RASSEGNA STAMPA

17 FEBBRAIO 2000
MICHELE CILIBERTO
PRIMERA DEL TUTTO E' LA MATERIA
UNA CONCEZIONE DEL TUTTO NUOVA DELL'UNIVERSO E DELL'UOMO AL QUALE, NELL'INFINITO, E' TOLTA OGNI CENTRALITA'
Il carattere eversivo e attuale della filosofia e della biografia di Giordano Bruno morto sul rogo il 17 febbraio 1600
Singolare destino, quello di Giordano Bruno. Se si scorrono i giornali di queste settimane, si può vedere bene che neppure oggi, a quattrocento anni dal rogo di Campo dei Fiori, è facile fare i conti con la sua morte, e, prima ancora, con il senso e il significato della sua vita. Ieri come oggi, Bruno resta un autore complesso, del quale è difficile parlare con distacco critico, con equilibrio, sia da parte dei "laici" che da parte dei "cattolici". Anzi: per quanto possa apparire paradossale oggi sono soprattutto autorevoli rappresentanti della Chiesa romana a interrogarsi sul senso della vicenda di Bruno, concentrandosi - comprensibilmente - sul processo e sul rogo che conclusero la vita del Nolano. Meno aperta, meno acuta risulta l'attenzione della cultura "laica" che pure, in altri momenti, ha ingaggiato importanti battaglie nel nome di Giordano Bruno. Non che si debbano rimpiangere gli scontri della seconda metà dell'800: la "brunomania" da un lato; le polemiche del padre Previti dall'altro. Se la Chiesa riapre il "caso" Bruno - mirando a quella "purificazione della memoria" di cui ha parlato il Pontefice - è un fatto positivo. Osservo solamente che la cultura "laica", con poche eccezioni, sostanzialmente tace, non fa sentire la sua voce, fatica a prendere posizione su un autore - e su una figura - che è parte costitutiva della sua storia: si abbandona a una sorta di routine celebrativa senza fare sforzi critici significativi, lasciando spazio a una sorta di revival neo-clericale.
Certo: ci sono, in generale, iniziative importanti - dai programmi varati dal Comitato nazionale per le celebrazioni del IV centenario della morte, alle manifestazioni promosse dal Comune di Roma, a cominciare dall'importante convegno che è iniziato ieri, dai servizi di alcuni giornali (Il Sole, l'Unità) a iniziative editoriali di qualità. Ma intendo alludere a qualcosa di più specifico: all'assenza di un'assunzione di responsabilità da parte della cultura "laica" paragonabile, per forza e intensità, a quella della Chiesa romana. Con gli effetti che discendono naturaliter da una situazione di questo genere: si discute della "regolarità" del processo, della "correttezza" della procedura inquisitoriale, rischiando di mettere sullo stesso piano "vittime" e "carnefici"; tralasciando di richiamare l'attenzione su Bruno, sulle opere che egli venne scrivendo in un decennio di attività eccezionale, sulla sua figura di uomo e di filosofo. Oltre a dimenticare l'ammonimento rivolto da Castellione a Calvino, quando fu bruciato Serveto: uccidere un uomo non vuol dire difendere una dottrina; significa sempre e soltanto uccidere un uomo.
Vale perciò la pena di concentrare l'attenzione su quelli che sono alcuni aspetti fondamentali della "nova filosofia", a cominciare da quello che ne è il tratto distintivo fondamentale: la proclamazione dei diritti della "libertas philosophandi" che non può chinare il capo di fronte ad alcun principio di consuetudine e di autorità. "Nell'ambito della filosofia... è infatti rischioso - scrive Bruno - avanzare definizioni prima di aver ponderato bene l'argomento, è iniquo accettare una opinione in ossequio ad altri, è degno di servi e di mercenari, nonché contrario al valore della libertà umana, sottostare e inchinarsi a qualche autorità, è stoltissimo credere per abitudine, è assurdo prendere per buona una tesi perché un gran numero di persone la giudica vera...".
S ta qui - in questa programmatica criticità - il carattere radicalmente eversivo di tutta la filosofia bruniana. E quando dico questo non penso solamente alle posizioni assunte dal Nolano di fronte agli Inquisitori - fino alla scelta di morire, a difesa di quella che gli appariva l'inalienabile verità. Mi riferisco, anzitutto, alle scelte filosofiche e culturali che egli venne facendo lungo tutta la sua vita, ripensando dalle fondamenta la "tradizione" filosofica e scientifica sia antica che moderna. E' un punto, quest'ultimo, tanto importante quanto trascurato: Bruno non respinge a priori le filosofie del passato, compresa quella aristotelica. Le sottopone a un'analisi critica serrata, assumendo come pietra di paragone la loro "operatività", i buoni - o i cattivi - "effetti" che esse sono in grado di produrre, dal punto di vista della "verità" e della "civiltà". Ma riconosce esplicitamente la pluralità delle vie di accesso alla verità: "non mi parrà - scrive - quella filosofia degna di essere rigettata, massime quando, sopra a qualsivoglia fondamento che ella presupponga, o forma di edificio che si proponga, venga ad effettuar la perfezione della scienza speculativa e cognizione di cose naturali, come invero è stato fatto da molti più antichi filosofi...".
E' su questa base che Bruno critica Aristotele - di cui sottolinea, appunto, l'infecondità -, riscoprendo, per contrasto, l'antichissima sapienza degli Egizi i quali, attraverso la magia, erano stati in grado di operare "meravigliosi effetti" naturali, riuscendo a "colloquiare" con la divinità. E' da questa radice critica che discende la stessa scoperta bruniana della "infinità" dell'universo e dei mondi innumerabili, messa a fuoco tramite una serrata discussione dei "caratteri" e della "natura" della divinità: "perché - si chiede Bruno - vogliamo o possiamo noi pensare che la divina efficacia sia ociosa? Perché vogliamo dire che la divina bontà la quale si può comunicare alle cose infinite e si può infinitamente diffondere, voglia essere scarsa ed astringersi in niente, atteso che ogni cosa finita al riguardo de l'infinito è niente?". Di qui scaturisce, infine, la critica nei confronti dello stesso Copernico il quale, più "matematico" che "filosofo", non è riuscito a pervenire all'affermazione della infinità, pur aprendo la strada alla "scoperta" che i "soli" sono infiniti come sono infinite le "terre", e che sia gli uni che gli altri sono fatti della stessa materia, anche se i primi risplendono "per se"; mentre le seconde risplendono "per altro", cioè per l'azione dei soli. "Una è la materia primera del tutto", conclude infatti Bruno, dissolvendo definitivamente le fondamenta ontologiche dell'universo aristotelico.
S e si volesse afferrare il centro archimedeo di questa filosofia è proprio al concetto di materia che si dovrebbe, dunque, guardare. In netta polemica con Aristotele - e radicalizzando temi plotiniani - Bruno perviene a una concezione della "materia universale", che è, al tempo stesso, fondamento sia della "materia corporea" che di quella "incorporea", raggiungendo in un colpo solo due risultati teorici decisivi: da un lato spezza l'identificazione di "materiale" e di "corporeo", dall'altro apre la strada al riconoscimento della presenza della materia anche nella divinità, nelle "cose incorporee". Piena coincidenza di potenza e atto, la materia universale non si configura più come "pressocché niente"; al contrario, è la "fonte" dell'infinito "prodursi" di tutta la realtà. Simile alla "pregnante" che "manda" e "riscuote da sé", la sua "prole", la materia contiene in sé tutte le forme; è "cosa divina e ottima parente, genitrice e madre di cose naturali, anzi la natura tutta in sustanza". "Fonte de la attualità" di ogni cosa la materia, per Bruno, è Vita, materia infinita.
Nell'Europa del '500 non c'è filosofia più radicalmente anticristiana di quella del Nolano, ma per comprenderne fondamenti e caratteri è questo concetto di materia, e il suo infinito prodursi, che occorre comprendere. Come si legge nella sentenza di condanna - e come denunzia Mocenigo agli Inquisitori - Bruno sostiene che i mondi sono innumerabili, che l'anima può passare da un corpo all'altro (secondo il principio della metasomatosi); che la magia è cosa lecita; che Mosè era un mago; che il mondo è eterno; che le sacre Scritture "sono un sogno"; che non vi è punizione dei peccati; che non esiste l'Inferno né il Purgatorio; che anche il diavolo sarà salvato; che solo gli Ebrei hanno origine da Adamo ed Eva; che i dogmi dell'Incarnazione e della Trinità sono pure fantasie; che Cristo faceva miracoli apparenti, che era un mago e che "mostrò di morir malvolentieri"... Sono tutte accuse fondate nelle posizioni sostenute da Bruno sia nei dialoghi volgari che nelle opere latine, ma sgorgano, una per una, dalla concezione della materia alla quale si è fatto riferimento. Se è vero - e lo sottolinea Bayle - che per Bruno la "materia dei corpi non è differente dalla materia degli spiriti", si capisce come e perché egli possa affermare, con piena coerenza, che "la Parca non solamente nel geno della materia corporale fa indifferente il corpo dell'uomo da quel de l'asino, et il corpo e gli animali dal corpo di cose stimate senz'anima, ma ancora nel geno della materia spirituale fa rimaner indifferente l'anima asinina da l'umana, e l'anima che costituisce gli detti animali, da quella che si trova in tutte le cose...". Tra l'anima dell'uomo e quella delle bestie per Bruno non c'è alcuna differenza, dal punto di vista della sostanza.
Quello del Nolano è dunque un pensiero radicalmente rivoluzionario: utilizzando in modi geniali anche materiali arcaici egli riesce a presentare una concezione del tutta nuovo dell'universo; dell'uomo al quale, nell'infinito, è tolta ogni "centralità" di ascendenza umanistica; del processo di accesso alla verità, rappresentato da Bruno attraverso l'esperienza "apocalittica" dell'"eroico furore", in cui si intrecciano in un nodo solo "intelletto" e "volontà", "ragione" e "passione", "anima" e "corpo", nel fuoco di un'esperienza d'Amore che è l'unica in grado di aprire la strada alla visione del Dio, dell'unità. Si capisce dunque perché l'Europa abbia letto con turbamento i suoi scritti, assistendo in silenzio alla sua morte. Bruno non ha niente in comune con la vecchia cultura; ma è anche distante, su punti cruciali, dai protagonisti della "rivoluzione scientifica" moderna, a cominciare da Galileo. E si può intendere anche perché la Chiesa l'abbia combattuto fino a farlo mettere al rogo, dopo un lunghissimo processo.
Ma non ha senso parlare, oggi, fermarsi solo sul processo, interrogarsi sulla sua "regolarità", concentrando in quel punto pur decisivo tutta la sua esperienza umana e intellettuale. E' un altro il terreno sul quale porre la discussione: ciò che più di tutto conta, oggi, è discorrere della sua vita, della sua filosofia, delle idee straordinarie che egli ha consegnato alla "modernità". E anche a proposito del processo credo che si debbano dire alcune cose. Quello di cui occorre discutere non è il come - cioè se il processo si sia svolto in modo corretto, oppure no - bisogna interrogarsi sul perché di quel processo. E prima ancora sulla ineluttabilità di quell'esito, di quella morte. Gli storici amano concentrarsi su "ciò che effettivamente è stato", non su quello che poteva accadere e non è accaduto. Ma la storia si fa anche con i se, riaprendo il campo di possibilità da cui si origina quello che poi si configura come necessità. C'è dunque un'altra, radicale, domanda da farsi per comprendere sia il destino di Bruno che la storia della cultura europea moderna - di quella "laica" come di quella "cattolica" - dopo quel rogo: e se quel processo non ci fosse stato, e se Bruno non fosse stato messo a morte il 17 febbraio del 1600 in Campo dei Fiori?
inizio pagina
vedi anche
Il rogo di Giordano Bruno