E il libero pensiero brucia ancora sul rogo| Il 17 febbraio 1600 il frate domenicano veniva messo a morte per eresia. Purtroppo né prima né ultima vittima dell'intolleranza |
| NELLA CAPPELLA degli Scrovegni, a Padova, Giotto affrescò una creatura chiamata ''Ingiustizia''. Un volto freddo e crudele. Piccoli
denti simili a quelli di un serpente. In testa (ma voltato all'indietro) un copricapo da giudice aguzzino o da principe cattivo. Fra le
mani, un lungo bastone: non uno scettro, semplicemente una mazza minacciosa.
Circa tre secoli più tardi, sarà questa sorta di strega meravigliosamente ritratta da Giotto - l'ingiustizia - a ordinare e mettere in
pratica il martirio di un altro grande italiano, Giordano Bruno. A che cosa serve bruciare i libri, come avevano fatto i cristiani ai danni
dei pagani, come faranno i birri settecenteschi contro Rousseau e Voltaire, i nazisti di Joseph Goebbels nel 1933 e i comunisti in
Cina o in Cambogia? Meglio bruciare, insieme alle loro pagine, anche gli autori: si dissero i censori del 1600. E il falò per Giordano
Bruno - l'apostata frenetico che andò oltre Copernico e teorizzò prima di Keplero e di Galileo la pluralità dei pianeti, l'idea
dell'infinità del mondo e quindi di Dio - fu acceso alla svelta in quel giorno 17 febbraio di quattrocento anni fa a Roma, all'angolo fra
Campo de' Fiori e via dei Balestrari (non in mezzo alla piazza dove ora sorge la statua dell'eretico che aveva ragione).
Prima, si erano svolti gli interrogatori ai suoi danni. Era andato in scena per otto anni il sottile gioco processuale fra la futura vittima
e i suoi inquisitori, che si concluse con la dichiarazione di non disponibilità, da parte di Bruno, ad abiurare. E la sfilata dei testimoni
inaffidabili, la passerella dei delatori: "Egli disse che Gesù era un tristo", Mosè un "mago astutissimo", gli apostoli gente "finta e
bugiarda" e Caino un "huomo da ben". Finché, si decise di mandare in fumo una vita di grande intellettuale indocile e innovatore e
insieme di bruciare l'idea stessa di libero pensiero e la possibile minaccia, anche futura, da esso rappresentata.
Quello di Bruno "spogliato nudo, legato a un palo e abbruciato" con la lingua pendente di fuori per "le bruttissime parole che
diceva" (così si espresse un cronista dell'epoca) resta dunque un caso paradigmatico di ingiustizia contro un uomo e di paura nei
confronti delle idee controcorrente. Delle verità difficili e non riconosciute.
Scrisse, nel 1588, anticipando di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi, che la sua filosofia era quella di riporre fiducia nella
"ragione di ciascuno" e che la sua idea di cultura si fondava "sull'unica regola della mutua intesa e della reciproca libertà di
discussione" fra gli individui. "Tutte le strade sono buone, se riconducono alla verità", incalzava il frate domenicano prima di finire
"martire e volentieri".
Ma davvero queste, oggi, sono idee completamente accettate e comunemente sentite al di là delle finzioni e delle ipocrisie della
tolleranza prêt-à-porter? Ed ha proprio vinto lo spirito di Bruno su quello dei censori eterni e sulla cultura dell'anatema, della
demonizzazione più o meno infuocata, delle abiure piccole e grandi richieste e praticate in continuazione? Da una parte, gli "eroici
furori" del grande apostata, cioè quel suo modo provocatorio e dissacrante, ma pacifico, di avanzare dubbi. Dall'altra, la logica del
non rispetto, del sospetto preventivo o dell'indifferenza che fa male. Questa vecchia partita, ovviamente in altre forme e in nuovi modi
assai meno cruenti, in fondo non accenna ad esaurirsi.
"Sia pure annacquati, addolciti e rabboniti - così sostiene infatti Italo Mereu, autore di una Storia dell'intolleranza che ormai è un
classico - certi integralismi politici, intellettuali, giudiziari continuano a serpeggiare nelle pieghe della società moderna". Valga
come antidoto, allora, il ripensare sia alla vicenda esemplare del martire secentesco che ai tanti secoli di roghi cartacei e umani, di
giustizia ingiusta e di leggi liberticide, di graffi alla Lettera sulla tolleranza di John Locke e di sberleffi al Trattato sulla tolleranza di
Voltaire.
A Giordano Bruno fu tolta, prima ancora della vita, la voce. Il principio democratico moderno invece - così si legge in un prezioso
libro appena pubblicato da Feltrinelli, I volti dell'ingiustizia di Judith N. Shklar, docente all'università di Harvard - vorrebbe che "la
voce della vittima, la protesta di chi afferma di essere stato trattato in maniera ingiusta, non passi sotto silenzio".
Sennò, almeno idealmente, si torna davvero a quel brutto giorno di quattrocento anni fa, quando una grande tragica fiamma, in
piazza Campo de' Fiori... |