RASSEGNA STAMPA

1 FEBBRAIO 2000
UMBERTO GALIMBERTI
Perché oggi mi sento depresso
Alain Ehrenberg, "La fatica di essere se stessi. Depressione e società", Einaudi, pagg. 300, 36.000
"Quando il rimedio è peggio del male". Questo vien da dire a proposito della depressione e dei farmaci deputati ad alleviarne le sofferenze. Farmaci efficaci, senz'altro, almeno a livello sintomatologico, ma che insieme creano le condizioni per aumentare lo stato depressivo, fino a renderlo definitivo stile di vita dell'esistenza. Dell'esistenza di tutti noi se appena ci scrolliamo di dosso quella pigrizia mentale che continua a considerare la depressione come una delle tante forme delle malattie dell'anima, mentre a partire dagli anni Settanta, la depressione è diventata la forma della sofferenza psichica, liquidando d'un colpo le forme "nevrotiche" che hanno caratterizzato il nostro secolo, e quindi anche la psicoanalisi nata e cresciuta come cura della nevrosi. La nevrosi infatti è un conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. Come conflitto, la nevrosi trova il suo spazio espressivo nelle società della disciplina che si alimentano della contrapposizione permesso/proibito, una macchina che i più vecchi tra noi conoscono perché regolava l'individualità fino a tutti gli anni '50 e '60. Poi, a partire dal '68 e via via per gli anni successivi, la contrapposizione tra il permesso e il proibito tramonta, per far spazio a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra il possibile e l'impossibile. Che significa tutto questo agli effetti della depressione? Significa che nel rapporto tra individuo e società, la misura dell'individuo ideale non è più data dalla docilità e dall'obbedienza disciplinare, ma dall'iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé. L'individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa (per cui il vissuto di colpevolezza era il nucleo centrale delle forme depressive), ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato.
In questo modo, dagli anni '70 in poi, la depressione ha cambiato radicalmente forma: non più il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione con conseguente senso di colpa, ma, in uno scenario sociale dove non c'è più norma perché tutto è possibile, il nucleo depressivo origina da un senso di insufficienza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso.
Questo mutamento "strutturale" della depressione, che gli psichiatri, legati come gli uomini di religione a quel breviario che è per loro il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico) è stato invece ben colto e ottimamente illustrato dal sociologo francese Alain Ehrenberg, autore de La fatica di essere se stessi. Depressione e società, che la casa editrice Einaudi ha opportunamente tradotto in italiano (pagg. 300, lire 36.000) nella speranza che l'esercito degli psicologi, degli psichiatri e degli psicanalisti siano tentati a variare il genere delle loro monotone letture. Il libro, ottimo per lo stile, la scrittura e il modo di argomentare la tesi, è preceduto da una splendida prefazione di Eugenio Borgna che segue da vicino questo passaggio, dove i sintomi classici della depressione: quali la tristezza, il dolore morale, il senso di colpa, passano in secondo piano rispetto all'ansia, all'insonnia, all'inibizione, in una parola alla fatica di essere se stessi. E questo perché in una società dove la norma non è più fondata, come in passato, sull'esperienza della colpa e della disciplina interiore, ma invece sulla responsabilità individuale, sulla capacità di iniziativa, sull'autonomia nelle decisioni e nell'azione, la depressione tende a configurarsi non più come una perdita della gioia di vivere, ma come una patologia dell'azione, e il suo asse sintomatologico si sposta dalla tristezza all'inibizione, alla perdita di iniziativa in un contesto sociale dove "realizzare iniziative" è assunto come criterio unico e decisivo per misurare e sigillare il valore di una persona. Qui intervengono i nuovi farmaci antidepressivi (quelli venuti dopo gli antidepressivi triciclici) che hanno assunto come orizzonte terapeutico elettivo quello di sopprimere l'insonnia e l'ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l' inibizione all'azione, il senso di fallimento e di scacco, fattori questi che entrano in implacabile collisione con i paradigmi di efficienza e di successo che la società odierna considera essenziali per definire la dignità e la significanza esistenziale di ciascuno di noi. Già Freud nell'ultimo anno della sua vita scriveva che "per il primitivo è facile essere sano, mentre per l'uomo civilizzato è un compito difficile", ma attribuiva la difficoltà all'eccesso di regole che governano le società civili, e quindi iscriveva la depressione nel novero delle "nevrosi", dove si registra il conflitto tra norma e trasgressione, con conseguente vissuto di colpevolezza. Oggi le norme limitative non esistono più, per cui ciò che un tempo era proibito è sfumato nel possibile e nel consentito. Per effetto di questo slittamento oggi la depressione non si presenta più come un "conflitto" e quindi come una "nevrosi", ma come un fallimento nella capacità di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell'impossibile. E quando l'orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più: "ho il diritto di compiere quest'azione?", ma "sono in grado di compiere quest' azione?". Quel che è saltato nella nostra attuale società è il concetto di "limite". E in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, e infine di inibizione. Tratti questi che entrano in collisione con l'immagine che la società richiede a ciascuno di noi e, come scrive Borgna, la coscienza di questo crudele fallimento sul piano della responsabilità e dell'iniziativa, o anche, aggiungo io, sul piano del mancato sfruttamento di una possibilità, amplifica immediatamente i confini della sofferenza e dell'inadeguatezza che sono presenti in ogni depressione e che i modelli sociali dominanti rendono ancora più dolorose e talora insanabili. Alain Ehrenberg vede l'origine dell'odierna depressione, così diversa da quella che si legge nei manuali di psicologia, psicoanalisi e psichiatria troppo disattenti ai mutamenti sociali, in due cambiamenti di tendenza registrati negli ultimi trent'anni della nostra storia circa il modo di concepire l'individuo e le possibilità della sua azione. Il primo cambiamento s'è registrato verso la fine degli anni Sessanta quando la parola d'ordine dell'intero continente giovanile era: "Emancipazione" all'insegna del "tutto è possibile", per cui: la famiglia è una camera a gas, la scuola una caserma, il lavoro, e il suo rovescio il consumismo, un'alienazione, e la legge uno strumento di sopraffazione di cui ci si deve liberare ("vietato vietare"). Una libertà di costumi fino allora sconosciuta si coniuga a un progresso delle condizioni materiali, e nuove prospettive di vita diventano una realtà tangibile nel corso del decennio. Se la follia, nel comune sentire dei primi anni Settanta, appare come il simbolo dell'oppressione sociale e non più come una malattia mentale, questo è appunto dovuto al fatto che tutto è possibile: il pazzo non è malato, è solo diverso, e soffre proprio per la mancata accettazione della sua diversità. Su questa cultura preparata dal '68, ma che il '68 aveva pensato in termini sociali, si impianta, per uno strano gioco di confluenza degli opposti, la stessa logica di impostazione americana, giocata però a livello individuale, dove ancora una volta tutto è possibile, ma in termini di iniziativa, di performance spinta, di efficienza, di successo al di là di ogni limite, anzi con il concetto di limite spinto all'infinito, per cui oggi siamo a chiederci: qual è il limite tra un ritocco di chirurgia estetica e la trasformazione in androide di Michael Jackson, tra un'abile gestione dei propri umori attraverso farmaci psicotropi e la trasformazione in robot chimici, tra le strategie di seduzione troppo spinte e l'abuso sessuale, tra il riconoscimento dei diritti degli omosessuali e il diritto all'adozione, tra il diritto di avere figli e le tecniche artificiali per ottenerli, tra il diritto alla salute e al prolungamento della vita e la manipolazione genetica? E questo solo per fare degli esempi che dimostrano come le frontiere della persona e quelle tra le persone determinano un tale stato d'allarme da non sapere più chi è chi. Come scrive Augustin Jeanneau in Les risques di un'Àepoque ou le narcissisme du dehors (1986): "La liberazione sessuale ha sostituito la preoccupazione di sbagliare con la preoccupazione di essere normali".
Espressione sintomatica del cambiamento, non dissimile da quella segnalata da Vidiadhar S. Naipaul, Alla curva del fiume (1979): "Non potevo più rassegnarmi al destino. Il mio destino non era di essere buono, secondo la nostra tradizione, ma di fare fortuna. Ma in che modo? Che cosa avevo da offrire? L'inquietudine cominciava a mangiarmi dentro". E allora psicofarmaci, amici miei, o se preferite: droga. Qui Ehrenberg traccia un parallelismo che approda alla complementarietà. Sia la depressione sia la tossicodipendenza, per differenti che possano apparire, esprimono la patologia di un individuo che non è mai sufficientemente se stesso, mai sufficientemente colmo di identità, mai sufficientemente attivo, perché troppo indeciso, troppo titubante, troppo ansiogeno, per cui depressione e tossicodipendenza sono come il diritto e il rovescio di una medesima patologia dell'insufficienza.
Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione odierna, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che popolarizzano la droga. Il farmacodipendente e il tossicodipendente sono infatti due versanti di quel tipo umano che infrange la barriera tra il "tutto è possibile" e il "tutto è permesso". Essi radicalizzano la figura dell'individuo sovrano e pagano il conto con la schiavitù della dipendenza, che è il prezzo della libertà illimitata che l'individuo si assegna.
Ma i nuovi antidepressivi sono in un certo senso più insidiosi delle droghe, perché le molecole messe oggi sul mercato dalle industrie farmaceutiche contro la depressione alimentano l'immaginario di poter maneggiare illimitatamente la propria psiche, senza i rischi di tossicità delle droghe o gli effetti secondari dei vecchi antidepressivi. In questo modo lo psicofarmaco, sopprimendo i sintomi della depressione, che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati, accelera la corsa, rendendoci perfettamente omogenei alle richieste sociali.
In questo senso, dicevo all'inizio, il rimedio farmacologico al blocco della depressione è peggio del male, perché, mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, induce il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione alle norme di socializzazione richieste dalla nostra società a cui fanno più comodo - e non è scoperta di oggi - robot de-emozionalizzati e automi impersonali, che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita, e sulla fatica di vivere. Nel 1887, un anno prima di scendere nel buio della déraison, Nietzsche annunciava profeticamente l'avvento dell'individuo sovrano "riscattato dall'eticità dei costumi".
Oggi, a cento anni dalla morte di Nietzsche, possiamo dire che l'emancipazione ci ha forse affrancato dai drammi del senso di colpa e dallo spirito d'obbedienza, ma ci ha innegabilmente condannato al parossismo dell'efficienza, dell'iniziativa e dell'azione. E così la fatica depressiva ha preso il sopravvento sull' angoscia nevrotica.
Raccomando questa riflessione di Ehrenberg agli psichiatri e agli psicoanalisti che, impegnati a cercare l'origine della depressione nel fondo biologico del nostro corpo, o nella chiusa interiorità della nostra anima, non sollevano mai lo sguardo per dare un'occhiata al sociale, la cui trasformazione potrebbe suggerire loro che la depressione non è più pensabile, come un tempo, in termini di tristezza e sensi di colpa, bensì in termini di capacità e incapacità. La capacità di essere se stessi al di là delle richieste sociali di efficienza, iniziativa, rapidità di decisione e di azione, di cui non è dato scorgere il limite.
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Il mondo dell'uomo