| Perché oggi mi sento depresso |
| Alain Ehrenberg, "La fatica di essere se
stessi. Depressione e società", Einaudi, pagg. 300, 36.000 | "Quando il rimedio è peggio del male". Questo vien da dire
a proposito della depressione e dei farmaci deputati ad
alleviarne le sofferenze. Farmaci efficaci, senz'altro, almeno
a livello sintomatologico, ma che insieme creano le
condizioni per aumentare lo stato depressivo, fino a
renderlo definitivo stile di vita dell'esistenza. Dell'esistenza di
tutti noi se appena ci scrolliamo di dosso quella pigrizia
mentale che continua a considerare la depressione come
una delle tante forme delle malattie dell'anima, mentre a
partire dagli anni Settanta, la depressione è diventata la
forma della sofferenza psichica, liquidando d'un colpo le
forme "nevrotiche" che hanno caratterizzato il nostro secolo,
e quindi anche la psicoanalisi nata e cresciuta come cura
della nevrosi.
La nevrosi infatti è un conflitto tra il desiderio che vuole
infrangere la norma e la norma che tende a inibire il
desiderio. Come conflitto, la nevrosi trova il suo spazio
espressivo nelle società della disciplina che si alimentano
della contrapposizione permesso/proibito, una macchina
che i più vecchi tra noi conoscono perché regolava
l'individualità fino a tutti gli anni '50 e '60. Poi, a partire dal
'68 e via via per gli anni successivi, la contrapposizione tra il
permesso e il proibito tramonta, per far spazio a una
contrapposizione ben più lacerante che è quella tra il
possibile e l'impossibile. Che significa tutto questo agli effetti
della depressione?
Significa che nel rapporto tra individuo e società, la misura
dell'individuo ideale non è più data dalla docilità e
dall'obbedienza disciplinare, ma dall'iniziativa, dal progetto,
dalla motivazione, dai risultati che si è in grado di ottenere
nella massima espressione di sé. L'individuo non è più
regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge,
la cui infrazione genera sensi di colpa (per cui il vissuto di
colpevolezza era il nucleo centrale delle forme depressive),
ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue
competenze mentali per raggiungere quei risultati a partire
dai quali verrà valutato.
In questo modo, dagli anni '70 in poi, la depressione ha
cambiato radicalmente forma: non più il conflitto nevrotico
tra norma e trasgressione con conseguente senso di colpa,
ma, in uno scenario sociale dove non c'è più norma perché
tutto è possibile, il nucleo depressivo origina da un senso di
insufficienza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado
di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a
partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso.
Questo mutamento "strutturale" della depressione, che gli
psichiatri, legati come gli uomini di religione a quel breviario
che è per loro il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico) è
stato invece ben colto e ottimamente illustrato dal sociologo
francese Alain Ehrenberg, autore de La fatica di essere se
stessi. Depressione e società, che la casa editrice Einaudi ha
opportunamente tradotto in italiano (pagg. 300, lire 36.000)
nella speranza che l'esercito degli psicologi, degli psichiatri e
degli psicanalisti siano tentati a variare il genere delle loro
monotone letture. Il libro, ottimo per lo stile, la scrittura e il
modo di argomentare la tesi, è preceduto da una splendida
prefazione di Eugenio Borgna che segue da vicino questo
passaggio, dove i sintomi classici della depressione: quali la
tristezza, il dolore morale, il senso di colpa, passano in
secondo piano rispetto all'ansia, all'insonnia, all'inibizione, in
una parola alla fatica di essere se stessi.
E questo perché in una società dove la norma non è più
fondata, come in passato, sull'esperienza della colpa e della
disciplina interiore, ma invece sulla responsabilità
individuale, sulla capacità di iniziativa, sull'autonomia nelle
decisioni e nell'azione, la depressione tende a configurarsi
non più come una perdita della gioia di vivere, ma come una
patologia dell'azione, e il suo asse sintomatologico si sposta
dalla tristezza all'inibizione, alla perdita di iniziativa in un
contesto sociale dove "realizzare iniziative" è assunto come
criterio unico e decisivo per misurare e sigillare il valore di
una persona.
Qui intervengono i nuovi farmaci antidepressivi (quelli venuti
dopo gli antidepressivi triciclici) che hanno assunto come
orizzonte terapeutico elettivo quello di sopprimere l'insonnia
e l'ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di
iniziativa, l' inibizione all'azione, il senso di fallimento e di
scacco, fattori questi che entrano in implacabile collisione
con i paradigmi di efficienza e di successo che la società
odierna considera essenziali per definire la dignità e la
significanza esistenziale di ciascuno di noi.
Già Freud nell'ultimo anno della sua vita scriveva che "per il
primitivo è facile essere sano, mentre per l'uomo civilizzato
è un compito difficile", ma attribuiva la difficoltà all'eccesso
di regole che governano le società civili, e quindi iscriveva la
depressione nel novero delle "nevrosi", dove si registra il
conflitto tra norma e trasgressione, con conseguente vissuto
di colpevolezza. Oggi le norme limitative non esistono più,
per cui ciò che un tempo era proibito è sfumato nel
possibile e nel consentito.
Per effetto di questo slittamento oggi la depressione non si
presenta più come un "conflitto" e quindi come una
"nevrosi", ma come un fallimento nella capacità di spingere a
tutto gas il possibile fino al limite dell'impossibile. E quando
l'orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è
permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda
che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più: "ho
il diritto di compiere quest'azione?", ma "sono in grado di
compiere quest' azione?".
Quel che è saltato nella nostra attuale società è il concetto
di "limite". E in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non
può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, e
infine di inibizione. Tratti questi che entrano in collisione con
l'immagine che la società richiede a ciascuno di noi e, come
scrive Borgna, la coscienza di questo crudele fallimento sul
piano della responsabilità e dell'iniziativa, o anche, aggiungo
io, sul piano del mancato sfruttamento di una possibilità,
amplifica immediatamente i confini della sofferenza e
dell'inadeguatezza che sono presenti in ogni depressione e
che i modelli sociali dominanti rendono ancora più dolorose
e talora insanabili.
Alain Ehrenberg vede l'origine dell'odierna depressione,
così diversa da quella che si legge nei manuali di psicologia,
psicoanalisi e psichiatria troppo disattenti ai mutamenti
sociali, in due cambiamenti di tendenza registrati negli ultimi
trent'anni della nostra storia circa il modo di concepire
l'individuo e le possibilità della sua azione.
Il primo cambiamento s'è registrato verso la fine degli anni
Sessanta quando la parola d'ordine dell'intero continente
giovanile era: "Emancipazione" all'insegna del "tutto è
possibile", per cui: la famiglia è una camera a gas, la scuola
una caserma, il lavoro, e il suo rovescio il consumismo,
un'alienazione, e la legge uno strumento di sopraffazione di
cui ci si deve liberare ("vietato vietare"). Una libertà di
costumi fino allora sconosciuta si coniuga a un progresso
delle condizioni materiali, e nuove prospettive di vita
diventano una realtà tangibile nel corso del decennio. Se la
follia, nel comune sentire dei primi anni Settanta, appare
come il simbolo dell'oppressione sociale e non più come
una malattia mentale, questo è appunto dovuto al fatto che
tutto è possibile: il pazzo non è malato, è solo diverso, e
soffre proprio per la mancata accettazione della sua
diversità.
Su questa cultura preparata dal '68, ma che il '68 aveva
pensato in termini sociali, si impianta, per uno strano gioco
di confluenza degli opposti, la stessa logica di impostazione
americana, giocata però a livello individuale, dove ancora
una volta tutto è possibile, ma in termini di iniziativa, di
performance spinta, di efficienza, di successo al di là di ogni
limite, anzi con il concetto di limite spinto all'infinito, per cui
oggi siamo a chiederci: qual è il limite tra un ritocco di
chirurgia estetica e la trasformazione in androide di Michael
Jackson, tra un'abile gestione dei propri umori attraverso
farmaci psicotropi e la trasformazione in robot chimici, tra le
strategie di seduzione troppo spinte e l'abuso sessuale, tra il
riconoscimento dei diritti degli omosessuali e il diritto all'adozione, tra il diritto di avere figli e le tecniche artificiali per
ottenerli, tra il diritto alla salute e al prolungamento della vita
e la manipolazione genetica? E questo solo per fare degli
esempi che dimostrano come le frontiere della persona e
quelle tra le persone determinano un tale stato d'allarme da
non sapere più chi è chi.
Come scrive Augustin Jeanneau in Les risques di
un'Àepoque ou le narcissisme du dehors (1986): "La
liberazione sessuale ha sostituito la preoccupazione di
sbagliare con la preoccupazione di essere normali".
Espressione sintomatica del cambiamento, non dissimile da
quella segnalata da Vidiadhar S. Naipaul, Alla curva del
fiume (1979): "Non potevo più rassegnarmi al destino. Il
mio destino non era di essere buono, secondo la nostra
tradizione, ma di fare fortuna. Ma in che modo? Che cosa
avevo da offrire? L'inquietudine cominciava a mangiarmi
dentro".
E allora psicofarmaci, amici miei, o se preferite: droga. Qui
Ehrenberg traccia un parallelismo che approda alla
complementarietà. Sia la depressione sia la
tossicodipendenza, per differenti che possano apparire,
esprimono la patologia di un individuo che non è mai
sufficientemente se stesso, mai sufficientemente colmo di
identità, mai sufficientemente attivo, perché troppo indeciso,
troppo titubante, troppo ansiogeno, per cui depressione e
tossicodipendenza sono come il diritto e il rovescio di una
medesima patologia dell'insufficienza.
Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione
odierna, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le
promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle
che popolarizzano la droga. Il farmacodipendente e il
tossicodipendente sono infatti due versanti di quel tipo
umano che infrange la barriera tra il "tutto è possibile" e il
"tutto è permesso". Essi radicalizzano la figura dell'individuo
sovrano e pagano il conto con la schiavitù della dipendenza,
che è il prezzo della libertà illimitata che l'individuo si
assegna.
Ma i nuovi antidepressivi sono in un certo senso più insidiosi
delle droghe, perché le molecole messe oggi sul mercato
dalle industrie farmaceutiche contro la depressione
alimentano l'immaginario di poter maneggiare illimitatamente
la propria psiche, senza i rischi di tossicità delle droghe o gli
effetti secondari dei vecchi antidepressivi. In questo modo
lo psicofarmaco, sopprimendo i sintomi della depressione,
che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati,
accelera la corsa, rendendoci perfettamente omogenei alle
richieste sociali.
In questo senso, dicevo all'inizio, il rimedio farmacologico al
blocco della depressione è peggio del male, perché,
mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti,
induce il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se
stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze
efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con
conseguente inaridimento della vita interiore,
desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione alle
norme di socializzazione richieste dalla nostra società a cui
fanno più comodo - e non è scoperta di oggi - robot
de-emozionalizzati e automi impersonali, che soggetti capaci
di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle
ferite della vita, e sulla fatica di vivere.
Nel 1887, un anno prima di scendere nel buio della
déraison, Nietzsche annunciava profeticamente l'avvento
dell'individuo sovrano "riscattato dall'eticità dei costumi".
Oggi, a cento anni dalla morte di Nietzsche, possiamo dire
che l'emancipazione ci ha forse affrancato dai drammi del
senso di colpa e dallo spirito d'obbedienza, ma ci ha
innegabilmente condannato al parossismo dell'efficienza,
dell'iniziativa e dell'azione. E così la fatica depressiva ha
preso il sopravvento sull' angoscia nevrotica.
Raccomando questa riflessione di Ehrenberg agli psichiatri e
agli psicoanalisti che, impegnati a cercare l'origine della
depressione nel fondo biologico del nostro corpo, o nella
chiusa interiorità della nostra anima, non sollevano mai lo
sguardo per dare un'occhiata al sociale, la cui
trasformazione potrebbe suggerire loro che la depressione
non è più pensabile, come un tempo, in termini di tristezza e
sensi di colpa, bensì in termini di capacità e incapacità. La
capacità di essere se stessi al di là delle richieste sociali di
efficienza, iniziativa, rapidità di decisione e di azione, di cui
non è dato scorgere il limite. |