| Il padre della filosofia ermeneutica entra venerdì nel suo secondo secolo: ecco che
cosa ci ha insegnato | I maestri più veri, probabilmente, sono quelli dei quali non riusciamo a dire che cosa
abbiamo imparato da loro, pur essendo consapevoli di un enorme debito intellettuale e
umano nei loro confronti. Gadamer è - per me, ma penso anche per molti altri - un maestro
di questo genere. Gadamer mi ha insegnato, più che contenuti determinati, un
atteggiamento mentale e, in generale, un modo di essere. La sua esemplare personalità
"goethiana" - equilibrata senza rigidezze, aperta al dialogo e a quella che lui ha chiamato
"fusione di orizzonti" - si spiega (sul piano teorico) con il fatto che egli si sente come
portato e sorretto da quello che per Hegel è lo "spirito oggettivo"; se si vuole, dalla storia
della cultura, entro la quale si muove come nel suo elemento. Probabilmente, è questo
atteggiamento complessivo che lo distingue anche dal suo maestro Heidegger. Un
atteggiamento che ha evidentemente radici temperamentali (penso all'uomo "di buon
carattere" di Nietzsche). Ma c'è ovviamente più di questo. Mi sembra che un tratto
caratteristico della lettura che Gadamer ha dato della filosofia di Heidegger - quella che
Habermas ha chiamato, con molte buone ragioni, la sua urbanizzazione della "provincia
heideggeriana" - sia proprio il fatto di non condividere la concezione che Heidegger ha
della storia della metafisica greca. E di conseguenza, anche della storia dell'essere come
storia della metafisica e della sua fine.
Provo a riassumere: se Gadamer, nella sua ontologia ermeneutica, non ha il tono spesso
apocalittico di Heidegger, ciò dipende sia dalla differenza di temperamento che lo separa
dal suo maestro; sia dal fatto che, anche per questa differenza, Gadamer è e resta un
"umanista" - nel senso delle humanae litterae, e anche nel senso metafisico-epocale che
Heidegger stigmatizza nella Lettera sull'umanismo del 1946. Perciò non riesce a prendere
sul serio l'idea che si debba congedarsi da quella eredità greca classica, anzitutto platonica, che
per Heidegger rappresenta invece uno dei momenti chiave dell'oblio dell'essere che ha condotto
il pensiero metafisico occidentale a identificare l'essere con gli oggetti della conoscenza
scientifica e della manipolazione tecnologica. Non solo questo: alla visione di Platone come
"responsabile" dell'oblio dell'essere che cresce nella metafisica occidentale fino a Nietzsche,
corrisponde in Heidegger anche il culto per la parola originaria dei Presocratici, come se fosse
possibile cogliere all'alba del pensiero occidentale una possibilità "autentica" che dopo sarebbe
stata oscurata e dimenticata proprio dalla storia della verità come oggettività misurabile.
Gadamer non mi sembra mai aver preso in considerazione una tale posizione di Heidegger -
dalla quale del resto anche a me non pare che si possa ricavare molto.
Se ci fosse una verità originaria non-metafisica nei Presocratici, dovremmo pensare che si è
data, storicamente, una esperienza "diretta" dell'essere - proprio del tipo di quella che la
metafisica della presenza ha sempre preteso di possedere. Se si è data una tale esperienza
diretta, potrebbe ben accadere che si dia di nuovo, magari con l'aiuto di una trasformazione
politica epocale - quella appunto che Heidegger sembrò riconoscere nel nazismo, almeno in un
certo momento della sua vita.
Se queste ipotesi non sono campate in aria, allora l'atteggiamento di distacco che Gadamer
manifesta nei confronti dello Heidegger interprete dei Greci (specialmente dei Presocratici e di
Platone) è bensì espressione della formazione umanistica di Gadamer e del suo complessivo
atteggiamento, meno tragico e apocalittico, e più fiducioso nella storia dello spirito oggettivo di
quanto non fosse Heidegger. Ma è anche un aspetto significativo della sua "urbanizzazione"
della provincia heideggeriana, che rappresenta una precisa direzione di sviluppo dell'eredità del
maestro.
Questa urbanizzazione non è esente da dubbi e problemi. Per e sempio: fino a che punto si deve
accettare, come espressione di un "buon temperamento", la presa di distanza di Gadamer
rispetto all'idea heideggeriana della storia della metafisica occidentale come oblio dell'essere?
Se si segue Gadamer su questa via, sembra che il problema del pensiero di oggi sia solo quello
di opporre allo scientismo dominante una mentalità più aperta all'esperienza di verità delle
scienze dello spirito - insomma una filosofia della cultura che comprenda e diriga la scienza e la
tecnica dal punto di vista del logos inteso come coscienza condivisa della comunità, dialogo,
tolleranza, radicamento nella tradizione. E' possibile, invece, seguire le indicazioni "urbanizzanti"
di Gadamer senza rinunciare all'ideale heideggeriano di una "svolta" nella storia dell'essere che
effettivamente realizzi alcuni degli aspetti di quello che per lui era il, sia pure problematico,
oltrepassamento della metafisica? Si tratterebbe insomma, per me, di una urbanizzazione meno
conciliante e meno rispettosa dell'esistente. Di nuovo, potrebbe sembrare solo una questione di
temperamento: Gadamer personalità goethiana, grande umanista e dunque anche implicitamente
piuttosto scettico, di contro a Heidegger che resterebbe sempre, nel fondo, un esistenzialista
con inclinazioni al tragicismo, e sempre tentato (come ai tempi dell'adesione al nazismo) di
confondere l'oltrepassamento della metafisica con una svolta storico-politica destinata
fatalmente a dimenticare la differenza dell'essere dagli enti e dalla contingenza storica (oltre che
la democrazia)?
Gadamer sarebbe d'accordo, almeno, nel riconoscere che, per coloro che si sono formati sotto
la sua guida e sulla base dei testi di Heidegger, non si tratta tanto di scegliere tra due diversi
maestri, ma di trovare una forma di conciliazione e di sintesi. Una specie di "terza via", che
potrebbe presentarsi come una non infedele prosecuzione del pensiero del maestro della
"fusione di orizzonti". |