Giordano Bruno colpisce ancora| A 400 anni dalla morte polemiche e celebrazioni |
| Sgombriamo il campo da un equivoco. Queste celebrazioni in onore di Giordano Bruno, che raggiungono nel quattrocentenario del rogo il loro acme simbolico, non sono, né possono essere, l'occasione di una bega tra laicisti risentiti e dogmatici incalliti. Si farebbe torto a quel grande pensatore. Che seppe nel suo tempo oltrepassare le dispute dottrinarie tra cresta e fede, schiudendo tragicamente una intuizione del cosmo e della storia che sono ormai patrimonio universale di noi moderni.
Inclusa la Chiesa cattolica. Purtroppo, la destra nostrana non ha perso occasione di menare scandalo, col senatore Riccardo Padrizzi.
Che ha tuonato contro il "revanscismo laicista", e i "rigurgiti radicali" legati "all'esplosione di iniziative, celebrazioni, pubblicazioni e programmi TV". D'altra parte, sebbene quel rogo faccia ancora orrore a tutte le coscienze - e orrore dovrebbe ben fare alla chiesa oltre cautele e distinzioni un po' speciose - è pur vero che chiedere alla Chiesa una "riabilitazione" dottrinale del filosofo suona incongruo. Perché significherebbe chiederle di assumere Bruno nel suo seno. Malgrado il conflitto teologico insanabile.
E allora, bandite le dispute anguste, chiediamoci ancora una volta quali sono i motivi della grandezza di Giordano e Bruno. E quali le molle emotive di fondo, che hanno fatto, di questa ricorrenza, un evento internazionale. Dall'inserzione a più voci su "Le Monde" di famosi intellettuali d'oltralpe, al necrologio di trenta scienziati sulla stampa italiana, a convegni come quello prestigioso del Comune di Roma, ai concerti, alle fiaccolate, all'adozione del monumento del Ferrari da parte degli studenti di un liceo classico romano. Alle testimonianze sul filosofo di Rushdie e Rigoberta Manciù. Sino a sottoscrizioni di abbonamenti a "l'Unità" in onore del Bruno. Colpisce intanto l'immaginario il fatto che Giordano Bruno fu il pensatore che massimamente lottò contro l'intolleranza. Non fingendosi pazzo come Campanella. Né abiurando come Galileo, per aver salva la vita. Il suo sacrificio consapevole ci appare come una grande replica. Tragica e inequivoca. A una Controriforma che serrava i ranghi contro la Riforma, gli stati nazionali e un sapere laico che si misurava con un mondo ormai slargato, transoceanico, senza centro. Quello bruniano fu allora un "pensiero mondo" della tolleranza. Beffardo e insolente. Ma attentissimo alla "pluralità" dei "mondi" nell'Unico Mondo. E a quella delle "forme di vita". Biologiche, umane, fisiche, espressiva. Guardiamo come Bruno, che si sentiva uno scopritore alla Colombo, denuncia, nella "Cena delle ceneri", la violazione dei grandi spazi naturali delle Indie occidentali. E la crudeltà con cui gli abitanti di quelle terre venivano convertiti e resi schiavi. C'è in Bruno, è vero, un umanesimo faustiano. Che con la conoscenza vuol rovesciare i cieli. Portarli in terra. Come il suo grande maestro Lucrezio, attonito, al pari dell'allievo, dinanzi all'"immenso della materia". Ma insieme c'è in Bruno la percezione del "limite" nello "smisurato".Della molecolarità puntiforme e differente, nell'unità di un cosmo eterno e increato. E proprio la scoperta dell'America fa intuire a Bruno il costo tragico degli "scoprimenti". La violenza che c'è in essi, quando la natura viene lacera.
Eccola quindi, la modernità dilemmattica di Bruno. Un ariete laico a due teste. La prima testa è il rifiuto del principio di Autorità. Contro scuole, pedanti, dogmi e superstizioni. Contro le "bestie trionfanti", come lui le chiamava, dell'intolleranza teorica e pratica. La seconda testa dell'ariete è invece una certa concezione della natura. Natura, brunianamente salvifica, "magica" e insidiata dall'inevitabile prometeismo del sapere. Con quell'ariete a due teste Bruno attaccò la concezione tolemaica dell'universo. Scorgendo, oltre Copernico, infiniti mondi con infiniti soli e stelle. E sempre con quello strumentario si rivolse verso l'infinitamente piccolo. Verso quel divino che era la natura, e di cui il "microcosmo uomo" era l'"occhio interno". Verace immagine autoriflessiva nientemeno che del Dio-Tutto". Dio più vicino alla coscienza del più umile degli uomini, che non alla mente del più celebrato fra i dottori aristotelici.
Certo, oggi è facile eccepire. Fare le bucce al Bruno "magico" ed "ermetico", come è tentata di fare la pubblicistica cattolica imbarazzata. Così come sarebbe facile, e insidioso, costruire sui temi bruniani nuove superstizioni alla moda tipo New-Age. Vale invece rammentare quanto pericolo e sforzi costarono al Bruno certe intuizioni e certe "predicazioni" nomadi. Senza le quali né Galilei, né Spinoza, né i primi illuministi avrebbero avuto il coraggio di procedere. E senza le quali anche la nostra attuale percezione del mondo, più che mai uno e molteplice, liberato e minacciato, sarebbe più povera e feroce. |