele un siffatto dualismo di metodo
non esiste", e che la dialettica, per lo Stagirita, è necessaria sia nel
porre i principi primi della scienza, sia nel procedimento di verifica dei
risultati dei ragionamenti.
In questa maniera, nell'interpretazione di Dudley risultano molto più
chiari i passi delle Etiche in cui lo Stagirita compie improvvisi passaggi
dalle opinioni della gente in generale a opinioni specifiche che sono a lui
proprie. Si tratta, in realtà, del tipico procedimento della dialettica come
viene intesa da Aristotele (in modo diverso rispetto a Platone, e tuttavia
positivo), che parte da premesse ammesse dalla communis opinio, e
che come tali sono accreditate, per giungere a determinate conclusioni
accettate come valide.
Si spiega bene, in particolare, come lo Stagirita passi, in certi casi, da
opinioni comuni sugli Dèi a certi caratteri che sono propri del suo suo
Dio metafisico, in quanto riscontra in quelle opinioni elementi veritativi
comuni con la propria.
Va ricordato, tra l'altro, che è in atto una rivalutazione della dialettica
aristotelica in generale su vari piani, come dimostrano i lavori di E. Berti
e di T. Irwin.
Per venire al nocciolo della questione, va detto quanto segue.
L'"intelletto", che costituisce una caratteristica essenziale dell'uomo,
corrisponde, in piccolo, alla "divina intelligenza". E così come l'attività
per eccellenza dell'intelligenza divina è la "contemplazione"
(Contemplazione di se medesimo), analogamente, come abbiamo letto
nel passo di Aristotele sopra riportato, la più alta attività dell'uomo
consiste nella contemplazione, nella misura in cui gli è possibile.
Non pochi studiosi passano completamente sotto silenzio questa tesi
centrale dell'etica, che giustamente Dudley richiama in primo piano, in
modo quasi martellante, fornendo una costante e cospicua
documentazione, ben difficilmente controvertibile.
Nel leggere questo libro, si comprenderà molto bene il senso profondo di
questo passo dell'Etica Nicomachea - uno dei più forti scritti da un
uomo dell'antichità, e uno dei più alti di tutti i tempi -, in cui ben si può
dire che viene espressa la cifra emblematica del pensiero etico di
Aristotele: "Non si deve, essendo uomini, limitarsi a pensare cose
umane né essendo mortali pensare solo a cose mortali, come dicono i
consigli tradizionali, ma rendersi immortali fin quanto è possibile e fare di
tutto per vivere secondo la parte migliore che è in noi. Anche se è di
peso minuscolo, per potere e per onore essa supera di gran lunga tutto il
resto" (traduzione Natali). |