JEAN-PAUL SARTRE GARA EDITORIALE PER L'ANNIVERSARIO| L'affannosa corsa mediatica per celebrare il ventesimo anniversario della morte del filosofo che ha sempre
rifiutato i riconoscimenti istituzionali e la monumentalizzazione della sua opera |
| Forse con eccessiva puntualità Le siècle de Sartre del nouvel philosophe Bernard Henry Lévy, (Grasset) apre, secondo
copione, il ventesimo anniversario della morte di Jean-Paul Sartre. Un anniversario (il filosofo è morto il 15 aprile 1980)
anticipato in Francia come in Italia da riviste, giornali e libri ormai sempre più ossessionati dall'ansia di arrivare primi. Il via sulla
carta stampata è stato dato dall'ultimo numero di Le Nouvel Observateur che porta in copertina un Revient Sartre a tutta
pagina. Non si capisce però, dopo aver letto gli articoli, se questo ritorno sia una constatazione, un desiderio o una necessità
mediatica. Comunque, per noi, che di Sartre non abbiamo mai smesso di parlare, la sua uscita dal purgatorio, di cui parla la
rivista, non è un fatto che ci riguarda.
In questi ultimi anni non sono pochi i lavori su Sartre che sono stati editati in tutto il mondo, stimolati anche dalle migliaia di
pagine postume venute alla luce nel corso degli anni Ottanta. Inoltre, si è consolidata una rete di gruppi di studio diffusa ormai in
tutto il mondo. Oltre alla Francia - che ha fondato il primo gruppo di studi sartriani nel 1979 - ne esistono altri ormai in tutto il
mondo, in Germania, Inghilterra, Spagna, Italia, Stati Uniti, Canada, Argentina, Giappone, Cina, ecc. Michel Contat e Michel Rybalka, che nel 1993 hanno pubblicato i risultati di una ricerca bibliografica internazionale (Sartre, Bibliographie, Cnrs
Editions) riportano oltre 6.000 segnalazioni di e su Sartre (saggi e articoli) tra il 1980 e il 1992. Piaccia o non piaccia, dicono
gli autori, Sartre è l'intellettuale francese più studiato in tutto il mondo. Non solo, da allora il Groupe d'études sartriennes ha
continuato a pubblicare nel suo bollettino annuale nuovi aggiornamenti con centinaia di testi da aggiungere a quelli raccolti da
Contat e Ribalka.
Il primo movimento de l'ouverture Sartre è cominciato con Le siècle de Sartre ma sono appena usciti anche L'Adieu à Sartre,
di Michel-Antoine Burnier, Les Trois Aventures extraordinaires de Jean-Paul Sartre di Olivier Wickers, La Cause de
Sartre di Philippe Petit, il Sartre di Denis Bertholet, Littérature et engagement, de Pascal a Sartre di Denis Benoît, e ci
sono varie riedizioni in programma, inoltre è in corso di stampa La Lettre à Mathilde sur Jean-Paul Sartre di Jeannette Colombel , e siamo solo a gennaio.
Si vuole celebrare l'anniversario della scomparsa di colui che ha sempre respinto i riconoscimenti istituzionali. Proprio la
settimana scorsa Libération, il giornale fondato da Sartre, riferiva quanto sia lontano dal suo pensiero questo desiderio. Il
quotidiano ricorda che un giorno, mentre Sartre assisteva a una festa in suo onore, il rettore dell'università ospite gli confidò che
aveva raccolto fondi per erigergli una statua nel giardino dell'ateneo. Sartre rispose che ciò sarebbe stato sicuramente un errore
perché forse tra qualche anno tutti si sarebbero scordati di lui o chissà, sarebbe stato troppo famoso per avere soltanto una
statua nel giardino. Era il 1960, pochi anni dopo rifiutava la Légion d'honneur e il premio Nobel.
Anche i premi pesano e rendono meno liberi. Sartre all'epoca affermava: "Non voglio essere letto perché Nobel ma solo se il
mio lavoro lo merita. E poi, chi è quel tribunale per giudicare la mia opera?".
Nulla di più estraneo al pensiero di Sartre che quest'aria di ricorrenza. La struttura della sua opera è la non-struttura, un
pensiero che si considera sempre inadeguato, inattuale, in quanto cristallizzazione di un passato ormai superato. Se la
riflessione, come ogni riflesso, è un ritorno sulla realtà, sarà necessario accettare la sfida del presente. Le conclusioni sono
sempre vecchie e la verità ha una breve esistenza perché la situation propone sempre nuove domande e apre percorsi prima
impensabili. E proprio qui risiede la grande attualità del filosofo francese. Se c'è una caratteristica del pensiero di Sartre è
l'antidogmatismo, la lotta contro il mondo delle essenze dove tutto è previsto, quel supermercato della conoscenza dove ogni
cosa si crede ormai saputa e risaputa.
Sartre sfugge a questa teoria-noia che vuole assopire la realtà con schemi preconfezionati. Proprio per questo non vi è nulla di
più anti-sartriano che fare un monumento della sua opera. "La verità è un lungo errare vagabondo, somministrata all'inizio non è
che un errore vero" scriveva nel suo lavoro su Gustave Flaubert, sottolineando in questo modo l'importanza del momento, della
collocazione di quell'attimo di certezza che è l'esistenza. Indicando così, non la debolezza della teoria, ma la sua precarietà, la
necessità di riposizionare i concetti nei luoghi da cui ricevono senso.
Ha ragione Robert Maggiori quando su Libération scrive che "anche nella recezione delle opere esiste un'alternanza, dei cicli, i
corsi e ricorsi di cui parlava Giambattista Vico", concludendo che "probabilmente dovremo assistere a un ritorno di Sartre, a
una sua riabilitazione". Ma sbaglia chi crede in un ciclo naturale, una sorta di moda o fase economica dove si passa
dall'espansione alla depressione per tornare poi magicamente a un nuovo periodo di espansione. L'eterno ritorno dello stesso è
impossibile, primo perché non è mai lo stesso a ritornare e secondo perché una filosofia che si ripete acriticamente ha il sapore
di una minestra riscaldata, non è più filosofia ma storia.
In un'intervista a Lotta continua Sartre non aveva parole dolci per i nouveaux philosophes ("agenti della Cia"), ma con Le
Siècle de Sartre Bernard Henry Lévy sembra ricucire il vecchio strappo. Ben venga allora la ripresa degli studi sartriani, ma il
vero Sartre è quel piccolo uomo irriverente, trasgressore, infedele, nemico delle ricorrenze, quello che ogni volta metteva alla
prova se stesso e la sua filosofia per capire se fosse ancora viva. Parafrasando una sua nota frase a proposito di Jean Genet,
potremmo dire che forse più importante di quanto ha fatto Sartre sarà quello che riusciremo a fare noi con quello che è stato
fatto di lui. |