RASSEGNA STAMPA

3 FEBBRAIO 2000
editoriale
"Nessun mea culpa su Giordano Bruno"
Quattro secoli fa bruciò sul rogo. Oggi è considerato lo spartiacque fra il cattolicesimo e la modernità. Per molti la Chiesa dovrebbe pentirsi.
Ma il cardinal Poupard, pur condannando il supplizio, non "assolve" il pensatore: "Non si demolisce la fede in nome della ragione"
QUANDO parlava di se stesso, amava definirsi "stupore del genere umano". Nel 1592, otto anni prima della sua morte, il Sant'Uffizio raccomandò all'inquisitore di Venezia di controllare bene che l'imputato non avesse fornito un falso nome: sembrava incredibile non conoscere, a Roma, un personaggio che si autodefiniva "eretico pericoloso". Stiamo parlando di Giordano Bruno. Il 17 febbraio di quattro secoli fa, venne messo a morte sul rogo di Campo de' Fiori. Oggi molte voci, compresa quella di uno storico della Civiltà Cattolica, lo vorrebbero destinatario di uno dei tanti "mea culpa" della Chiesa penitente di fine millennio. La sentenza che rimetteva Giordano Bruno al braccio secolare perché fosse punito "senza spargimento di sangue" portava la firma di Roberto Bellarmino, gesuita, cardinale, santo e uno degli uomini più colti della Chiesa del suo tempo. Paul Poupard, schivo cardinale francese, ex rettore dell'Institut Catholique di Parigi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, al rogo non manderebbe certo nessuno. Però non "assolve" Bruno: "E' soprattutto un personaggio che è giunto fino a noi con la mitologia del "fattaccio del rogo". A parte questo sinistro simbolo del tormentato rapporto tra il pensiero laico e quello religioso, chi ha studiato Bruno fa una fatica improba a considerarlo uno dei padri del razionalismo. Perché il razionalismo è sinonimo di "pensiero coerente".
E la coerenza non era la preoccupazione principale di Giordano Bruno". Oggi, nella sede della Civiltà Cattolica, il cardinale Poupard partecipa alla presentazione di un'importante opera sull'eretico domenicano, edita da Salerno. E tutti si aspettano un suo "mea culpa".
Chiederà scusa, Eminenza?
"No. Il libro di Saverio Ricci Giordano Bruno nell'Europa del Cinquecento ha minuziosamente ricostruito la fitta rete di situazioni politiche, giuridiche, morali, religiose che hanno accompagnato la vita del protagonista. Certo, oggi la nostra conoscenza del Vangelo ci permette di trovare esecrabile l'utilizzo del rogo e di ogni altra pena per coartare la libertà di coscienza. Ma questo non ci autorizza a giudicare la mentalità degli uomini dell'Europa di quattro secoli fa. Non sarebbe neanche scientificamente sostenibile".
Con o senza meriti, Giordano Bruno è comunque visto da quasi cento anni come lo spartiacque tra il cattolicesimo e la modernità nata e cresciuta fuori della Chiesa. Riappropriarsi dell'eretico del XVII secolo, non sarebbe una sorta di investimento di immagine per la Chiesa?
"Non commettiamo l'errore di far slittare il concetto di modernità verso quello di modernismo", risponde Poupard. "La Chiesa non ha fatto alcuna fatica, durante il Concilio Vaticano II, a riconoscere l'autonomia delle scienze e della loro epistemologia.
Ma questo non vuol dire che ci si debba per forza mettere, come ha fatto qualcuno, dalla parte di coloro che in nome della ragione sostengono l'assurdità della fede".
Però, Eminenza, la modernità è sinonimo di desacralizzazione...
"La modernità è un insieme di processi che si realizzano nell'emergere di un pensiero nuovo che il giorno dopo appare subito datato. La postmodernità ci pone continuamente sotto gli occhi i limiti del futuro. Che non esaurisce la parabola del pensiero moderno. Jacques Maritain mi ripeteva sempre che, con la scusa dell'attualità, la cultura contemporanea ama gli uomini che hanno il cuore duro e il pensiero debole. Dovrebbe essere il contrario".
Trent'anni fa, il cardinale Poupard inventò un neologismo che, ancora oggi, sembra avere uno strano suono: inculturazione.
"Sì, è una parola nuova per indicare una saggezza bimillenaria. La Chiesa, per parlare la lingua di Dio, deve prima imparare la lingua degli uomini. Se il Vangelo è linfa, allora bisogna entrare dentro ogni sistema di vita e di pensiero".
E se volessimo inculturare, Eminenza, la storia non esaltante per nessuno di Giordano Bruno, che verità essa contiene?
"Innanzitutto, un invito ad abbandonare ogni anacronismo. Chi vive il Vangelo deve sapere che esso vince solo con la forza della sua verità. Poi, anche una doppia lezione civile e morale: a nessuno deve essere impedito di credere, a nessuno deve essere imposto di credere".
E questo, nella Chiesa di oggi, è possibile?
"Prima o poi, usciremo anche dalla strumentalizzazione che vuole il cattolicesimo come l'eterno nemico della libertà. Chi partecipa alla vita della Chiesa sa benissimo quale formidabile possibilità essa offre a tutti di realizzarsi nella responsabilità. Perché non esiste alcuna libertà che non sia ancorata alla verità".
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