RASSEGNA STAMPA


17 FEBBRAIO 2000

ANNA MORELLI

Una norma leggera per la "buona morte"

"Living will", ovvero testamento di vita: un modo condiviso e accettato per scegliere come morire in società avanzate, dove la tecnologia scientifica e il potere medico rischiano di sostituirsi alla volontà delle persone. Una questione di pari opportunità, afferma il ministro Laura Balbo che ha promosso, insieme con il presidente del Comitato di bioetica, Giovanni Berlinguer, una mattinata di dibattito e confronto sul "Senso del vivere e le condizioni del morire".
Una riflessione laica e pacata che, lontano da contrapposizioni religiose, si è interrogata sull'aspetto della dignità di uomini e donne, sul diritto di autodeterminazione nelle ultime fasi della vita e sull'opportunità di un intervento legislativo. Materia delicatissima, che nel confronto internazionale vede posizioni differenziate negli Usa (dove nell'Oregon, unico caso al mondo, è ammesso il suicidio assistito) e in Europa, dove in Danimarca e in Olanda si è introdotto il principio di depenalizzazione, per quei medici che eseguono la volontà dei loro pazienti. In Italia, dove nel codice deontologico medico è già scritto il divieto di accanimento terapeutico, c'è un disegno di legge sulla Carta di autodeterminazione, che non affronta le questioni del morire - come rileva Maria Grazia Giammarinaro - ma creerebbe un quadro di maggiore certezza, posto che compito di uno stato laico è prospettare soluzioni possibili a problemi concreti, senza delegittimare nessuna delle posizioni in campo.
Ma la volontà può esprimersi in tante forme: escludendo l'eutanasia (termine che si presta a troppi equivoci, e distante dal suo senso letterale), si può prevedere il rifiuto dell'accanimento terapeutico, la richiesta di interrompere le cure, il testamento di vita, la delega a un terzo, in caso di sopravveniente incoscienza, il suicidio assistito.
Per Giovanni Berlinguer il richiamo alla sacralità della vita (intesa come valore intrinseco e irripetibile di ogni esistenza umana, indipendentemente dalla sua presunta "qualità") non può cancellare nell'etica pubblica, il principio dell'autonomia personale. Altra cosa è chiedere a un medico di porre termine deliberatamente a una vita. Ma insieme all'ambiguità terminologica, c'è un'altra questione, posta al centro dell'attenzione da Stefano Rodotà. Come lo Stato deve entrare in questi problemi che afferiscono all'area delle libertá personali. Attraverso una legislazione generale e generica, o attraverso un giudice, che caso per caso decida il da farsi? E come tutelare la pari opportunità fra colui che può scegliere di interrompere la somministrazione di medicinali che gli provocano solo ulteriore dolore, e colui che allo stato vegetativo non può esercitare tale diritto? Occorre distinguere fra situazioni e interessi - dice Rodotà - (è noto uno studio americano sull'"economicità" del favorire i suicidi assistiti), partendo dalla premessa che biologia e biografia non sono sovrapponibili.
Comunque, a tutte le domande relative alla buona morte - sottolinea il professor Carlo Alberto Defanti primario di neurologia all'ospedale di Niguarda, membro della Consulta di bioetica - la nostra legislazione non risponde. Soltanto il caso Di Bella e l'ultima riforma sanitaria hanno evidenziato la necessità di "prendere in cura" il malato, quando le cure non servono più. E in Italia il movimento delle cure palliative stenta a decollare, così come siamo vergognosamente agli ultimi posti nel mondo, nell'uso della morfina per alleviare la sofferenza fisica. E allora, se è assurdo oggi contrapporre alla sacralità della vita, la qualità della vita, perché nella pratica le differenze sono trasversali, bisogna anche ammettere che nella stessa comunità culturale o religiosa persone diverse facciano scelte diverse, sottolinea il professor Sandro Spinsanti, direttore dell'Istituto Giano. Molti distinguo, anche sui termini autodeterminazione e consenso informato che, comunque, assumono significato all'interno di una relazione (e non di una soggezione) medico paziente, rileva la psichiatra Assunta Signorelli. Quanto al "living will", c'è la preoccupazione che la scienza prospetti nuovi orizzonti anche per chi non è più in grado di cambiare il proprio testamento di vita. Infine l'ultima proposta: quella di una leggi libertaria che non vieti, ma consenta, e quindi rispetti la libertà di coscienza di tutti.

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