Psicoanalisi, il tuo secolo è finito| A partire dal libro di Giovanni Jervis due punti di vista su una disciplina attraversata da grandi cambiamenti |
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| Giovanni Jervis, . "Prime lezioni di psicologia", Laterza, Roma-Bari 1999, pagg. 143, L. 15.000 |
| Gíovanni Jervis (a cura di), "Il secolo della psicoanalisi", Bollati- Boringhieri, Torino 1999, pagg. 254, L. 55.000. | L'introduzione di Giovanni Jervis a Il secolo della psicanalisi più che un bilancio, potrebbe essere definita un bel necrologio della psicoanalisi, intesa come dottrina scientifica o teoria della mente. Lo psichiatra romano illustra in modo articolato il ruolo svolto dalla psicoanalisi nella cultura del Novecento, ma a parte qualche frase di circostanza non tenta di difendere le pretese basi empiriche delle dottrine psicodinamiche. Nessuno potrà mai negare che le teorie di Freud, nonché gli sviluppi e le differenziazioni a cui sono andate incontro, abbiano influenzato il pensiero contemporaneo. Tuttavia, se la cultura umanistica si è arricchita di idee letterarie e filosofiche che hanno sostituito o integrato quelle preesistenti, l'impatto della psicoanalisi sulla medicina del disturbi mentali è stato più problematico.
La critica psicoanalitica della psichiatria organicistica che dominava la prima metà del Novecento ha probabilmente contenuto i danni prodotti da ingenui modelli somatici della malattia mentale da cui si facevano discendere pratiche terapeutiche alquanto pericolose (come la malarioterapia, le prime brutali forme di shockterapia o le lobotomie).Nondimeno, la psicoanalisi ha innalzato assurdi e pregiudiziali steccati filosofici nei confronti di qualsiasi modello biologico della malattia mentale, nonché dei trattamenti farmacologici finalmente efficaci e relativamente sicuri che dagli anni Cinquanta diventavano disponibili. Le teorie psicodinamiche hanno in pratica negato la possibilità per la psichiatria di diagnosticare la malattia mentale su basi obiettive; ovvero la legittimità della medicina biologica a cercare di definire la malattia, in particolare quella mentale, scoprirne la cause e mettere a punto trattamenti applicando le strategie della ricerca empirica.
Insieme all'introduzione, il saggio scritto da Jervis con Nino Dazzi inquadra bene i diversi esiti della riflessione psicoanalitica negli Stati Uniti e in Europa. In particolare, mostra come negli Stati Uniti l'isolamento geografico e il naturale pragmatismo di quella cultura abbiano favoriti importanti fenomeni di differenziazione teorica, consentendo, come sostiene anche Morris N. Eagle nel capitolo sulla crisi della psicoanalisi negli Stati Uniti, la ripresa di un serio confronto con la ricerca biologica, che oggi vede taluni approcci psicoanalitici rilanciarsi in forme non più antinaturalistiche e ben più credibili. In sostanza si sta affermando l'idea che le pratiche psicoanalitiche abbiano anche una valenza terapeutica, ma questo non in quanto sarebbero vere le fantasie metapsicologiche, bensì perché il cervello umano possiede biologiche che gli consentono di ristrutturare plasticamente i processi molecolari e cellulari dì elaborazione dell'esperienza.
Probabilmente, il prevalere in Europa di un certo dogmatismo e scolasticismo è legato al fatto che (diversamente dagli Stati Uniti) la pratica della psicoanalisi è aperta a non medici (e in diversi momenti,
nonché dallo stesso Freud, è stata teorizzata la preferenza per una formazione extramedica). La psicoanalisi ha aperto carriere professionali e accademiche per tanti umanisti, soprattutto filosofi, i quali nello spirito antinaturalistico della tradizione "continentale",
non potevano che arruolarsi in qua1che scuola più o meno esoterica e politicamente connotata, ovvero giocare sulle suggestioni di improbabili ermetismi linguistici per esorcizzare gli sviluppi concettuali e teorici a cui nel frattempo andava incontro lo studio empirico del cervello e del comportamento in ambito biologico e medico.
Da segnalare, nel libro curato da Jervis, i contributi e le interviste che ricostruiscono la ricezione e diffusione della psicoanalisi in Italia, in particolare il ruolo svolto dalla casa editrice fondata da Paolo Boringhieri attraverso la realizzazione dell'edizione italiana delle opere di Freud. Emergono come dati significativi il totale disinteresse della Società Psicoanalitica Italiana per l'impresa editoriale e il distacco del curatore Cesare Musatti per gli aspetti critico-filologici della traduzione: un'ulteriore indicazione che la psicoanalisi era intesa più come un sapere iniziatico che come un corpo dottrinale da sviluppare attraverso una comprensione critica del pensiero freudiano.
Considerando la sobrietà e il senso critico che connota nell'insieme l'opera curata da Jervis, stona per genericità e inattualità un saggio ambiziosamente intitolato "Etica della psicoanalisi e psicoanalisi della moralità", concepito in modo quasi "autistico" intorno alla tesi che la moralità umana avrebbe a che fare, con il senso di colpa. Nessun cenno - in tema di etica della psicoanalisi - al fatto che negli Stati Uniti, le terapie psicodinamiche sono state e sono oggetto di critiche anche sotto il profilo bioetico in quanto rappresentano una forma dì rieducazione morale che può travalicare il limite del rispetto per l'autonomia del paziente (tralasciando il fatto che difficilmente chi la pratica riesce a dimostrare di
corrispondere a criteri empirici di valutazione della beneficità del trattamento). L'autore Roberto Speziale-Bagliacca, ha anche scritto la biografia di Freud pubblicata nel dicembre scorso da "Le
Scienze", da cui si evince che ha delle idee piuttosto singolari circa lo statuto epistemologico della psicoanalisi (così come su l'epistemologia delle scienze empiriche e della medicina).
Che la psicoanalisi, tradizionalmente intesa, non rappresenti più un strumento scientifico per la comprensione dell'agire umano, nemmeno per chi come Jervis con e sulla psicoanalisi ha lavorato per anni, é testimoniato dal suo libro Prime lezioni di psicologia. Qui egli ne parla solo in una prospettiva storica, e quando tocca il problema dello statuto delle idee psicoanalitiche ne riconosce l'origine in una impostazione "analitica" del problema della coscienza, aggiungendo che "la psicologia scientifica moderna ha posto in discussione, e infine sostanzialmente disintegrato, il concetto intuitivo di coscienza". (La stessa idea si trova espressa in modo più articolato e quasi in forma di giustificazione epistemologica anche nell'introduzione a Il secolo della psicoanalisi).
Prime lezioni di psicologia non si direbbe un libro scritto da uno psicologo-psichiatra italiano. Perché? Prima di tutto è ispirato a un modo di pensare darwiniano. Mentre, in genere, gli psicologi italiani nonché i medici hanno scarsa dimestichezza con il pensiero evoluzionistico; ovvero interpretano l'approccio darwiniano con le lenti deformanti di improbabili pregiudizi epistemologici. Inoltre, Jervis solleva problemi e lancia sfide che sul suolo italico riecheggiano solo in qualche rara traduzione. Come per esempio l'idea che la psicologia abbia molto da dire sulla natura dell'etica. O la critica degli equivoci diffusi soprattutto nella cultura di sinistra, per cui i fattori ambientali e storico-culturali sarebbero i determinanti principali se non esclusivi del comportamento umano. Jervis svolge un'efficace critica dei luoghi comuni circa le basi innate e acquisite dell'intelligenza, sottolineando gli effetti perversi e la matrice totalitaria e anti-biologica sia dei tentativi di potenziare presunte capacità-biologiche inespresse, sia delle strategie educative collettivistiche.
Non viene comunque discussa dall'autore la portata teorica del processo di darwinizzazione della biologia funzionale, iniziato da qualche decennio e da cui scaturiscono ipotesi e risultati non sempre in sintonia con impostazione strettamente adattamentista della psicologia evoluzionistica. Per illustrare il contributo che la psicologia potrebbe dare allo studio scientifico dell'etica, Jervis cita solo gli studi sociobiologici sull'altruismo e il modello del dilemma del prigioniero. Tuttavia gli approcci neurobiologici e neurocognitivi alla natura del senso morale mostrano che le cose sono un po' più complicate, nel senso che mettono in evidenza una realtà funzionale assai più articolata e non direttamente riconducibile al tipo di spiegazioni adattamentiste privilegiate in ambito neodarwiniano. Forse è giunto il momento che le schematizzazioni utilizzate dagli psicologi evoluzionisti comincino a inglobare le concettualizzazioni della funzione nervosa e delle sue prestazioni cognitive che stanno emergendo dagli studi neuroscientifici, e che in pratica rappresentano ulteriori sviluppi di idee per così dire darwiniane applicate stavolta agli adattamenti funzionali.
Nel corso degli ultimi due decenni i problemi fondamentali della psicologia, sia quelli relativi al comportamento individuale sia quelli che emergono a livello della società, sono stati completamente ridefiniti sulla base delle risultanze empiriche emerse dallo studio del comportamento animale e umano, nonché sotto l'impulso delle ricerche neuroscientifiche su come il cervello produce il comportamento. Ciò comporta l'esigenza, come sottolinea Jervis, di rafforzare la formazione scientifica degli psicologi, e la necessità di rendere le nuove conoscenze patrimonio culturale più diffuso nella società. In particolare, all'interno di quel mondo umanistico che continua a concepire l'educazione e la formazione a partire da idee ormai del tutto superate dei processi cognitivi. |