RASSEGNA STAMPA

31 GENNAIO 2000
ORESTE PIVETTA
Un mondo senza immortalità
Il profilo critico di un intellettuale controcorrente per vocazione
Zygmunt Bauman, che ha settantacinque armi ed è professore emerito di sociologia alle università di Leeds e di Varsavia, polacco che ha lasciato la Polonia alla fine degli settanta, possiede la simpatia di un irriducibile contestatore. Sguardo ironico, capelli (pochi) all'aria, occhi taglienti, parlata chiara e sostenuta dal gusto dell'esempio. Bauman ha il gusto molto provocatorio di rovesciare l'apparenza per porti di fronte alla realtà, dimostrandoti che sarebbe in fondo sempre a portata di mano. Basterebbe saper guardare, collegare, dedurre, senza accettare messaggi già confezionati, come i nuovi miti, dalla "globalizzazione" alle "leggi del mercato", alla "libertà individuale", contro i quali Bauman polemizza (ad esempio perchè assegnare alle leggi del mercato un fondamento superiore persino a quelle della natura?).Bauman riconosce di appartenere a una minoranza, ma rifiuta il consenso e l'unanimità, che "preannunciano la tranquillità del cimitero". Crede nella responsabilità. "Chi si rende consapevole della propria responsabilità rappresenta l'incubo di ogni potere".
La storia italiana di Bauman comincia un decennio fa. Orgogliosamente ricorda il suo primo libro pubblicato dagli Editori Riuniti, un saggio storico sul marxismo. Marxista è stata la formazione di Bauman, che molto (di buono) del marxismo ha utilizzato nella sua ricerca scientifica. Dopo quel libro, gli altri: nel'92 "Modernità e Olocausto" e "La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti", nel '95 "Il teatro dell'immortalità", nel'96 "Le sfide dell'etica", l'anno scorso "Dentro la globalizzazione" e "La società dell'incertezza. Molti saggi di Bauman sono apparsi ovviamente in riviste italiane. Dai titoli stessi si intuisce il "campo" del sociologo polacco: la società contemporanea che si lascia alle spalle l'esperienza della guerra e dei campi di sterminio, le rovine del vecchio ordine politico bipolare, il nuovo disordine mondiale, la cultura dei consumi che per vivere sceglie il frammento, l'incertezza, l'effimero, la breve durata, l'apparenza. Proprio a questa immagine dei "tempi brevi" si è richiamato Zygmunt Bauman l'altro giorno a Modena per una conferenza dal titolo! "C'è vita dopo l'immortalità".Bauman era stato invitato dalla scuola internazionale di alti studi della Fondazione San Carlo. Bauman citava Hans Jonas: la vita deve il suo valore alla morte ed è solo perchè siamo mortali che contiamo i giorni e i giorni contano. Ma la consapevolezza della transitorietà della vita conferisce direttamente valore solo alla durata eterna. Per questo l'uomo ha sempre cercato di gettare ogni sorta di ponte verso l'immortalità. Basti pensare alla famiglia, che è un luogo dove la vita di ogni individuo si tramanda. O ai musei, dove si conserva l'arte e la storia per il futuro. La nostra società ha consumato però anche questi "ponti". L'artista non tende più al monumento eterno. Sempre più le sue opere sono installazioni, happening, serie di episodi privi di conseguenze. Guardiamoci attorno: tutto sembra ridursi all'istante, l'universo sì riduce al "pieno" di apparenze di una disneyland.
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