RASSEGNA STAMPA

16 FEBBRAIO 2000
PIETRO NONIS
Il macigno di Giordano Bruno
A 400 anni dal rogo, un ritratto che intende distinguere l'errore del filosofo dall'ingiustizia della sua morte
Accusato, come Galileo, non ritrattò. E fu ucciso. Ma Vangelo e pena capitale non si conciliano più
Disse che nessuna religione gli piaceva, che la Trinità era cosa per ignoranti e l'Eucaristia una vera "idolatria", che mondo e Dio sono una sola realtà. Ma la condanna fu comunque eccessiva
Il 17 febbraio cade quest'anno di giovedì. Come quattrocento anni or sono, nel 1600.
"Giovedì mattina, si leggeva nell'Avviso di Roma due giorni dopo, in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola...: heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse (volle) ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità". Il tono condannatorio, valutativo e insieme compiaciuto della breve cronaca la dice lunga sul clima che regnava nella Roma papale all'inizio di quell'anno che apriva il Seicento (o, meglio, chiudeva il Cinquecento). Il cuore della Chiesa si sentiva al centro di una cittadella assediata, che aveva perduto il controllo di province già gratificanti e fedeli. Per non parlare dei paesi scandinavi, giunti alla fede cattolica più tardi degli altri e partiti primi per la tangente riformista di origine tedesca, se n'era andata, staccata violentemente da Enrico VIII prima e da Elisabetta poi, l'Inghilterra. La protesta aveva preso forma di conflitto anche armato nei paesi di lingua tedesca, attorno ad una Vienna imperiale che faceva da perno della resistenza assieme alla Spagna, cui era stata unita nella persona dell'imperatore Carlo V. Ma l'Olanda per un verso, la Svizzera per l'altro, e variamente contagiate da idee e da moti la Francia e la Polonia, risentivano pur esse dell'evangelizzazione riformista. Venezia stessa, che consegnò, contro le proprie abitudini, Giordano Bruno all'Inquisizione romana nel 1592 (l'anno in cui Galileo arrivava dalla Toscana a Padova!), era in sospetto di simpatia verso gli eretici. Era stato un suo nobiluccio, Giovanni Mocenigo, già scolaro deluso di Bruno, che l'aveva denunciato, indicandolo come diffusore di "dogmi" contrari alla fede. Le carte romane avrebbero giustamente chiamato Mocenigo delator, delatore o spia: ma in fatto di ortodossia Bruno aveva effettivamente offerto, a voce e per iscritto, nei libri pubblicati all'estero come nelle conversazioni private, motivi di sospetto e di accusa. Se era marginale e pretestuosa qualche denuncia (d'aver disprezzato le immagini sacre riducendosi al nudo crocifisso, per esempio), Bruno era andato più sul pesante affermando una volta che "nessuna religione gli piaceva", che ai frati "bisognerebbe levare la disputa e l'entrate, perché imbrattano il mondo", "che non habbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio". Secondo lui, non soltanto "il procedere che usa adesso la Chiesa non è quello che usavano gli apostoli", ma mondo e Dio sono una sola, identica realtà, dotata da sempre di proprio incessante moto: dov'era evidente la negazione, implicita se non esplicita, sia della trascendenza di Dio, inconfondibile con ogni altra realtà, sia dell'incarnazione del Figlio redentore, sia del bisogno di salvezza che connota l'essere umano, sia l'individuale personalità di questo. Prima del processo, che ebbe due fasi, una in Venezia l'altra in Roma, per complessivi otto anni (eravamo già allora in Italia...) la Chiesa romana non si era granché occupata del domenicano di Nola ("Nolano" si diceva, parlando di sè), del quale non conosceva con sicurezza neanche le opere, scritte con fervida irruenza un po' in Inghilterra (Oxford) un po' in Francia (Parigi, Tolosa) un po' in Germania (Francoforte). Sotto tale aspetto Bruno testimonia l'esistenza di un'Europa unita dalla cultura che continuava la tradizione medioevale, e che non ha trovato l'uguale, nei secoli seguenti, fino ad oggi. Pur avendo carattere e atteggiamento che più tardi si sarebbe chiamato "bohémien", libero di pensiero e franco di parole, Bruno preoccupa in modo determinato l'Inquisizione solo a Venezia dove ha, disgraziatamente per lui, accettato di andar ad insegnare a Giovanni Mocenigo certe tecniche memorative. È da sempre copernicano: ritiene che i mondi siano molti, che la terra si muova intorno al sole e non sia il centro dell'universo. Tra i suoi giudici ci sarà quel Roberto Bellarmino, poi cardinale, con il quale avrà a che fare una dozzina d'anni dopo anche Galileo, che allora peraltro la passerà quasi liscia. Ma il geocentrismo non ha gran peso tra le accuse che si muovono al Nolano, il quale dichiara di avere scritto sempre e soltanto di filosofia "non havendo riguardo principal a quel che secondo la fede deve essere tenuto". Ma i giudici del Sant'Uffizio sapevano come andava trattato un tipo così, e mentre si aggiornavano via via sui suoi scritti gli sottoponevano, una alla volta, verità di fede intorno alle quali egli o aveva professato o professava ancora dottrine diverse. Secondo le reiterate accuse del Mocenigo, il domenicano sfratato era andato a segno pienamente ereticale sui due dogmi principali della religione cattolica, la Trinità e la divinità di Cristo. Credere alla prima era segno di "grande ignoranza e biastema"; e per quanto riguardava i miracoli di Gesù a lui, Bruno, "li bastava l'animo di fare cose maggiori"; la transustanziazione eucaristica era "idolatria". E via di tal passo. Le dottrine illustrate nei libri seriosi, specialmente nei Dialoghi scritti in italiano e stampati all'estero colla dicitura di Venezia perché avessero più larga diffusione, i pilastri delle dotte dissertazioni e delle vivacissime contestazioni s'ergevano con forza sistematica ed avvincente, anche se il linguaggio era talvolta avvampante e fumoso insieme. Eterodossia indubbia. Invitato ad abiurare e a riconoscersi in errore, ebbe qualche perplessità una volta, quando parve vicino alla ritrattazione; ma poi ritrattò la ritrattazione e, a differenza di quanto sarebbe successo più di trent'anni dopo con Galileo, non abiurò. I giudici, fra i quali stavano i curiali più alti, sette-otto cardinali ed officiali e un futuro santo addirittura (il Bellarmino), usarono con lui pazienza ed astuzia, come si conveniva; l'uso della tortura fu, se ci fu, moderato, e comunque non lo schiodò dal suo essere, pensare e fare. Ascoltò la sentenza in ginocchio ma a lettura finita lampeggiò per la penultima volta la sua tristezza: "Forse con maggiore timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla".
Ancor meno esaltante fu il ricordo che egli lasciò da ultimo alla folla convenuta in piazza attorno al rogo, quando gli misero "la lingua in giova", bavaglio o blocco, dato che diceva "bruttissime parole", e invano gli porsero da guardare l'immagine del Crocefisso, dalla quale volse fieramente lo sguardo. Bruno resta un macigno greve. Sulla strada della libertà di pensiero, che tante porte della società moderna percorrerà in divergenza dalla Chiesa, egli è uno scandalo difficile da rimuovere. Non fa difficoltà sotto l'aspetto della storia della giustizia, del costume, delle dottrine religiose. A Roma, nel regno dei papi, molta altra gente fu condannata a morte, fino al tempo di Pio IX, per molto meno. Ma è il caso di fare ancora coraggiosi e umili passi in avanti, nel riconoscimento che non si può più, non si dovrà mai più, cercare di far ritenere conciliabile col Vangelo la condanna a morte, il toglimento violento della vita di qualcuno, come se le penultime parole rivolte da Cristo al suo compagno di crocifissione non fossero una promessa che tutti speriamo di far nostra: "Oggi stesso tu sarai con me in paradiso".
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Il rogo di Giordano Bruno