RASSEGNA STAMPA

12 FEBBRAIO 2000
GIANNI SANTAMARIA
Simone, giallo sulla conversione
Una pensatrice piena di contraddizioni o una mistica incompresa: chi fu veramente la Weil?
Due testimoni raccontano come la conobbero. Piena di antipatie preconcette, la sua religiosità problematica ne fa una "pellegrina dell'assoluto"
Joseph-Marie Perrin e Gustave Thibon, "Simone Weil così come l'abbiamo conosciuta", Àncora, Pagine 172. Lire 24.000
Istantanee su una cristiana della soglia. Una di coloro per i quali l'antico - e oggi sempre più riscoperto - itinerario del catecumenato è un modo di avvicinarsi lentamente alle verità di fede. Lo auspicava un filosofo cattolico come Jean Guitton per anime come lei, inquiete e non approdate infine alla conversione (pur essendo, certo, il mistero consegnato a Dio e alla coscienza). Ed è sui rapporti della Weil con la religione cattolica che l'attenzione degli studiosi in questi decenni si è misurata versando fiumi di inchiostro. Ora l'editrice Àncora traduce - a quasi cinquant'anni dalla pubblicazione in francese - l'opera di due intellettuali credenti che la Weil frequentò durante gli ultimi anni della sua breve esistenza, segnati dalla ricerca religiosa: il domenicano Joseph Marie Perrin e il filosofo Gustave Thibon. Una riproposta che - avverte lo stesso editore - presta il fianco a qualche dubbio. I temi qui esposti sono stati dai due autori ribaditi in altre opere note. E la ricerca sulla complessa figura della filosofa - operaia, trotzkista, impegnata nella guerra civile spagnola, e sempre attenta agli ultimi e alla dimensione spirituale dell'esistere - ha svelato aspetti allora inediti (anche sconosciuti ai due che pure la Weil aveva indicato come depositari della sua opera).
Ma, si sottolinea nella premessa, la lettura di questo testo porta, comunque il segno di un'esperienza, la storia di un'amicizia, "una nota del tutto originale e irripetibile: il sapore fresco e immediato di chi rende testimonianza su ciò che ha visto udito, sperimentato". Ed è vero. Dubbi speranze, vicinanze alla Chiesa cattolica, ma anche irrimediabili lontananze dalla dottrina sono presenti in un caleidoscopio di ricordi e citazioni che non cercano certo di "cattolicizzare" la pensatrice. Lo ribadiscono gli autori nell'introduzione, scritta a quattro mani, mentre i due saggi seguenti sono autonomi. In essa si pongono come interpreti, non come "gli" interpreti della filosofa.
Anche se "la scelta di due cattolici per la diffusione del suo pensiero non è effetto di un caso o di un capriccio, ma prova almeno che la possibilità di un'interpretazione cattolica non aveva niente che potesse scandalizzarla", scrivono. Gli approcci dei due, come nota il sociologo Franco Ferrarotti nella prefazione, sono comunque diversi. Padre Perrin passa presto dall'analisi del pensiero a quella del carattere, della psicologia della Weil. Evidenziando, anche con bruschezza, il suo agire a simpatie e antipatie. "Sarebbe lungo - scrive il domenicano cieco dall'età di dieci anni - fare la lista delle antipatie e delle asprezze di Simone: anzitutto gli ebrei, evidentemente! I romani, la Chiesa medievale, i francesi del Nord, i corsi, Aristotele, san Tommaso, Maritain, eccetera". Più sfumate e meno "ad personam" le riflessioni di Thibon. Questi si interroga sulla "vertigine di assoluto" nell'autrice de L'attesa di Dio e cerca i motivi che la fecero restare solo "sulla soglia" della Chiesa. Fino a sollevare un interrogativo che Ferrarotti giudica "fondamentale", se Simone sia una mistica o una metafisica. A frenarne l'ingresso nella cattolicità c'era innanzitutto - scrive Thibon - "l'ostacolo intellettuale. Simone Weil portava nell'"affare" della sua conversione l'estrema esigenza di spirito e l'estremo rigore che metteva in ogni cosa". Poi ebbe poco tempo per esaminare a fondo i dogmi della fede. Inoltre era refrattaria alla struttura di autorità ecclesiale, che giudicava ricalcata sul modello del "totalitario" impero romano. Si ritrova in lei un "lievito anarchico". Ma a fondo di tutto c'è il fatto che lei "vuole la meta", l'assoluto, ma non il cammino storico. I due, insomma, non si capiscono, ma Thibon ha intuito che, come si disse di un altro grande francese, Arthur Rimbaud, la Weil era "un mistico allo stato selvaggio". E allora, conclude Ferrarotti, "forse più che parlare di "vertigine dell'assoluto" bisognerà pensare a Simone Weil come a una "pellegrina dell'assoluto"", una "migrante in terra straniera che non ha diritti né protezione", la portatrice di "un pensiero itinerante che non potrà mai riposare all'ombra di alcuna ortodossia". Il suo destino, infatti, notavano già nel '52 i suoi amici e interpreti, anche in riferimento alla sua trascuratezza fisica e nel vestiario, era "quello dell'albatro di Baudelaire "ridicolo e sublime come gli esuli"".
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