Il pensiero Gentile fa i conti col passato| "La sua adesione al fascismo fu politica, passionale e storiografica" |
| C'è una circostanza curiosa, che appresi da un giovane normalista trasferito all'Università di Roma nel '37 per seguire i corsi di
filosofia teoretica di Gentile: sembra che il filosofo dell'idealismo attuale, un anno prima delle leggi razziali, dalla cattedra
polemizzasse continuamente, quasi ossessivamente, contro il razzismo". Gennaro Sasso conosce l'opera di Giovanni Gentile più o
meno come noi il salotto di casa nostra. E ripete "per l'ennesima volta" quello che va dicendo - e scrivendo - da anni, e che chi è
stato suo allievo sa altrettanto bene: "Tra la filosofia dell'atto in atto e il fascismo non c'è, né ci può essere, alcun nesso".
Nonostante quanto pensasse il filosofo di Castelvetrano, che a tal proposito fu vittima di un'"autoillusione" piuttosto comune,
ammette Sasso, "nei filosofi che si mettono in rapporto col potere". Quello "costituito", non il potere "pensato" nella teoria politica.
Domani si celebra a Roma - puntuale come un temporale estivo - il quasi- annuale convegno su Gentile: si spera che, come quel
temporale, non sia effimero e attratto, per dirla con Sasso, solo dalla "polemichetta". Di cose su cui tornare a discutere in realtà ce
ne sono: per esempio, la voce gentiliana del Dizionario biografico degli italiani, redatta dall'attuale professore di filosofia teoretica
della "Sapienza" e direttore dello storico "monumento" crociano, l'Istituto Italiano per gli Studi Storici.
Inevitabile, quindi, l'avvertenza di Sasso: "Ho l'impressione che, nonostante questo interesse vivace, a livello giornalistico, sulla
figura di Gentile, in molte redazioni culturali non circoli il benché minimo riscontro nella scientia gentiliana". Insomma, si strologa
sul filosofo senza conoscerne magari neanche un titoletto. "Poi ci sono pochi studiosi che si occupano di Gentile, talvolta a un
livello anche notevole". Infine, i politici. Anzi, quelli che Sasso chiama "i politici di Gentile", quasi che tra l'intellettuale e la schiera
degli adoratori-profittatori o dei critici più o meno improvvisati non ci sia soluzione di continuità.
Peccato: perché sul pensiero del siciliano è sempre utile una discussione "filosofica". O magari semplicemente "culturale", giusto
per chiarire due, tre cosette. Come Sasso ha scritto tante volte - nei due fondamentali libri del saggio sull'idealismo gentiliano, o
nella ricostruzione storiografica su Le due Italie di Giovanni Gentile (Il Mulino) - "l'adesione di Gentile al regime fu un fatto, più che
un concetto: solo che il filosofo lo scambiò per un risultato teoretico intimamente necessario". In altre parole, Gentile si schierò con
Mussolini - e Bottai - seguendo un sentiero passionale: "La via che percorse verso il fascismo fu filosofica, forse, nelle parole, nello
sforzo di autointerpretazione in termini di coerenza con le premesse dell'idealismo attuale; ma nelle cose no...". Cioè, "ancorché
segnata da parole filosofiche, fu via politica, passionale, storiografica".
È possibile citare qualche circostanza, della vita o dell'opera, per sostenere la tesi dell'inesistenza del legame tra attualismo e
fascismo? Sasso ne potrebbe snocciolare per ore. Eccone alcune: nel '23, cioè col fascismo bambino e prima dell'omicidio
Matteotti, Gentile ha già definito le linee del suo sistema con la seconda edizione del Sistema di logica. E il nocciolo di altri suoi
libri fondamentali risale anche più indietro: al '15, persino al 1909, quando compare il Breve saggio sulle forme assolute dello spirito -
Negli anni Venti-Trenta? Beh, anche lì si mira male: il professore ricorda, per dire, che un libro del '30-'31, La filosofia dell'arte "è
quanto di meno fascista ci si possa immaginare".
Attenzione, però: una responsabilità ci fu, e Sasso non è certo interessato a negarlo per piccoli "revisionismi" modaioli: "Croce gli
rimproverò fin dal 1913, e poi dopo, nella Storia d'Italia, che l'attualismo conteneva in sé i germi dell'irrazionalismo fascista".
Peccato, aggiunge, che quella "unità di pensiero e azione" - rivendicata da Gentile e temuta da Croce come il tarlo interno della
dialettica - fosse in "forme diverse presente in entrambi i sistemi".
Poi potrebbero esser addotte tante circostanze "storiche" per mostrare la radicata avversione al razzismo di Gentile: l'antifascismo,
che nell'Enciclopedia rimase sempre tollerato a dispetto di quanto sostiene un altro biografo gentiliano, Gabriele Turi; l'aiuto a
celebri intellettuali di origine ebraica (dal caso celebre di Kristeller a quelli meno famosi di Heinrich Levi e Nicolai Rubinstein); il
carteggio con Attilio Momigliano, docente di letteratura italiana che perse la cattedra a Pisa dopo le leggi razziali. Oppure
coincidenze "esterne" come il legame tra il pensiero gentiliano e quello di altri celebri antifascisti. Fu Del Noce, nel Suicidio della
rivoluzione, a sottolineare l'affinità con Gramsci. E Sasso ricorda anche i singolari punti di convergenza con Gobetti: "Non dico,
ovviamente, che avessero lo stesso credo politico. Ma entrambi, su basi diverse, interpretavano la storia d'Italia convinti che il paese
fosse da reinventare".
Storia d'Italia, filosofia, cultura: c'è qualcosa che in questo triangolo non torna, a proposito del filosofo di Castelvetrano? Risponde
Sasso: "Io non ho mai capito come mai, prima del delitto Matteotti, Gentile avverta il disagio di stare dentro un regime, ma poi
superi questo disagio e riconfermi la fedeltà. Non credo che il motivo di questa fedeltà stia nel vecchio detto secondo cui "non c'è
nessun grande uomo per il suo cameriere". Penso invece che Gentile abbia continuato a credere nel fascismo per rigidità. E forse
per un po' di paura". |