| Entrambe alla ricerca del "senso" |
| Dario Antiseri,"Credere", Armando editore, Roma 1999, pagg. 124, L.
20.000. | Ha senso parlare ancora di rapporto tra scienza e fede dopo gli attacchi
distruttivi mossi dalla filosofia durante tutto il Novecento? A chi sostiene
che esista una profonda incompatibilità, altri replicano che proprio oggi,
più di prima, il tema sia diventato cruciale perché fede e scienza sono
compagne indissolubili dell'avventura e della ricerca umana. Ma come
possono esserlo se gran parte della cultura lo nega? Cimentarsi in
questo universo appartiene alle imprese ardue, ma non impossibili. Dario
Antiseri ama le sfide, le intraprende e, con Credere, ha pure vinto la
battaglia perché mostra come la scienza non vieti la domanda metafisica
(negata invece dallo scientismo), anzi la renda ancora più acuta e
realistica. Le ricerche e i traguardi scientifici, mentre spiegano sempre
meglio l'architettura del mondo e la struttura dell'uomo, ampliano la
domanda di senso delle cose e dell'esistere. Paradossalmente, più
conosciamo più scopriamo la dimensione del mistero. E dentro questa
dinamica la scienza accentua il fondamento razionale della fede.
La domanda religiosa scaturisce dalla concretezza, non da idealismi e
tanto meno da sentimenti. Il caso limite prende il nome di sofferenza.
Quando poi si tratta di sofferenza innocente più acuta diventa la
contraddizione tra il sapere e l'impossibilità di agire. L'uomo - afferma
Antiseri - non è padrone del senso, è un mendicante di senso. La
sofferenza interroga la stessa fede che può giungere alla ribellione:
perché l'individuo deve subire tali violenze? Ecco la prova estrema, quella
che porta l'uomo all'abbraccio con Dio o al rifiuto. Proprio sulla
sofferenza l'ateismo costruisce le sue obiezioni radicali: se Dio
esistesse impedirebbe la violenza del male e, soprattutto, non
tollererebbe le atrocità nei confronti degli innocenti. È lo scandalo di
Cristo crocifisso che scoraggia i giudei che aspettavano un liberatore e
che spalanca gli occhi al centurione. È l'inesprimibile della fede tanto
difficile da dire quanto evidente allo sguardo. Antiseri dice: non è la
scienza che impedisce di credere, quanto una ragione presuntuosa.
Quella che ha occupato lo spazio del sacro costruendo degli "assoluti
terrestri" tipici delle diverse espressioni di materialismo, di positivismo,
di ateismo esistenzialista e di psicoanalisi. Freud vede nella religione
"una nevrosi ossessiva universale".
Ma il Novecento filosofico non ha soltanto consegnato la negazione di
Dio, ha anche posto le fondamenta per demolire lo scientismo e
smantellare le pretese di costruire teorie assolute. È Karl Popper - di
cui Antiseri è stato il primo traduttore in Italia e a lui si deve la
divulgazione delle tesi del grande pensatore austriaco - a mostrare che
la scienza è fallibile perché la scienza è umana. Lo spazio della fede
torna ad allargarsi. Così come riacquista consistenza la tradizione di
pensiero pascaliana che Antiseri ama e rilancia: "La fede è differente
dalla dimostrazione: questa è umana, quella è un dono di Dio. Il cuore
ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: il cuore e non la ragione,
sente Dio". Credere diventa un'esperienza. Luigi Giussani in una frase
riportata da Antiseri precisa: "Riconoscere Dio non è un problema né di
scienza né di sensibilità estetica e neanche di filosofia come tale. È un
problema di libertà. Alla fin fine, l'opzione è decisiva". |