Così splendeva la stella di SartreChe cosa resta del filosofo francese? Finito fuori moda,
oggi Parigi lo riscopre Una generazione
di intellettuali
si riconobbe
nelle sue tesi
sull'impegno Tutto il suo talento,
passò per la scrittura,
per lui scrivere
fu un modo
di costruire il futuro |
| Fedele a Camus, dovrei per questo odiare Jean-Paul
Sartre? Gran Dio, no! Ho vissuto la mia giovinezza sotto le
influenze incrociate e fiammeggianti dell'uno e dell' altro,
della loro complicità come dei loro conflitti. Senza dubbio,
in certi momenti poteva capitarmi di preferire di vivere con l'uno e pensare con l'altro. E, avendo il raro privilegio di
beneficiare dell'amicizia di uno dei due, succedeva anche,
sicuramente, che sposassi i suoi umori contro l'altro. Ma
all'inizio delle mie letture e alla fine della loro vita, ho
benedetto la grazia accordatami di essere loro
contemporaneo, e la mia riconoscenza finiva per unirli.
Innanzitutto, agli occhi di una generazione, come la mia,
impregnata di Gide e Malraux, appariva chiaro che era in
Camus e Sartre, e in loro soltanto, che si poteva trovargli
degli eredi diretti, in una peculiare congiunzione di estetica e
impegno che in questa forma non s'incontrerà più, in
nessuna epoca. Adolescenti, ritrovavamo il Gide dei
Nutrimenti terrestri nelle Nozze di Camus, e il Malraux della
Condizione umana nel Muro di Sartre.
Abbiamo etichettato la coppia come esistenzialista, sebbene
Sartre protestasse che soltanto la contingenza gli sembrava
assurda (il fatto di essere al mondo piuttosto che non
esserci, o viceversa), mentre Camus affermava che l'uomo
era una passione alla quale non rispondeva che il silenzio
ostile del mondo. Erano diversi? Certamente! E
furiosamente! Nessun duo s'è mai prestato meglio al giuoco
del parallelo tra gli "uomini illustri", sul modello di Plutarco;
un giuoco che del resto praticherà, a loro riguardo, Annie
Cohen-Solal nella sua biografia di Sartre.
È vero che i due uomini non hanno mai costituito quel
"gruppo in fusione" caro agli abbozzi della morale sartriana.
Ma da quando in qua l'armonia può essere soltanto il frutto
della somiglianza? A quanto si dice, perfino Montaigne e La
Boétie avevano ben poco in comune. È solo nel rapporto
coniugale che le differenze cessano di essere complementari
per diventare incompatibili. Negli amici le differenze non
soltanto possono attirare, ma sanno altresì trattenere. Come
spiegare altrimenti l' autentica passione di Raymond Aron
per il suo geniale petit camarade, cui l'accomunavano
soltanto un'affascinante bruttezza e un'attitudine tutta
normalienne a filosofare?
E c'è di più. Senza minimamente indulgere al paradosso, e
sulla base della sola lettura dei testi, io ritengo e sostengo
che nessuno ha parlato di Camus meglio di Sartre. Sullo
Straniero, sulla Peste, sulla Caduta, e alla morte di Camus,
Sartre è stato incredibilmente penetrante, e in certo modo
generoso... All'epoca, far visita a Sartre costituiva una sorta
di pellegrinaggio obbligato, e insieme la ricerca di un avallo
gratificante; ma per me c'era anche l' ambizione di
riprendere con il più glorioso degli interlocutori il suo
dialogo interrotto con Camus. D'altronde in quell'occasione,
come tante volte in seguito, Sartre si rivolse a me come a un
erede di Camus: da intendersi talora (di rado) in senso
buono, ma più spesso cattivo. Esiste perfino una parola
scarabocchiata su un pezzetto di tovaglia di carta all'angolo
di un tavolo, in cui mi ricorda, come aveva fatto nella sua
disputa con Camus, che non avevo niente di un operaio che
lavora in fabbrica, e che ero, come lui stesso, un
"borghese".
Aggiungerò che mi sono sempre sentito in debito con Sartre
per il suo L'antisemitismo: riflessioni sulla questione ebraica.
So bene che da alcuni anni, e a causa del rinnovato fervore
religioso che ci viene da un lato dal Mediterraneo, e
dall'altro dagli Stati Uniti, è di moda deplorare la mutilazione
chirurgica operata da Sartre a scapito della "positività"
giudaica, e che un non-ebreo la comprensione del destino
ebraico deve cercarla in Claudel, Maritain e Mauriac, e
oggi presso qualche padre gesuita o domenicano. Per
quanto mi riguarda, questa comprensione io l' ho trovata nel
Mercante di Venezia di Shakespeare, nell'Esther di Racine,
e soprattutto nelle Riflessioni di Sartre...
È infatti proprio l'antisemita descritto nelle Riflessioni, e lui
soltanto, che giunge a colpevolizzare, per la gioia dei
fanatici, l'ebreo assimilato, l' ebreo degiudaizzato, salvo
attribuirgli poi non si sa bene quale "odio di sé" o quale
rifiuto di solidarietà. È l'antisemita che conduce l'ebreo non
religioso a negare la propria identità reale: egli teme di dar
l'impressione di rinnegare i suoi. E se d'altronde Sartre è
arrivato a dire che non poteva fare a meno né della
compagnia delle donne né di quella degli ebrei, è perché in
entrambi i casi lo sguardo dell'Altro ? il suo ? era un potere.
Ho mai voluto finirla con Sartre? Parecchie volte, ma voglio
soffermarmi su una sola circostanza. Ero in un letto
d'ospedale da alcuni mesi, quando qualcuno, credo fosse
Roger Stéphane, mi portò i Dannati della terra di Frantz
Fanon. Sartre aveva voluto scrivere la prefazione a questo
libro (pubblicato da Maspero) di uno psichiatra antillano
che aveva trascorso anni in Algeria, e precisamente a Blida,
a studiare la psicosi dei colonizzati. Ne ricavò un libro
destinato a diventare il breviario dei rivoluzionari del Terzo
Mondo. Fanon, che assomigliava al cantante Harry
Belafonte, era una delle grandi figure della rivolta.
Ma ecco arrivare Sartre, con il suo talento torrenziale, la
sua dialettica ribollente e tumultuosa, la sua catena di
dimostrazioni micidiali, nutrite dell'odio per il Bianco, per
l'Occidentale, per il colono, in cui ogni frase conteneva un
appello all'assassinio. E sviluppare, con inarrestabile
eloquenza, l'idea che quando un colonizzato uccideva un
Bianco da un lato puniva una carogna, e dall'altro accedeva
? lui, il Nero ? all'esistenza. Il colonizzato poteva trovare la
sua salvezza soltanto nell'uccidere il colono, il Nero
nell'assassinare il Bianco...
Una singolare miscela di disprezzo per la coerenza e di
partito preso a favore del movimento conduceva Sartre a
giudicare compiacenti i pentimenti, le rettifiche e gli esami di
coscienza. Per lui, correggersi significava suggerire che in
una fase precedente ci si era presi sul serio, e che una
rettifica era della massima importanza per l'ordine del
mondo. Di fatto, non si è mai rimproverato assolutamente
nulla, salvo quando ha parlato dei suoi amici Nizan, Camus
e Merleau-Ponty dopo la loro morte.
È una spiegazione che vale per le scelte politiche? Non del
tutto, naturalmente. Ma da parte mia, entrando nel suo
giuoco ho scommesso sulle folgorazioni che sarebbero
venute dal suo genio piuttosto che sulla resistenza al tempo
della sua immaginazione sillogistica.
I campi di concentramento? Erano chiaramente una cosa
spaventosa, e Sartre lo sapeva altrettanto bene di chiunque
altro. Solo che aveva accettato di considerare un dogma
infallibile l'idea che il capitalismo costituisse il pericolo più
grave. E che tutto il resto fosse alla fin fine secondario. Per
lottare contro il capitalismo, bisognava dunque allearsi con il
diavolo, e perfino con gli orribili bolscevichi. Dopo tutto,
Francesco I aveva scelto Solimano contro Carlo V, e
Churchill i russi contro la Germania. Perché lui, Sartre, non
poteva scegliere i bolscevichi contro il capitalismo?
Era questa la sua idea. Il vero conflitto tra Sartre e Camus
non oppone due uomini uno dei quali crede nell'esistenza
dei campi della morte mentre l'altro la nega, ma due uomini
uno dei quali è convinto, diversamente dall'altro, che il
capitalismo costituisca il pericolo supremo. Oggi si può
forse comprendere meglio, rispetto anche solo a quindici o
dieci anni fa, questa deriva delirante; oggi che, dopo la
morte del marxismo in Occidente, non vediamo più altro
che i difetti, i vizi e i delitti della democrazia capitalistica...
Il lettore avrà capito che su Sartre, che malgrado tutto mi
affascinava, sulla cerchia arrogante e chiusa dei sartriani,
che mi esasperava, su tutto quest'universo e quest'epoca,
potrei continuare a lungo. Ho tanti ricordi...
Ma ecco arrivare, del tutto inatteso, a darmi il cambio
Bernard-Henry Lévy con le sue 650 pagine sul Siècle de
Sartre. Non sapevamo, ignoravamo questa passione di
B.-H. L. E quale passione! Tutto è sartriano in questo libro.
Il respiro, le situazioni, l'universale concreto, l'esistenza, le
rotture di stile, i riferimenti, la presenza vivente di Gide e di
Bergson, di Nietzsche e di Heidegger, di Flaubert, di
Mallarmé e di Genet, il vigore delle dimostrazioni; e tutto
caracolla nella ricchezza, nello splendore, tra intuizioni
profonde e spinose condiscendenze. Con l' idea un po'
bizzarra che Sartre ? non meno di de Gaulle, e insieme con
lui ? riassumerebbe in Francia il secolo, come a suo tempo
Voltaire.
Più delle tesi (i due Sartre), più delle ipotesi sugli assi
Nietzsche-Bergson-Gide e Husserl- Deleuze-Foucault, e
più degli omaggi indiscriminati resi a Sartre (sull'Algeria,
contrariamente a quel che pensa B.-H. L., Sartre si sbagliò
completamente: non fece che accusare la "sinistra
rispettosa" di augurarsi che de Gaulle mettesse fine alla
guerra, invece di battersi perché i popoli algerino e francese
facessero insieme una rivoluzione socialista, che era più
importante dell'indipendenza!), più di tutto questo, due sono
le cose che amo nel libro di B.-H. L.
Innanzitutto il fatto che Lévy s'è a tal punto immerso
nell'universo sartriano, che ogni tanto finisce per parlare, e
quasi per pensare come Sartre. Gli era già capitato con
Malraux, e io trovo che non ci sia nulla di più commovente
di quest'identificazione musicale. Poi, vedere due capitoli
cominciare l'uno con "Al principio c'è Gide" e l'altro con
"All'origine troviamo Bergson", vedere sottolineato il
desiderio del giovane Sartre di essere "al contempo Spinoza
e Stendhal", è più di quel che occorre per appagarmi. Cedo
subito le armi. È tutta la mia giovinezza che si trova così
ancora una volta celebrata e confermata. Mi piacerebbe
anzi pensare che sono stato io a tracciare per B.-H- L. la
pista gidiana. Ma non importa. Ho cominciato quest'articolo
con Gide, ed è con lui che lo finisco. Sartre? Sì, Sartre,
sempre, ancora, nonostante tutto... |