RASSEGNA STAMPA

25 FEBBRAIO 2000
DARIO ANTISERI
E in Italia la parità trova il muro dei vecchi statalisti
È davvero drammatico che uno dei cardini della cultura politica e morale del nostro Paese consista nella tanto radicata e diffusa quanto nefasta equazione per cui è buono solo ciò che è pubblico, è pubblico solo ciò che è statale, è statale unicamente tutto quanto può diventare preda dei partiti. Ma qui, a proposito della scuola, una sola domanda: svolge un miglior servizio pubblico una scuola statale inefficiente e sciupona oppure un'efficiente scuola non statale? Ed è chiaro che quanti sono a favore di effettive linee di competizione da introdurre - tramite, per esempio, il buono-scuola o il credito di imposta - nel nostro sistema scolastico non sono in nessun modo contrari alla scuola di Stato; sono contrari unicamente al monopolio statale dell'istruzione.
Ed è esattamente per guarire la scuola da quella malattia grave che è lo statalismo che pensiamo alla terapia della competizione. Sono gli statalisti a fare del male - magari inintenzionalmente - alla scuola di Stato. Il monopolio statale dell'istruzione è, infatti, liberticida; contravviene alle più basilari regole della giustizia sociale; è fonte di inefficienza e di sprechi. Né è da credere che le scuole potranno essere tutte eguali. Ogni scuola sarà sempre diversa dall'altra, migliore o peggiore di un'altra. E però tutte le scuole, statali e non statali, potranno migliorarsi tramite il meccanismo della competizione. La competizione - nella scienza, in politica, in economia e nella vita delle istituzioni - è la più alta forma di collaborazione.
Il buono-scuola o anche il credito di imposta costituiscono una carta di liberazione per i poveri, giacché per mezzo di siffatti strumenti anche la famiglia meno abbiente potrà scegliere quella scuola che oggi è accessibile solo ai benestanti o ai ricchi. Ma, nonostante ciò, qualcuno tempo addietro si è dichiarato contrario al sistema del buono-scuola giacché esso porterebbe alla formazione di scuole a orientamento confessionale e, quindi, alla balcanizzazione della società. È la logica che qui fa difetto: un non sequitur è palese. La verità è proprio all'opposto: la balcanizzazione della società si è avuta proprio là dove non c'è stata libertà, dove è stato estirpato il pluralismo delle istituzioni, negata la libertà di insegnamento. La verità è che scuole confessionali diverse non sono minacce allo Stato di diritto; esse piuttosto soddisfano esigenze fondamentali e legittime; si preoccupano delle diversità; e le diversità (di visione del mondo, di valori scelti, di proposte politiche, di modi di vita eccetera) sono l'essenza della società aperta. La negazione delle diversità è pericolosa per la società, e non la sua aperta, leale e tollerante affermazione. Il soffocamento delle diversità - come sottolineato dal cardinal Lustiger - è la prima causa della loro violenta esplosione.
La società aperta è aperta dalla consapevolezza della fallibilità della conoscenza umana e dal politeismo dei valori. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e di ideali diversi e magari contrastanti. Ed ecco allora che se israeliti, cattolici, valdesi, testimoni di Geova, musulmani volessero aprire loro scuole, mantenere la loro specifica identità culturale, approfondire la loro cultura, tramandare ai loro figli quel patrimonio culturale di prospettiva sulla vita e di valori che essi ritengono la cosa più importante, forse l'unica necessaria, con quali argomenti si vorranno vietare tali scuole a "orientamento confessionale", una volta che siano stati accettati i punti fondamentali di riferimento della nostra Costituzione? Non esistono argomenti per vietare di istituire scuole "neutre" - statali e non statali; e, accanto a queste, scuole a orientamento confessionale come quelle "protestanti" e quelle "cattoliche", così come accade in Germania. In Olanda sono state istituite di recente scuole "induiste"; e c'erano già scuole "musulmane". I laicisti dovrebbero essere più attenti e meno dogmatici e meno acritici nei loro pronunciamenti e nelle loro scomuniche. Il laicismo, subito coniugato con lo statalismo, contrasta con la prospettiva laica della concezione liberale. Il laico non è un laicista. E un laicista non è un vero liberale. Lo Stato liberale, cioè laico, non ha un agnosticismo da privilegiare o da imporre. Un sistema scolastico che al suo interno non favorisca l'istituzione di scuole a orientamento religioso è antistorico, frutto di quella "presunzione fatale" tipica di un costruttivismo illuministico astratto; sradica i giovani dalle sorgenti di senso della vita; aumenta un nichilistico vuoto etico; prepara i ragazzi allo stordimento delle discoteche; privi di luce dietro le spalle, li rende moralmente e psicologicamente fragili; prede più facili negli agguati della droga.
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Filosofia e scuola