RASSEGNA STAMPA

28 GENNAIO 2000
JEAN DANIEL
Così splendeva la stella di Sartre
Che cosa resta del filosofo francese? Finito fuori moda, oggi Parigi lo riscopre
Una generazione di intellettuali si riconobbe nelle sue tesi sull'impegno
Tutto il suo talento, passò per la scrittura, per lui scrivere fu un modo di costruire il futuro
Fedele a Camus, dovrei per questo odiare Jean-Paul Sartre? Gran Dio, no! Ho vissuto la mia giovinezza sotto le influenze incrociate e fiammeggianti dell'uno e dell' altro, della loro complicità come dei loro conflitti. Senza dubbio, in certi momenti poteva capitarmi di preferire di vivere con l'uno e pensare con l'altro. E, avendo il raro privilegio di beneficiare dell'amicizia di uno dei due, succedeva anche, sicuramente, che sposassi i suoi umori contro l'altro. Ma all'inizio delle mie letture e alla fine della loro vita, ho benedetto la grazia accordatami di essere loro contemporaneo, e la mia riconoscenza finiva per unirli.
Innanzitutto, agli occhi di una generazione, come la mia, impregnata di Gide e Malraux, appariva chiaro che era in Camus e Sartre, e in loro soltanto, che si poteva trovargli degli eredi diretti, in una peculiare congiunzione di estetica e impegno che in questa forma non s'incontrerà più, in nessuna epoca. Adolescenti, ritrovavamo il Gide dei Nutrimenti terrestri nelle Nozze di Camus, e il Malraux della Condizione umana nel Muro di Sartre.
Abbiamo etichettato la coppia come esistenzialista, sebbene Sartre protestasse che soltanto la contingenza gli sembrava assurda (il fatto di essere al mondo piuttosto che non esserci, o viceversa), mentre Camus affermava che l'uomo era una passione alla quale non rispondeva che il silenzio ostile del mondo. Erano diversi? Certamente! E furiosamente! Nessun duo s'è mai prestato meglio al giuoco del parallelo tra gli "uomini illustri", sul modello di Plutarco; un giuoco che del resto praticherà, a loro riguardo, Annie Cohen-Solal nella sua biografia di Sartre.
È vero che i due uomini non hanno mai costituito quel "gruppo in fusione" caro agli abbozzi della morale sartriana.
Ma da quando in qua l'armonia può essere soltanto il frutto della somiglianza? A quanto si dice, perfino Montaigne e La Boétie avevano ben poco in comune. È solo nel rapporto coniugale che le differenze cessano di essere complementari per diventare incompatibili. Negli amici le differenze non soltanto possono attirare, ma sanno altresì trattenere. Come spiegare altrimenti l' autentica passione di Raymond Aron per il suo geniale petit camarade, cui l'accomunavano soltanto un'affascinante bruttezza e un'attitudine tutta normalienne a filosofare?
E c'è di più. Senza minimamente indulgere al paradosso, e sulla base della sola lettura dei testi, io ritengo e sostengo che nessuno ha parlato di Camus meglio di Sartre. Sullo Straniero, sulla Peste, sulla Caduta, e alla morte di Camus, Sartre è stato incredibilmente penetrante, e in certo modo generoso... All'epoca, far visita a Sartre costituiva una sorta di pellegrinaggio obbligato, e insieme la ricerca di un avallo gratificante; ma per me c'era anche l' ambizione di riprendere con il più glorioso degli interlocutori il suo dialogo interrotto con Camus. D'altronde in quell'occasione, come tante volte in seguito, Sartre si rivolse a me come a un erede di Camus: da intendersi talora (di rado) in senso buono, ma più spesso cattivo. Esiste perfino una parola scarabocchiata su un pezzetto di tovaglia di carta all'angolo di un tavolo, in cui mi ricorda, come aveva fatto nella sua disputa con Camus, che non avevo niente di un operaio che lavora in fabbrica, e che ero, come lui stesso, un "borghese".
Aggiungerò che mi sono sempre sentito in debito con Sartre per il suo L'antisemitismo: riflessioni sulla questione ebraica.
So bene che da alcuni anni, e a causa del rinnovato fervore religioso che ci viene da un lato dal Mediterraneo, e dall'altro dagli Stati Uniti, è di moda deplorare la mutilazione chirurgica operata da Sartre a scapito della "positività" giudaica, e che un non-ebreo la comprensione del destino ebraico deve cercarla in Claudel, Maritain e Mauriac, e oggi presso qualche padre gesuita o domenicano. Per quanto mi riguarda, questa comprensione io l' ho trovata nel Mercante di Venezia di Shakespeare, nell'Esther di Racine, e soprattutto nelle Riflessioni di Sartre...
È infatti proprio l'antisemita descritto nelle Riflessioni, e lui soltanto, che giunge a colpevolizzare, per la gioia dei fanatici, l'ebreo assimilato, l' ebreo degiudaizzato, salvo attribuirgli poi non si sa bene quale "odio di sé" o quale rifiuto di solidarietà. È l'antisemita che conduce l'ebreo non religioso a negare la propria identità reale: egli teme di dar l'impressione di rinnegare i suoi. E se d'altronde Sartre è arrivato a dire che non poteva fare a meno né della compagnia delle donne né di quella degli ebrei, è perché in entrambi i casi lo sguardo dell'Altro ? il suo ? era un potere.
Ho mai voluto finirla con Sartre? Parecchie volte, ma voglio soffermarmi su una sola circostanza. Ero in un letto d'ospedale da alcuni mesi, quando qualcuno, credo fosse Roger Stéphane, mi portò i Dannati della terra di Frantz Fanon. Sartre aveva voluto scrivere la prefazione a questo libro (pubblicato da Maspero) di uno psichiatra antillano che aveva trascorso anni in Algeria, e precisamente a Blida, a studiare la psicosi dei colonizzati. Ne ricavò un libro destinato a diventare il breviario dei rivoluzionari del Terzo Mondo. Fanon, che assomigliava al cantante Harry Belafonte, era una delle grandi figure della rivolta.
Ma ecco arrivare Sartre, con il suo talento torrenziale, la sua dialettica ribollente e tumultuosa, la sua catena di dimostrazioni micidiali, nutrite dell'odio per il Bianco, per l'Occidentale, per il colono, in cui ogni frase conteneva un appello all'assassinio. E sviluppare, con inarrestabile eloquenza, l'idea che quando un colonizzato uccideva un Bianco da un lato puniva una carogna, e dall'altro accedeva ? lui, il Nero ? all'esistenza. Il colonizzato poteva trovare la sua salvezza soltanto nell'uccidere il colono, il Nero nell'assassinare il Bianco...
Una singolare miscela di disprezzo per la coerenza e di partito preso a favore del movimento conduceva Sartre a giudicare compiacenti i pentimenti, le rettifiche e gli esami di coscienza. Per lui, correggersi significava suggerire che in una fase precedente ci si era presi sul serio, e che una rettifica era della massima importanza per l'ordine del mondo. Di fatto, non si è mai rimproverato assolutamente nulla, salvo quando ha parlato dei suoi amici Nizan, Camus e Merleau-Ponty dopo la loro morte.
È una spiegazione che vale per le scelte politiche? Non del tutto, naturalmente. Ma da parte mia, entrando nel suo giuoco ho scommesso sulle folgorazioni che sarebbero venute dal suo genio piuttosto che sulla resistenza al tempo della sua immaginazione sillogistica.
I campi di concentramento? Erano chiaramente una cosa spaventosa, e Sartre lo sapeva altrettanto bene di chiunque altro. Solo che aveva accettato di considerare un dogma infallibile l'idea che il capitalismo costituisse il pericolo più grave. E che tutto il resto fosse alla fin fine secondario. Per lottare contro il capitalismo, bisognava dunque allearsi con il diavolo, e perfino con gli orribili bolscevichi. Dopo tutto, Francesco I aveva scelto Solimano contro Carlo V, e Churchill i russi contro la Germania. Perché lui, Sartre, non poteva scegliere i bolscevichi contro il capitalismo?
Era questa la sua idea. Il vero conflitto tra Sartre e Camus non oppone due uomini uno dei quali crede nell'esistenza dei campi della morte mentre l'altro la nega, ma due uomini uno dei quali è convinto, diversamente dall'altro, che il capitalismo costituisca il pericolo supremo. Oggi si può forse comprendere meglio, rispetto anche solo a quindici o dieci anni fa, questa deriva delirante; oggi che, dopo la morte del marxismo in Occidente, non vediamo più altro che i difetti, i vizi e i delitti della democrazia capitalistica...
Il lettore avrà capito che su Sartre, che malgrado tutto mi affascinava, sulla cerchia arrogante e chiusa dei sartriani, che mi esasperava, su tutto quest'universo e quest'epoca, potrei continuare a lungo. Ho tanti ricordi...
Ma ecco arrivare, del tutto inatteso, a darmi il cambio Bernard-Henry Lévy con le sue 650 pagine sul Siècle de Sartre. Non sapevamo, ignoravamo questa passione di B.-H. L. E quale passione! Tutto è sartriano in questo libro.
Il respiro, le situazioni, l'universale concreto, l'esistenza, le rotture di stile, i riferimenti, la presenza vivente di Gide e di Bergson, di Nietzsche e di Heidegger, di Flaubert, di Mallarmé e di Genet, il vigore delle dimostrazioni; e tutto caracolla nella ricchezza, nello splendore, tra intuizioni profonde e spinose condiscendenze. Con l' idea un po' bizzarra che Sartre ? non meno di de Gaulle, e insieme con lui ? riassumerebbe in Francia il secolo, come a suo tempo Voltaire.
Più delle tesi (i due Sartre), più delle ipotesi sugli assi Nietzsche-Bergson-Gide e Husserl- Deleuze-Foucault, e più degli omaggi indiscriminati resi a Sartre (sull'Algeria, contrariamente a quel che pensa B.-H. L., Sartre si sbagliò completamente: non fece che accusare la "sinistra rispettosa" di augurarsi che de Gaulle mettesse fine alla guerra, invece di battersi perché i popoli algerino e francese facessero insieme una rivoluzione socialista, che era più importante dell'indipendenza!), più di tutto questo, due sono le cose che amo nel libro di B.-H. L. Innanzitutto il fatto che Lévy s'è a tal punto immerso nell'universo sartriano, che ogni tanto finisce per parlare, e quasi per pensare come Sartre. Gli era già capitato con Malraux, e io trovo che non ci sia nulla di più commovente di quest'identificazione musicale. Poi, vedere due capitoli cominciare l'uno con "Al principio c'è Gide" e l'altro con "All'origine troviamo Bergson", vedere sottolineato il desiderio del giovane Sartre di essere "al contempo Spinoza e Stendhal", è più di quel che occorre per appagarmi. Cedo subito le armi. È tutta la mia giovinezza che si trova così ancora una volta celebrata e confermata. Mi piacerebbe anzi pensare che sono stato io a tracciare per B.-H- L. la pista gidiana. Ma non importa. Ho cominciato quest'articolo con Gide, ed è con lui che lo finisco. Sartre? Sì, Sartre, sempre, ancora, nonostante tutto...
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