RASSEGNA STAMPA

10 FEBBRAIO 2000
JUDITH REVEL
FOUCAULT E BASAGLIA
DESTINI INCROCIATI AL VARCO DELLA FOLLIA
Nel libro di Di Vittorio su "Foucault e Basaglia" e nella monografia che Catucci ha dedicato al filosofo francese due tentativi riusciti di rendere palpabile il lungo lavoro verso una ontologia dell'attualità
Alcune settimane fa, sulle pagine di Libération, i lettori della rubrica "opinioni e dibattiti" hanno potuto assistere a uno scambio epistolare di singolare peso filosofico. In risposta alle critiche formulate da uno dei giornalisti radical-chic del giornale, un famoso presentatore di giochi televisivi e trasmissioni giovanili, tenebroso idolo delle ragazzine dal vocabolario assai ristretto, ha fatto pubblicare una sua lettera in forma di autogiustificazione. In quella lunga difesa, si poteva leggere un cruciale rimprovero destinato a inchiodare definitivamente il giornalista sprezzante: "Probabilmente lei, di Michel Foucault, ha letto soltanto Sorvegliare e punire".
Che quella freccia sia passata inosservata non stupirà più di tanto: in che mondo viviamo se i presentatori televisivi analfabeti cominciano a citare Foucault? E invece quel riferimento così inatteso mette il dito su un problema filosofico piuttosto consistente. Sono passati più di quindici anni dalla morte di Michel Foucault. Quindici anni che hanno fatto del pensatore francese - nonostante le strategie dello stesso Foucault per rendersi imprendibile perfino nella morte - quello che bisogna ormai chiamare un autore: ciò che Foucault, in un testo premonitorio in forma di scongiuro, già dalla fine degli anni '60, descriveva come quella strana figura astratta che, attraverso un certo numero di mediazioni e di passagi obbligati, si vede non solo assegnare un'opera ma un posto nella storia del pensiero e nella storia tout court, una collocazione nei sistemi di classificazione e di rinvii delle buone biblioteche universitarie, una qualificazione nei manuali per studenti frettolosi, una biografia per i più pettegoli - in breve: un posto al sole sulle spiagge fin troppo lisce del sapere istituzionale.
Ora l'uscita quasi contemporanea in Italia di due volumi dedicati a Foucault non può che farci riflettere sul destino di quell'autore suo malgrado, e sull'uso che intendiamo fare del suo lavoro. Due libri dunque: Foucault e Basaglia, di Pierangelo Di Vittorio (Ombre Corte, 1999), e Introduzione a Foucault, di Stefano Catucci (Laterza, 2000); due lavori molto belli, estremamente diversi, e per certi versi diametralmente opposti - due risposte a una domanda attuale: che diavolo fare oggi di Michel Foucault? Foucault e Basaglia, ovvero la storia di un non-incontro. Come ricorda Di Vittorio, si sa che Foucault per primo si stupiva di essere stato associato al movimento dell'antipsichiatria dopo la pubblicazione della Storia della Follia.
Come confesserà il filosofo in un'intervista ben più tardiva: "Laing e Cooper, li ho letti dopo". Che tutta una serie di lavori francesi siano stati assai vicini alle sperimentazioni antipsichiatriche a partire dagli anni '60 è altrettanto noto - al di là di Foucault, si pensa ovviamente a Deleuze e Guattari, dai testi sulla schizofrenia all'Anti-Edipo, dalla fascinazione per la scrittura di alcuni psicotici, chiaramente decifrabile in numerosi testi di Deleuze fino al principio degli anni '80, all'invenzione di un luogo quale la clinica di La Borde. L'idea di incrociare il percorso filosofico di Foucault con quello pratico di Basaglia è quindi assolutamente pertinente, se non altro perché il rapporto di Foucault con la psichiatria (per non parlare della psicoanalisi: chi scriverà, finalmente, un libro su Foucault e Lacan?) non è mai stato studiato seriamente.
Al di là del notevole interesse del libro, una cosa però stupisce: che l'autore abbia cercato di stabilire "che un libro di filosofia possa somigliare ad una lotta dentro e contro le istituzioni", o ancora "che la filosofia possa assomigliare ad una lotta storica e dentro la storia", qualificando però nello stesso momento quell'ipotesi "improbabile, impraticabile" e "strana". Ora, questi tre aggettivi, scanditi con insistenza, hanno senso solo su uno sfondo ben definito: l'idea che una filosofia non è una pratica, e che la genealogia foucaultiana è fondamentalmente una filosofia storica, in particolare perché parte dal presupposto che "tutto è divenuto", cioè che non c'è "resto" possibile fuori da quello che descrive.
Quel che, dunque, rappresenterebbe Basaglia per Foucault sarebbe in qualche modo il pezzo mancante di un tentativo teorico-storico per definizione incompleto: non solo una costruzione teoretica ma una lotta nella storia (un evento, direbbero ancora Deleuze e Guattari) e precisamente per questo l'opportunità di pensare "la possibilità di una soggettivazione marginale, residuale, superflua, in quanto spreco del potere e della sua logica binaria", un'eccedenza, un fuori.
Il lavoro di Di Vittorio è assolutamente meritevole: ricco di nuove ipotesi e di intelligenti delucidazioni, ha il merito di rileggere Foucault alla luce di una pratica, senza porsi il problema dell'effettività del legame Foucault-Basaglia. Colpisce però la premessa: come se, passando dal concetto di archeologia a quello di genealogia, Foucault non avesse precisamente preso coscienza che l'uso della storia non può non essere finalizzato a un intervento sull'attualità stessa; come se la preoccupazione dell'attualità non portasse in nuce l'idea di una filosofia che sia per definizione atto, cioè evento, esperienza, resistenza. Se nel grande continuum della storia, che essa sia passata o presente, non ci sono eventi ma solo racconti e commenti (l'infinito brusìo dell'ordine del discorso) è precisamente perchè solo l'evento - in quanto discontinuità assoluta, gesto che interrompe, atto che taglia - puo' trasformare la storia in attualità. Dall'archeologia alla genealogia, dalla storia all'attualità, dal discorso all'atto, dalla normatività dei dispositivi del sapere e del potere alla selvaggeria di una parola anomala, dai soggetti alla produzione di soggettività, c'è tutta la barbarie di una differenza finalmente slegata dalle normalissime figure dell'alterità (il pazzo, il delinquente, il malato): non si tratta quindi di liberare il pazzo dalle figure istituzionali della sua follia - cosa che Foucault forse crede ancora nel '61 ma non più all'inizio degli anni '70: precisamente per questo rimetterà in gioco tutto il suo lavoro sul terreno politico - ma, al contrario, di denunciare sia il folle che il sano di mente come le due facce di una stessa divisione.
In questo senso, l'impegno di Foucault al principio degli anni '70 nelle lotte dentro le carceri, che ricorda giustamente Di Vittorio, non è la pratica politica che mancava alla teoria filosofica: fin dall'inizio, la filosofia foucaultiana è stata pratica (ovvero: si è data come rottura, come produzione di attualità, come esperienza). Portando il discorso dalla follia al carcere, si trattava, per Foucault, solo di allargare la critica del potere da una delle sue incarnazioni (l'istituzione psichiatrica, il discorso sulla follia) a un'altra (l'istituzione carceraria, il discorso sulla delinquenza), con il notevole vantaggio di spostare l'asse del tiro da una dimensione individuale incancellabile nella follia (si pensi ai "casi" cari a Foucault: Artaud, Roussel, Brisset, Wolfson, Rivière ecc., in cui la resistenza passa necessariamente attraverso una parola privata restia a ogni condivisione) a una dimensione allo stesso tempo irriducibile e comune, differente e condividibile, singolare e universale.
Apparentemente, il progetto di Catucci si propone quasi contro tutto ciò. Lo dice bene Dal Lago recensendo il libro nella pagina accanto: essendo teoricamente un'introduzione al pensiero di Foucault, sembra a prima vista molto più "normalizzante" di un saggio che accosta con arditezza due percorsi intellettuali e/o pratici diversi. Il volume, però è molto più di un semplice manuale di iniziazione, e riesce nel tour de force che in realtà si propone: rendere sensibili, quasi palpabili sia le condizioni di possibilità del pensiero foucaultiano (in una sorta di genealogia della genealogia), sia la sua formidabile carica di rottura; sia l'apparente discontinuità del percorso - la follia, la letteratura, la clinica, la disciplina, il controllo, la sessualità, il biopolitico, l'etica - sia l'assoluta coerenza di un movimento di problematizzazione sempre all'opera in questa lunga successione di campi d'indagine.
Un libro tutt'altro che scontato, rischioso, un gran bel lavoro: il primo, forse, a vincere la scomessa. E diventa perfino irrilevante che sia un libro su Foucault, perché si tratta soprattutto di un libro foucaultiano. Cosa diavolo fare oggi di Michel Foucault, sembra dirci Catucci, se non lo vogliamo trasformare in un filosofo prêt-à-porter per presentatori televisivi?. Riconsegnare quel pensiero in atto, quel movimento incessante, quell'evento sempre rimesso in gioco al presente della vita.
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vedi anche
Decostruzionismo