Che cosa avevano in comune
Cézanne e HeisenbergI rapporti fra arte e scienza, creatività e procedure analitiche, immagini e verità, nell'analisi di Martin Kemp, uno del massimi studiosi di Leonardo da Vinci Già in avvio di Novecento
Pirandello stigmatizzava
il vezzo idealistico
di "ostentare un soverchio disdegno
per le intromissione
della scienza
nel campo dell'arte" Più tardi Valéry
riproporrà l'utopia
illuministica di una
riconciliazione
tra le arti e le scienze |
| La proposta teorica di Martin Kemp, uno del massimi studiosi di Leonardo da Vinci, relativa all'esigenza di elaborare una "nuova storia del visuale" porta a compimento uno dei tratti più rilevanti della cultura novecentesca che, per tanti versi, sembra aver ripreso l'idea rinascimentale di una profonda affinità tra arte e scienza, tra istanze creative e procedure analitiche. La visualizzazione di Kemp, nel saggio Immagine e verità, allude a tutti quei processi di modellizzazione mentale che sono intermedi tra l'esperienza sensibile e l'astrazione concettuale, di cui si avvolgono tanto gli scienziati quanto gli artisti.
Già all'inizio del secolo, Pirandello, nei saggi dedicati ad Arte e Scienza, aveva stigmatizzato quel vezzo neoidealista di "ostentare un soverchio disdegno per le intromissioni (altri dice intrusione) della scienza nel campo dell'arte". Dopo aver auspicato un'attiva cooperazione tra fantasia e intelletto. (un intelletto fecondato dall'emozione) e considerato l'opera d'arte una forma di scienza inconscia, equidistante dunque sia dal naturalismo che dal positivismo, Pirandello giunge a formulare un'equazione degna di un epistemologo anarchico quale Feyerabend: "Ogni opera di scienza è scienza e arte, come ogni opera d'arte è arte e scienza. Solo come spontanea è l'arte nella scienza, così spontanea è la scienza nell'arte".
Qualche anno dopo, Valéry riproporrà l'utopia illuministica di una riconciliazione tra le arti e le scienze, considerandole pressoché indiscernibili nel processo di osservazione e di meditazione, distinte nell'espressione. Ravvicinate nell'ordinamento per poi separarsi definitivamente nei risultati. Tanto per Valéry quanto per Kemp, la figura di Leonardo è l'emblema della cooperazione tra l'operare artistico e l'invenzione scientifica, a cui presiede un'analoga logica dell'immaginazione, innervata nell'esperienza concreta dell'artefice.
Più in generale, l'affinità tra arte e scienza può essere sostenuta richiamandosi ad almeno quattro ordini di circostanze relative a) al riscontro di elementi estetici nella logica della scoperta e della giustificazione scientifica; b) ad una comunanza di intenti, finalità e modalità di espressione; c) alla confutazione del carattere emotivo dell'esperienza
estetica e alla rivendicazione di quello cognitivo; d) alla negazione del 'idea di progresso nella scienza a favore della
onnipervasività della nozione estetica di stile.
L'idea che il mondo naturale possieda caratteristiche estetiche come l'armonia, la
simmetria, l'euritmia e la semplicità è indubbiamente di ascendenza pitagorica e si tramanda fino agli artefici della
rivoluzione scientifica novecentesca. Dalla matematica alla fisica atomica, dalla biologia all'astronomia, si è registrato ovunque un incremento
di consapevolezza del ruolo che il giudizio estetico riveste nell'attività scientifica. L'estetica delle relazioni matematiche è stata accreditata in particolare da Poincaré, il quale sosteneva che, attenendosi alla logica pura, la scienza
avrebbe dovuto accontentarsi di tautologie, mentre avrebbe potuto registrare qualche progresso soltanto affidandosi all'intuizione, alimentata dalla
sensibilità e orientata alla bellezza.
Se la persistenza del paradigma pitagorico tra i matematici appare come un elemento
di fedeltà alla propria tradizione, può sorprendere invece l'assiduìtà con cui i protagonisti della seconda rivoluzione scientifica, quella contrassegnata dalla teoria della relatività e dalla meccanica quantistica, hanno riconosciuto l'importanza del criterio estetico
per valutare la fecondità di un costrutto teorico. Einstein e Heisenberg concordavano nel
riconoscimento dell'attrazione per la semplicità e la bellezza degli schemi matematici
presenti in natura e riprodotti di nelle teorie scientifiche.
Per la maggior parte degli scienziati del XX secolo, l'eleganza formale è la miglior
prova, se non della verità, almeno della significatività, rilevanza o fecondità euristica di una teoria, della sua idoneità a descrivere e spiegare fenomeni naturali, le cui leggi sono rivelate dalla semplicità del linguaggio matematico.
A maggior ragione, quando viene meno la fiducia nel rapporto di corrispondenza fra teoria e realtà e si sostiene l'impossibilità di attuare una corretta verifica empirica, la scelta tra congetture e ipotesi alternative viene ancor più demandata a fattori di valutazione etica. Alla luce del principio di indeterminazione di Heisenberg, lo scienziato osserva il comportamento degli elettroni allo stesso modo in cui Cézanne pose il suo cavalletto di fronte alla Sainte-Victoire, consapevole dell'inevitabile relazione di incertezza determinata dal suo punto d'osservazione.
La convinzione condivisa dagli scienziati e dagli epistemologi novecenteschi è dunque che la percezione estetica costituisca un elemento fondamentale nella dialettica dell'immaginazione scientifica e un criterio discriminante nella valutazione dei risultati. Si osserva dunque una saldatura con quella consapevolezza propria degli artisti (nonché degli storici dell'arte alla Gombrich), già presente in Constable, il quale sosteneva che la pittura è una scienza di cui i quadri sono gli esperimenti. A quest'ultima tradizione, più congeniale a Kemp, andrebbe accostata quella scientifica che ha valorizzato il ruolo della visualizzazione (da Bohr a Heinseberg, da Born a Schrödinger), proponendosi di render visibili entità invisibili alla percezione abituale. |