RASSEGNA STAMPA

28 GENNAIO 2000
GUIDO LIGUORI
Capitalismo e democrazia, coppia in crisi
L'ULTIMO LIBRO DI ROBERT DAHL RIAPRE IL DIBATTITO
Una storia e molte domande sul rapporto tra stato e mercato
Robert Dahl, "Sulla democrazia", Laterza, pp. 240, £. 25.000
Robert Dahl è già noto al pubblico italiano. Diverse sue opere sono state tradotte nel nostro paese e una delle principali, La democrazia e i suoi critici, pubblicata dagli Editori Riuniti esattamente un decennio fa, e ristampata pure di recente, ha avuto larga eco. Il libro di Dahl che ora Laterza propone al pubblico italiano, Sulla democrazia (pp. 240, £. 25.000), è l'ultima opera dell'autore statunitense, ed è stata pensata e scritta in modo abbastanza esplicito per il grande pubblico. In uno stile quasi colloquiale, sempre molto chiaro e leggibile, essa fa la storia della democrazia dall'antica Grecia ai giorni nostri), ne illustra le diverse versioni, ne indaga i principali aspetti teorici, si interroga sul suo attuale stato di salute e sul suo futuro politico. La primissima parte del libro, quella storica, è invero molto limitata e anche lacunosa. Dahl si sofferma poco sulla polis greca e sulla 'repubblica' romana, senza mettere sufficientemente in luce la loro base schiavistica. Molto interessanti sono invece le parti concernenti le "prove di democrazia" che hanno avuto luogo presso i Vichinghi, e in tutta l'area scandinava, tra il 600 e l'anno Mille, su cui in genere si sa poco; e sulla nascita della democrazia statunitense, dalla Dichiarazione d'indipendenza allo strutturarsi dei primi partiti politici. E' poco comprensibile invece come in un'opera di questo tipo, riepilogativa e, entro certi limiti, divulgativa, si faccia appena cenno al percorso fondamentale che l'idea e le istituzioni democratiche hanno compiuto in Inghilterra.
Anche se è costante il ricorso a esemplificazioni distribuite nel tempo e nello spazio, Dahl è però soprattutto un teorico della politica e la parte più importante della sua opera è quella in cui esamina i diversi tipi di democrazia, i pro e i contro di ciascuno di essi, la loro efficacia nei contesti economico-politici odierni. Diciamo subito che la democrazia che egli ha in mente è la democrazia politica nell'accezione oggi prevalente, che possiamo definire líberal-democratica. Delle due grandi tradizioni della democrazia moderna, quelle che si è soliti far risalire a Montesquieu e a Rousseau, è solo la prima a interessarlo davvero. Di questa democrazia Dahl offre una descrizione di base fin troppo elementare, come di una scelta razionale tra punti di vista esposti e recepiti chiaramente. Il gioco politico come lotta tra interessi contrastanti stenta a essere incluso in questo quadro. L'orizzonte liberaldemocratico è tanto marcato da non far neanche prendere in rassegna all'autore, fra i diversi modelli storici di democrazia che pure esamina, la democrazia operaia o soviettista. Che come esempio storico e ipotesi teorica non ha motivo di non esserci, in un libro che continuamente ripropone la distinzione tra giudizi fattuali e giudizi normativi, cioè tra il tra il considerare le cose come sono o come sono state e le cose come dovrebbero essere in linea teorica, privilegiando a lungo quest'ultima dimensione del problema.
Conscio della indeterminatezza semantica che da sempre accompagna il termine "democrazia", fin dagli anni '50 Dahl ha proposto l'introduzione del termine "poliarchia' o "democrazia poliarchica", parola derivata dal greco che significa "governo di molti". Si tratta in realtà di nient'altro che della democrazia rappresentativa moderna, a suffragio universale, che rispetta le seguenti condizioni: i governanti sono eletti attraverso libere e frequenti elezioni, vi è libertà di espressione e di associazione, l'accesso a forme alternative di informazione, un demos allargato. Si tratta di una concezione di democrazia che - dice Dahl - è cosa recente ed è in vigore, in modo consolidato, in molti meno paesi di quanto comunemente si creda. E per Dahl, incontestabilmente, il sistema migliore, o il meno negativo, tra tutti i sistemi politico-istituzionali. Anche se non è senza limiti seri. Su alcuni è lo stesso Dahl a richiamare l'attenzione. Su altri aspetti, invece, egli non insiste a sufficienza.
Quali sono i limiti degli odierni sistemi liberal-democratici? Le critiche fino ad oggi più radicali vengono dall'elitismo e dal marxismo, L'elitismo (Mosca, Pareto) afferma che, al di là delle apparenze, tutti i sistemi politici funzionano in egual modo: è in realtà una ristretta élite, una minoranza organizzata, a detenere il potere reale, a prescindere dalla sua ideologia o dalla caratteristica di fondo che ne determina la composizione, ecc. Le pratiche democratiche servirebbero solo a mascherare questa verità eterna e immodificabile. Non è chi non veda quanto questa critica colga almeno in parte nel segno. Tuttavia, invece di assumerla per ragionare sulle controtendenze possibili (fu questo uno dei rovelli di Gramsci in carcere, certo anche in seguito alla deriva autoritaria dell'Urss: la separazione governati-governanti e le misure atte a una riduzione e a un tendenziale superamento di questa dicotomia), Dahl sorvola disinvoltamente sul problema. Eppure vive in un paese, gli Stati Uniti, in cui ormai meno della metà del corpo elettorale si reca alla urne; e una tendenza al calo della partecipazione si registra in tutte le "poliarchie" esistenti. Non è il segno di una sempre più diffusa sfiducia nel poter contare davvero?
La critica del marxismo (che per alcuni è un caso particolare, in versione economicista, della critica precedente) è riassumibile nella sottolineatura della differenza tra ciò che l'individuo è come cittadino e ciò che è come membro di una classe sociale. Tutti uguali, formalmente, nel primo caso; ma ben diversi, e sostanzialmente, nel secondo. Ponendo la questione in termini moderati e più attuali: di quali precondizioni la democrazia ha bisogno perché le differenze sociali (che possono manifestarsi sotto varie vesti, sia materiali che culturale che di status) siano ridotte al massimo e non inficino di fatto l'eguaglianza formalmente necessaria alla democrazia, anche nella sua versione poliarchica? Per fare un esempio scontato e un po' banale (vero ma così macroscopico da far dimenticare problematiche analoghe, anche se meno evidenti): che possibilità ho che la mia opinione abbia lo stesso peso di quella di Berlusconi, con le sue tv, i suoi soldi, ecc.?
Dahl non si sottrae del tutto alla domanda. I rapporti tra democrazia e capitalismo non sono da lui descritti in termini idilliaci. Il capitalismo (società fondata sul mercato e sulla proprietà privata) gli membra preferibile, da un punto di vista democratico, perché una società pianificata darebbe troppo potere ai governanti e il rischio che essi, pur partendo con le migliori intenzioni, alla lunga ne approfittino è troppo grande. Ma, dice Dahl, il capitalismo produce sempre diseguaglianza economica, e questo contrasta con l'eguaglianza politica, cioè con la democrazia. Ne consegue una continua tensione tra la democrazia e l'economia dì mercato.
L'autore raccomanda un capitalismo comunque controllato dallo Stato. Per usare le sue parole (che suonano così "avanzate" in questi tempi di neoliberismo e di sbornia da globalizzazione): "in nessun paese democratico esiste un'economia capitalista senza la regolamentazione e il massiccio intervento da parte del governo per effettuare i suoi effetti nocivi". E anche in un paese come gli Stati Uniti, apparentemente "famoso per la sua adesione al mercato", il governo interviene "nell'economia in forme così numerose da non poterle elencare tutte" (segue elenco di una pagina). Dahl non sa dunque indicare un'uscita da questa situazione di "continua tensione" tra capitalismo e democrazia. Già difendere lo Stato di fronte alla giungla del mercato, come egli fa, è oggi una posizione non scontata. Per avere di più, occorre "cercare ancora".
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vedi anche
Filosofia (e) politica