Il macigno di Giordano BrunoA 400 anni dal rogo, un ritratto che intende distinguere l'errore del filosofo dall'ingiustizia della sua morte Accusato, come Galileo, non ritrattò. E fu ucciso. Ma Vangelo e pena capitale non si conciliano più Disse che nessuna religione gli piaceva, che la Trinità era cosa per ignoranti e l'Eucaristia una vera "idolatria", che mondo e Dio sono una sola realtà. Ma la condanna fu comunque eccessiva |
| Il 17 febbraio cade quest'anno di giovedì. Come quattrocento anni or sono, nel 1600.
"Giovedì mattina, si leggeva nell'Avviso di Roma due giorni dopo, in Campo di Fiore fu
abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola...: heretico ostinatissimo, et
havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro
la Santissima Vergine et Santi, volse (volle) ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et
diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel
fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità".
Il tono condannatorio, valutativo e insieme compiaciuto della breve cronaca la dice lunga sul
clima che regnava nella Roma papale all'inizio di quell'anno che apriva il Seicento (o, meglio,
chiudeva il Cinquecento). Il cuore della Chiesa si sentiva al centro di una cittadella
assediata, che aveva perduto il controllo di province già gratificanti e fedeli. Per non parlare
dei paesi scandinavi, giunti alla fede cattolica più tardi degli altri e partiti primi per la
tangente riformista di origine tedesca, se n'era andata, staccata violentemente da Enrico
VIII prima e da Elisabetta poi, l'Inghilterra. La protesta aveva preso forma di conflitto
anche armato nei paesi di lingua tedesca, attorno ad una Vienna imperiale che faceva da
perno della resistenza assieme alla Spagna, cui era stata unita nella persona dell'imperatore
Carlo V. Ma l'Olanda per un verso, la Svizzera per l'altro, e variamente contagiate da idee
e da moti la Francia e la Polonia, risentivano pur esse dell'evangelizzazione riformista.
Venezia stessa, che consegnò, contro le proprie abitudini, Giordano Bruno all'Inquisizione
romana nel 1592 (l'anno in cui Galileo arrivava dalla Toscana a Padova!), era in sospetto di
simpatia verso gli eretici. Era stato un suo nobiluccio, Giovanni Mocenigo, già scolaro
deluso di Bruno, che l'aveva denunciato, indicandolo come diffusore di "dogmi" contrari
alla fede. Le carte romane avrebbero giustamente chiamato Mocenigo delator, delatore o
spia: ma in fatto di ortodossia Bruno aveva effettivamente offerto, a voce e per iscritto, nei
libri pubblicati all'estero come nelle conversazioni private, motivi di sospetto e di accusa.
Se era marginale e pretestuosa qualche denuncia (d'aver disprezzato le immagini sacre
riducendosi al nudo crocifisso, per esempio), Bruno era andato più sul pesante affermando
una volta che "nessuna religione gli piaceva", che ai frati "bisognerebbe levare la disputa e
l'entrate, perché imbrattano il mondo", "che non habbiamo prova che la nostra fede meriti
con Dio". Secondo lui, non soltanto "il procedere che usa adesso la Chiesa non è quello
che usavano gli apostoli", ma mondo e Dio sono una sola, identica realtà, dotata da sempre
di proprio incessante moto: dov'era evidente la negazione, implicita se non esplicita, sia della
trascendenza di Dio, inconfondibile con ogni altra realtà, sia dell'incarnazione del Figlio
redentore, sia del bisogno di salvezza che connota l'essere umano, sia l'individuale
personalità di questo.
Prima del processo, che ebbe due fasi, una in Venezia l'altra in Roma, per complessivi otto
anni (eravamo già allora in Italia...) la Chiesa romana non si era granché occupata del
domenicano di Nola ("Nolano" si diceva, parlando di sè), del quale non conosceva con
sicurezza neanche le opere, scritte con fervida irruenza un po' in Inghilterra (Oxford) un po'
in Francia (Parigi, Tolosa) un po' in Germania (Francoforte). Sotto tale aspetto Bruno
testimonia l'esistenza di un'Europa unita dalla cultura che continuava la tradizione
medioevale, e che non ha trovato l'uguale, nei secoli seguenti, fino ad oggi.
Pur avendo carattere e atteggiamento che più tardi si sarebbe chiamato "bohémien", libero
di pensiero e franco di parole, Bruno preoccupa in modo determinato l'Inquisizione solo a
Venezia dove ha, disgraziatamente per lui, accettato di andar ad insegnare a Giovanni
Mocenigo certe tecniche memorative. È da sempre copernicano: ritiene che i mondi siano
molti, che la terra si muova intorno al sole e non sia il centro dell'universo. Tra i suoi giudici
ci sarà quel Roberto Bellarmino, poi cardinale, con il quale avrà a che fare una dozzina
d'anni dopo anche Galileo, che allora peraltro la passerà quasi liscia. Ma il geocentrismo
non ha gran peso tra le accuse che si muovono al Nolano, il quale dichiara di avere scritto
sempre e soltanto di filosofia "non havendo riguardo principal a quel che secondo la fede
deve essere tenuto".
Ma i giudici del Sant'Uffizio sapevano come andava trattato un tipo così, e mentre si
aggiornavano via via sui suoi scritti gli sottoponevano, una alla volta, verità di fede intorno
alle quali egli o aveva professato o professava ancora dottrine diverse. Secondo le reiterate
accuse del Mocenigo, il domenicano sfratato era andato a segno pienamente ereticale sui
due dogmi principali della religione cattolica, la Trinità e la divinità di Cristo. Credere alla
prima era segno di "grande ignoranza e biastema"; e per quanto riguardava i miracoli di
Gesù a lui, Bruno, "li bastava l'animo di fare cose maggiori"; la transustanziazione
eucaristica era "idolatria". E via di tal passo. Le dottrine illustrate nei libri seriosi,
specialmente nei Dialoghi scritti in italiano e stampati all'estero colla dicitura di Venezia
perché avessero più larga diffusione, i pilastri delle dotte dissertazioni e delle vivacissime
contestazioni s'ergevano con forza sistematica ed avvincente, anche se il linguaggio era
talvolta avvampante e fumoso insieme. Eterodossia indubbia.
Invitato ad abiurare e a riconoscersi in errore, ebbe qualche perplessità una volta, quando
parve vicino alla ritrattazione; ma poi ritrattò la ritrattazione e, a differenza di quanto
sarebbe successo più di trent'anni dopo con Galileo, non abiurò. I giudici, fra i quali stavano
i curiali più alti, sette-otto cardinali ed officiali e un futuro santo addirittura (il Bellarmino),
usarono con lui pazienza ed astuzia, come si conveniva; l'uso della tortura fu, se ci fu,
moderato, e comunque non lo schiodò dal suo essere, pensare e fare. Ascoltò la sentenza in
ginocchio ma a lettura finita lampeggiò per la penultima volta la sua tristezza: "Forse con
maggiore timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla".
Ancor meno esaltante fu il ricordo che egli lasciò da ultimo alla folla convenuta in piazza
attorno al rogo, quando gli misero "la lingua in giova", bavaglio o blocco, dato che diceva
"bruttissime parole", e invano gli porsero da guardare l'immagine del Crocefisso, dalla quale
volse fieramente lo sguardo.
Bruno resta un macigno greve. Sulla strada della libertà di pensiero, che tante porte della
società moderna percorrerà in divergenza dalla Chiesa, egli è uno scandalo difficile da
rimuovere. Non fa difficoltà sotto l'aspetto della storia della giustizia, del costume, delle
dottrine religiose. A Roma, nel regno dei papi, molta altra gente fu condannata a morte, fino
al tempo di Pio IX, per molto meno. Ma è il caso di fare ancora coraggiosi e umili passi in
avanti, nel riconoscimento che non si può più, non si dovrà mai più, cercare di far ritenere
conciliabile col Vangelo la condanna a morte, il toglimento violento della vita di qualcuno,
come se le penultime parole rivolte da Cristo al suo compagno di crocifissione non fossero
una promessa che tutti speriamo di far nostra: "Oggi stesso tu sarai con me in paradiso". |