| E in Italia la parità trova il muro dei vecchi
statalisti | È davvero drammatico che uno dei cardini della cultura politica e morale
del nostro Paese consista nella tanto radicata e diffusa quanto nefasta
equazione per cui è buono solo ciò che è pubblico, è pubblico solo ciò
che è statale, è statale unicamente tutto quanto può diventare preda dei
partiti. Ma qui, a proposito della scuola, una sola domanda: svolge un
miglior servizio pubblico una scuola statale inefficiente e sciupona
oppure un'efficiente scuola non statale? Ed è chiaro che quanti sono a
favore di effettive linee di competizione da introdurre - tramite, per
esempio, il buono-scuola o il credito di imposta - nel nostro sistema
scolastico non sono in nessun modo contrari alla scuola di Stato; sono
contrari unicamente al monopolio statale dell'istruzione.
Ed è esattamente per guarire la scuola da quella malattia grave che è lo
statalismo che pensiamo alla terapia della competizione. Sono gli
statalisti a fare del male - magari inintenzionalmente - alla scuola di
Stato. Il monopolio statale dell'istruzione è, infatti, liberticida;
contravviene alle più basilari regole della giustizia sociale; è fonte di
inefficienza e di sprechi. Né è da credere che le scuole potranno essere
tutte eguali. Ogni scuola sarà sempre diversa dall'altra, migliore o
peggiore di un'altra. E però tutte le scuole, statali e non statali, potranno migliorarsi tramite il meccanismo della competizione. La competizione
- nella scienza, in politica, in economia e nella vita delle istituzioni - è
la più alta forma di collaborazione.
Il buono-scuola o anche il credito di imposta costituiscono una carta di
liberazione per i poveri, giacché per mezzo di siffatti strumenti anche la
famiglia meno abbiente potrà scegliere quella scuola che oggi è
accessibile solo ai benestanti o ai ricchi. Ma, nonostante ciò, qualcuno
tempo addietro si è dichiarato contrario al sistema del buono-scuola
giacché esso porterebbe alla formazione di scuole a orientamento
confessionale e, quindi, alla balcanizzazione della società. È la logica
che qui fa difetto: un non sequitur è palese. La verità è proprio
all'opposto: la balcanizzazione della società si è avuta proprio là dove
non c'è stata libertà, dove è stato estirpato il pluralismo delle istituzioni,
negata la libertà di insegnamento. La verità è che scuole confessionali
diverse non sono minacce allo Stato di diritto; esse piuttosto soddisfano
esigenze fondamentali e legittime; si preoccupano delle diversità; e le
diversità (di visione del mondo, di valori scelti, di proposte politiche, di
modi di vita eccetera) sono l'essenza della società aperta. La negazione
delle diversità è pericolosa per la società, e non la sua aperta, leale e
tollerante affermazione. Il soffocamento delle diversità - come
sottolineato dal cardinal Lustiger - è la prima causa della loro violenta
esplosione.
La società aperta è aperta dalla consapevolezza della fallibilità della
conoscenza umana e dal politeismo dei valori. La società aperta è
aperta al maggior numero possibile di idee e di ideali diversi e magari
contrastanti. Ed ecco allora che se israeliti, cattolici, valdesi, testimoni
di Geova, musulmani volessero aprire loro scuole, mantenere la loro
specifica identità culturale, approfondire la loro cultura, tramandare ai
loro figli quel patrimonio culturale di prospettiva sulla vita e di valori che
essi ritengono la cosa più importante, forse l'unica necessaria, con quali
argomenti si vorranno vietare tali scuole a "orientamento confessionale",
una volta che siano stati accettati i punti fondamentali di riferimento della
nostra Costituzione?
Non esistono argomenti per vietare di istituire scuole "neutre" - statali e
non statali; e, accanto a queste, scuole a orientamento confessionale
come quelle "protestanti" e quelle "cattoliche", così come accade in
Germania. In Olanda sono state istituite di recente scuole "induiste"; e
c'erano già scuole "musulmane".
I laicisti dovrebbero essere più attenti e meno dogmatici e meno acritici
nei loro pronunciamenti e nelle loro scomuniche. Il laicismo, subito
coniugato con lo statalismo, contrasta con la prospettiva laica della
concezione liberale. Il laico non è un laicista. E un laicista non è un vero
liberale. Lo Stato liberale, cioè laico, non ha un agnosticismo da
privilegiare o da imporre.
Un sistema scolastico che al suo interno non favorisca l'istituzione di
scuole a orientamento religioso è antistorico, frutto di quella
"presunzione fatale" tipica di un costruttivismo illuministico astratto;
sradica i giovani dalle sorgenti di senso della vita; aumenta un
nichilistico vuoto etico; prepara i ragazzi allo stordimento delle
discoteche; privi di luce dietro le spalle, li rende moralmente e
psicologicamente fragili; prede più facili negli agguati della droga. |