Sviluppo sostenibile? Un ingannoParla l'economista Serge Latouche, secondo cui il mito del progresso ci
porterà al collasso ambientale "Il concetto stesso di "sopportabilità" è una pura mistificazione, visto che questo
sistema di mercato ha sempre imposto di sfruttare le risorse naturali e umane per
trarne il massimo profitto: neanche la morale e la cultura servono da freno"
"Il boicottaggio ha prospettive limitate: bisogna progettare un modello alternativo. Prendiamo
esempio dall'Africa, che non è sinonimo del nulla" |
| "Lo sviluppo sostenibile? Una chimera. Siamo tutti a bordo di quella che lo studioso
Bernard Hours ha chiamato "un'ambulanza mondiale", con le Ong e i vari movimenti
umanitari in veste di soccorritori al capezzale dei Paesi poveri. E tutti insieme, infermieri e
pazienti, corriamo dritti verso il precipizio, ossia la totale consumazione delle risorse naturali.
Ci salveremo solo se sapremo scendere in tempo, abbandonando per sempre la macchina
dello sviluppo". L'economista Serge Latouche è sempre stato considerato un intellettuale
"scomodo", fuori dai ranghi, e anche in questo inizio di secolo non rinuncia a fare da lucida
Cassandra dei mali del pianeta. Docente di storia del pensiero economico all'università di
Paris XI, con una serie di pamphlet documentati con severo rigore scientifico (dal saggio del
1986 Faut-il refuser le développement?, tradotto in Italia col titolo I profeti sconfessati,
a L'occidentalizzazione del mondo e La megamacchina e Il pianeta dei naufraghi) ha
denunciato per anni i gravi squilibri del modello di sviluppo occidentale, divenendo suo
malgrado una specie di "guru" dell'economia alternativa. Oggi lo studioso francese non si
ferma all'analisi degli errori del progresso ma indica nuove strade per una radicale inversione
di rotta del rapporto dell'uomo con l'economia e l'ambiente.
| Dunque, professor Latouche, lei sostiene che persino l'idea stessa di sviluppo è in
crisi. |
"Senza dubbio. La crisi della teoria economica dello sviluppo, iniziata negli anni Ottanta, si è
ormai aggravata. Con la caduta del muro di Berlino, aziende e mercati avevano annunciato
ufficialmente che il pianeta si era unificato. Poi, l'avvento della globalizzazione ha mandato in
frantumi il quadro statale delle regolamentazioni, permettendo alle disuguaglianze di
svilupparsi senza limiti e segnando la comparsa del cosiddetto "trickle down effect", ossia la
distribuzione della crescita economica al Nord e delle sue briciole al Sud. Dal 1950, la
ricchezza del pianeta è aumentata sei volte, eppure il reddito medio degli abitanti di oltre
100 Paesi del mondo è in piena regressione e così la loro speranza di vita. Si sono allargati
a dismisura gli abissi di sperequazione: le tre persone più ricche del mondo possiedono una
fortuna superiore alla somma del prodotto interno lordo dei 48 Paesi più poveri del globo.
In simili condizioni, lei comprende che non è più di attualità lo sviluppo, ma solo piccoli
aggiustamenti strutturali. Che passano sotto il nome di "sostenibilità" e sono invece una
spaventosa mistificazione".
"Perché tutte le varie espressioni "sviluppo sostenibile", "vivibile" o "sopportabile" sono
solenni imposture: negli ultimi due secoli, lo sviluppo è sempre stato contrario all'idea di
sostenibilità, poiché ha cinicamente imposto di sfruttare risorse naturali e umane per trarne il
massimo profitto. Oggi il vecchio concetto è stato rivestito con una patina d'ecologia, che
tranquillizza l'Occidente e nasconde la lenta agonia del pianeta. Lo sviluppo cambia pelle,
insomma, ma resta se stesso. In Africa, in nome dello sviluppo, i fedeli musulmani della
località di Kulkinka, nel Burkina Faso, hanno deciso che alleveranno maiali. Niente è
proibito, se porta lo sviluppo. E non serve da freno la morale, né la cultura. Il "pensiero
unico" del mercato annulla perfino le identità nazionali: desideriamo gli stessi beni e quindi
siamo tutti uguali. Senza contare i danni che il progresso tecnologico causa all'intero pianeta.
La concorrenza e il libero mercato hanno effetti disastrosi sull'ambiente: niente limita più il
saccheggio delle risorse naturali, la cui gratuità spesso permette di abbassare i costi".
| Un quadro davvero sconfortante, professor Latouche. Non teme le accuse di
catastrofismo? |
"No, perché quello che dico è sotto gli occhi di tutti: la concorrenza esacerbata spinge i
Paesi del Nord a manipolare la natura con le nuove tecnologie e quelli del Sud ad esaurire
le risorse non rinnovabili. In agricoltura, l'uso intensivo di pesticidi e irrigazione sistematica e
il ricorso a organismi geneticamente modificati hanno avuto come conseguenze la
desertificazione, la diffusione di parassiti, il rischio di epidemie catastrofiche. Il collasso del
pianeta si avvicina, insomma, ma invece di lavorare a un'alternativa che eviti la fine delle
risorse naturali, si continua a ragionare su correttivi più o meno efficaci, sulla "sostenibilità"
appunto. Ma così si confonde il morbo con la cura"".
| Qual è la cura, allora, a suo parere? |
"C'è un vecchio proverbio che suona più o meno così: "se hai un martello conficcato in
testa, tutti i tuoi problemi avranno la forma di chiodi". Dobbiamo levarci dalla testa il
martello dell'economia, decolonizzare il nostro immaginario dai miti del progresso, della
scienza e della tecnica. Far tramontare l'onnipotenza dell'"assolutismo razionale" che crede
di poter assoggettare ogni cosa al suo volere e sostituirlo col "ragionevole", che si adegua
alle mutate condizioni della natura. Questo è il primo sforzo a livello concettuale.
Concretamente, poi, bisogna proseguire nell'opera di contrasto della "megamacchina" dello
sviluppo".
| E come? Con lo strumento del boicottaggio? |
"Ho poche speranze sul successo finale delle pratiche di boicottaggio delle multinazionali.
Anche se hanno dato frutti di recente, come nei casi della Shell in Germania e della Del
Monte in Kenya, non hanno verdi prospettive: i grandi gruppi economici stanno infatti
reagendo rapidamente, formando cartelli in settori vitali come quello farmaceutico,
agro-alimentare o delle comunicazioni per impedire ai consumatori qualsiasi alternativa. Io
stesso, nelle scorse settimane, volevo boicottare il gruppo Total-Fina, proprietario della
petroliera Erika che ha causato il disastro delle maree nere sulle spiagge della Bretagna, e
mi sono ritrovato impotente in autostrada a dover fare benzina ai loro distributori, perché
erano gli unici nel raggio di migliaia di chilometri. Insomma è giusto far diventare, come
scrive l'economista italiano Antonio Perna, un "bisogno" la scelta etica del consumatore, ma
non basta. È necessario, aggiungo io, affiancare alla guerra di trincea il concetto di "nicchia",
un luogo cioè dove progettare una seria alternativa da estendere poi a grandi settori della
società. Io studio da anni certe economie cosiddette "informali", che sono in realtà veri e
propri laboratori del dopo-sviluppo".
| Si riferisce al tipo di società basata sulle relazioni interpersonali descritta nel suo
libro L'altra Africa? |
"Esattamente. Anche se, di fronte alla evidenza dei successi di certi "imprenditori a piedi
scalzi", gli occidentali continuano scioccamente a pensare a quella africana come a
un'accozzaglia di "straccioni" che sopravvive in attesa di accedere alla terra promessa della
modernità, dell'economia ufficiale e del vero sviluppo. In realtà le migliaia di piccole imprese
e il colorato insieme di mestieri (dalle intrecciatrici di strada ai bana-bana, commercianti
ambulanti che vendono alle donne senza frigorifero olio "sfuso" o sacchetti di latte in
polvere) non possono essere etichettati semplicemente come "naufraghi dello sviluppo". Essi
sopravvivono perché hanno prodotto un tipo di società basata non sui rapporti economici
ma sul valore delle relazioni sociali e sulla logica del dono. Intendiamoci, parlo di una
società non assolutamente affrancata dal mercato ma che, comunque, non obbedisce
supinamente alla logica mercantile. In questo tipo di società, che io chiamo vernacolare,
ciascuno investe molto nei legami interpersonali, dà in prestito denaro, beni materiali e
perfino tempo o lavoro. Lo fa senza pensare a un tornaconto immediato, perché reputa
importante crearsi un gran numero di "cassetti", per usare un espressione della periferia di
Dakar, cioè di persone debitrici a cui attingere in caso di bisogno. Un po' come le
esperienze che noi occidentali stiamo riscoprendo e che vanno sotto il nome di "banca del
tempo" o "local exchange trade systems" (sistemi di scambio locale)".
| Ci sono segnali di speranza quindi? |
"Oltre alla presenza di nuovi modelli di società, mi conforta che le coscienze di alcuni Paesi
si stiano lentamente risvegliando. Lo mostrano ad esempio i recenti fatti di Seattle. Il
gigantesco baraccone del "Millennium Round" messo su dalla World Trade Organization
non è crollato solo per le forti proteste di piazza delle organizzazioni non governative. È
fallito, ed è ciò che più conta, anche per il dissenso dall'interno dei rappresentanti di molti
Paesi in via di sviluppo, alzatisi dai tavoli delle trattative perchè indignati dall'incredibile
arroganza delle nazioni occidentali".
| Secondo molti commentatori, anche gli attacchi lanciati nei giorni scorsi dagli
hackers ai grandi siti web commerciali come Amazon o Yahoo! potrebbero essere
una forma di protesta contro la globalizzazione e i suoi nuovi strumenti, come
Internet appunto. Qual è il suo giudizio su questo tipo di protesta? |
"Credo che il pensiero unico del mercato sia da sempre onnivoro e tenda a occupare ogni
possibile spazio. Ha fatto così anche con Internet, nata per le comunicazioni in ambito
militare e fra gli studiosi e ora, per una di quelle finte della storia di cui parlava Hegel,
trasformatasi nel più potente veicolo delle merci sul pianeta. Però i fatti di questi giorni
dimostrano come la Rete sia ancora un luogo con ampi spazi di libertà. D'altronde, neanche
le proteste di Seattle sarebbero state possibili senza il coordinamento fra associazioni e Ong
di tutto il mondo, iniziato anni fa proprio su Internet". |